domenica 22 novembre 2009

L'impunità eterna per Silvio Berlusconi e l'archiviazione immediata per Romano Prodi

Archiviata la posizione di Romano Prodi nell'inchiesta "Why Not". Nonostante lo sforzo di importanti testate giornalistiche nazionali, la cosa continua a suscitare dubbi o, quantomeno, risolini ironici che non cesseranno mai. Purtroppo. Eppure Romano Prodi aveva il diritto di uscirne senza alcuno strascico se, come dice il GIP di Catanzaro, era estraneo ai reati a suo carico che Luigi de Magistris (all'epoca PM) aveva iscritto nel Registro delle Notizie di Reato tenuto presso la Procura di Catanzaro. C'è il Diritto al "giusto processo" e c'è il diritto alla "definitiva assoluzione". Ma c'è anche il diritto al proscioglimento senza ombre e sospetti, senza quei risolini ironici con cui molti commentano la notizia dell'archiviazione. Una smorfia che pesa più di una condanna, perché è inappellabile. Come ci si può difendere da una risata che sconfina in un ammiccamento? Come se una donna portasse in tribunale qualcuno dicendosi oltraggiata per un occhiolino malizioso: ne risulterebbe un oltraggio ben maggiore, unito agli sberleffi di chiunque fosse lì presente. Il fatto è che quel procedimento penale, venne sottratto al giudice naturale (PM De Magistris) commettendo un abuso. Fatto accertato dai magistrati di Salerno. Poi venne assegnato ad un pool di magistrati (di Catanzaro) che commisero tutta una serie di abusi, sempre rilevati dai PM salernitani, culminando con abusi talmente gravi da essere sanzionati dal pur compiacente Consiglio Superiore della Magistratura con il trasferimento. Decisione confermata persino dalla Suprema Corte di Cassazione che, in quanto a compiacenze verso certe nefandezze giudiziarie, può scrivere trattati enciclopedici. Come se non bastasse, uno dei PM delegati alle indagini su Why Not (appena sottratte con un abuso a de Magistris) chiese ed ottenne di esserne esentato. Scrisse che gli veniva impedito di svolgere le indagini. E venne accontentato. Con queste premesse, poteva l'archiviazione apparire come una decisione presa da un giudice terzo sulla base degli indispensabili elementi probatori pro o contro che fossero? Ma non è solo Romano Prodi a pagare lo scotto di tante leggerezze. Pensate alla legge ponte per garantire l'impunità a Berlusconi nell'attesa che una modifica alla Costituzione Italiana lo immunizzi per l'eternità (giudiziaria, per l'altra non ci sono maggioranze che tengano!). Chi toglierà dalla mente degli italiani che la tiepidezza del PD, con quel popò di giuristi che si ritrova, non sia la controprestazione per il favore fatto a Prodi e (soprattutto) ad eventuali altri personaggi illustri implicati nelle faccende appena indagate da Luigi de Magistris? Basta leggere quanto risulta dagli accertamenti contabili sui movimenti finanziari indagati dal Consulente Tecnico della Procura di Catanzaro. Quel Dr. Sagona che non ha potuto consegnare le risultanze delle sue consulenze semplicemente perché non glielo hanno mai consentito. Fantastico!

martedì 17 novembre 2009

Pierferdy Casini, l'avv. Ghedini e il “Grande Bluff”

Si sta perdendo tempo, come spesso accade in politica, su una questione che non ha motivo di porsi: il cosiddetto “processo breve”. La proposta di Legge su cui il Presidente del Consiglio avrebbe chiesto di sottoscrivere una sorta di delega in bianco, è un grande bluff. Pierferdinando Casini ci è cascato in pieno o “bluffa” anche lui e rischia di indurre molti parlamentari a lasciare il piatto senza “andare a vedere” un punto che non esiste. Riepiloghiamo i fatti: 1) il Presidente del Consiglio teme di essere condannato nel processo Mills e quindi fra i parlamentari nominati include il suo avvocato personale, Niccolò Ghedini e fra i primi atti del Governo vara il “Lodo Alfano”. Una Legge ordinaria che sospende i processi alle 4 più alte cariche dello Stato; 2) L'avv. Mills viene condannato per corruzione, a corromperlo Silvio Berlusconi per il quale, essendo ricompreso fra le 4 cariche di cui innanzi, il processo viene sospeso; 3) la Consulta Costituzionale annulla il “lodo Alfano”. Berlusconi fa scintille, fulmini e saette, minaccia tutto e tutti; 4) l'On. Avv. Ghedini presenta una proposta di Legge che prescrive i processi: se dal rinvio a giudizio passano due anni senza arrivare ad una condanna, il processo cessa d'esistere e l'indagato la fa franca; 5) Pierferdy Casini propone un patto scellerato: “ridiamo l'impunità al Cavaliere attraverso un Lodo Alfano approvato quale Legge Costituzionale” ed avremo in cambio il ritiro della Legge sul Processo Breve. Sin qui la ricostruzione degli ultimi mesi di acerrime polemiche. In realtà, qualsiasi uomo capace d'intendere e di volere (quindi anche tutti i parlamentari), sa che la proposta Ghedini sul “Processo Breve” è improponibile. Non si riuscirebbe a processare più nessuno e si determinerebbe un nuovo principio che sovverte il fondamento dell'ordinamento giudiziario: "l'incertezza del diritto"; per non dire la certezza del "non Diritto". Questo lo sanno bene Ghedini ed il Ministro Angelino Alfano, lo sanno tutti i magistrati d'Italia, lo sanno tutti gli avvocati italiani. Qualsiasi cittadino, dotato di un briciolo di materia grigia, lo comprende senza difficoltà. Ed è qui la genialità di Berlusconi che prende all'amo la (probabile) buona fede dell'On. Casini. Minacciare una “strage di processi” per far apparire il “Lodo Alfano” (novellato in Legge Costituzionale) come il male minore da contrapporre al “Processo Breve” che di processi segnerebbe la fine improvvisa. Appare chiaro, quindi, che si tratta solo di un bluff, un grande bluff. Nessun giurista, ma anche nessun deputato e nessun senatore voterebbero una Legge che azzera la Giustizia Penale Italiana, che impone la negazione del Diritto e l'affermazione della resa al sopruso ed alla illegalità. Sì, qualche fedelissimo di Berlusconi lo trovi sempre. Qualcuno che non sa fare la "O" nemmeno col bicchiere e che i ventimila euro al mese non li farebbe nemmeno sotto la minaccia delle armi. Ma è proprio sicuro, è certissimo, che una siffatta Legge non avrebbe mai la maggioranza necessaria per essere approvata. E, qualora passasse, troverebbe sempre l'ostacolo Napolitano, che almeno in questo caso dovrebbe essere insormontabile. Ed ecco la genialata, il grande bluff. Presentano in parlamento una Legge impossibile e, facendo leva sui sentimenti più nobili del buon Casini e di quanti sono adusi a decidere senza riflettere, conducono le pecorelle a votare la legge Costituzionale relativa al Lodo Alfano. Perfetto? Quasi. Se Pierferdy otterrà la presidenza della Campania oppure del Lazio alle prossime regionali, vorrà dire che il patto è sottoscritto. Poi basterà sventolare ipotesi di elezioni anticipate per serrare le fila di quei parlamentari che se non fossero "confermati" dal Cavaliere (ma anche da Bersani, da Casini, da Di Pietro e dal ristrettissimo giro dei padroni del parlamento) non avrebbero di che campare, ed il gioco è fatto. O meglio i giocatori sono serviti. Ma, come tutti i bluff, sino all'ultimo resta l'incertezza. Qualcuno potrebbe chiedere di "vedere il punto" e allora per il Cavaliere si farebbe davvero difficile, in quest'anno horribilis che lo ha visto distruggere quanto di buono aveva costruito.

giovedì 12 novembre 2009

Dove era arrivato Luigi de Magistris nell'agosto 2008, dove è arrivata la Procura di Catanzaro a novembre 2009

Il primo personaggio ad invocare provvedimenti disciplinari a carico di Luigi de Magistris fu l'allora Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione, Mario Delli Priscoli. Ed ecco qualche interessante notizia, ammesso che ce ne fosse bisogno. Mario Delli Priscoli – ricostruiscono i giudici di Salerno sulla base delle dichiarazioni rese da De Magistris - è padre di Francesco Delli Priscoli, professore universitario già consulente del Consiglio dei Ministri (governo D’Alema); già interessato alle licenze Umts – il sistema che unisce telefonini a servizi internet – per le quali si era scatenata una vera e propria “guerra di lobby” oggetto di investigazione dell’inchiesta Why Not e in parte anche di Toghe Lucane; già professore di informatica, settore sempre al centro del procedimento Why Not e, secondo quanto riportato su internet, presente all’interno di stage insieme alla suddetta CM sistemi, riconducibile alla Bruno Bossio e Antonino Saladino. Tutti e tre, Adamo compreso, indagati da De Magistris. Interrogato dai giudici di Salerno è lo stesso De Magistris a ricordare di aver letto, sempre navigando su internet, “di accertamenti che furono fatti, con riguardo all’omicidio di Simonetta Cesaroni in Roma alla via Poma, anche nei riguardi di Francesco Delli Priscoli. Ho potuto leggere – spiega – che uno dei magistrati che si occupò della vicenda pare (non so quanto letto corrisponda al vero) sia stato il dott. Settembrino Nebbioso (attuale capo di Gabinetto del ministro della Giustizia Alfano e in rapporti stretti con Saladino), che ha poi ricoperto per tanti anni un ruolo apicale all’interno del Ministero della Giustizia e che risulta avere contatti d’interesse con magistrati con riferimento all’inchiesta Toghe Lucane e che se non vado errato, risulta anche tra i nominativi delle persone rinvenute nelle perquisizioni all’indagato Antonio Saladino”. Da accertamenti risulterebbe ancora che l’Università La Sapienza di Roma, presso la quale il prof. Delli Priscoli insegna, ha ottenuto “grazie al suo contributo”, “ingenti finanziamenti pubblici, anche da parte dell’Unione Europea per oltre 8 miliardi di lire”. “Taluni di tali progetti – spiegava ancora De Magistris – mi consta siano stati svolti anche in collaborazione con la società Alenia del gruppo Finmeccanica (nel cui Consiglio di Amministrazione vi era anche Franco Bonferroni, indagato per gravi reati nelle inchieste Poseidone e Why Not)”. Ancora, Delli Priscoli avrebbe insegnato nell’ambito di corsi organizzati dallo stato maggiore della difesa in convenzione con il Cnr (istituto nel quale era impiegato il fratello di Romano Prodi, già indagato in Why Not) e lavorato su progetti in collaborazione con la Deutsche Telecom, società per la quale presta servizio Maurizio Poerio, anche lui personaggio di primo piano nelle inchieste Poseidone e Why Not. Non solo. Il Delli Priscoli avrebbe anche lavorato “presso la società Telespazio, del gruppo Finmeccanica (“una delle principali fonti di finanziamento della società Global Media, il polmone finanziario (anche di illecita natura) dell’Udc”, che partecipa “al progetto Galileo al quale era interessato anche Maurizio Poerio”. Tornando alla telefonia, Francesco Delli Priscoli, era fra i consulenti del Governo (Primo Ministro Giuliano Amato) per la valutazione dei partecipanti alla gara per l'assegnazione delle licenze UMTS. Gara da cui venne “prematuramente” escluso il Consorzio Anthill e che vide l'altrettanto inopportuna ritirata della BLU s.p.a. in cui un ruolo di spicco (all'epoca) era rivestito da Giancarlo Elia Valori. Il ritiro della BLU comportò l'immediata fine dell'asta al rialzo ed un conseguente “mancato introito” per lo Stato Italiano stimato fra i 15 ed i 20 mila miliardi di lire. Proprio dalla dichiarazione di fallimento del Consorzio Anthill per un “imprecisato residuo debito” (così recita la sentenza del Tribunale di Matera – Presidente del Collegio la D.ssa Iside Granese) nasce la denuncia/querela da cui scaturirà l'inchiesta “Toghe Lucane”. Si scoprirà che la D.ssa Granese non poteva “occuparsi” del Consorzio Anthill, la D.ssa Rosa Bia (relatrice) era stata “messa in mora” dal CSM e non poteva occuparsi di Cause Civili a Matera, il Dr. Attilio Caruso (Presidente del Consorzio Anthill e Presidente della Banca Popolare del Materano) aveva avviato trattative per vendere il Consorzio Anthill alla Telecom Italia mentre era in corso la Gara Umts (operazione illegittima ed illecita costituente turbativa d'asta). Risulta sempre più evidente che su “Toghe Lucane” si gioca la partita più importante della storia repubblicana. I diciannove procedimenti penali a carico di alcuni magistrati materani, incardinati presso la Procura di Catanzaro chiariranno molti interrogativi e, forse, qualche antico delitto.

giovedì 5 novembre 2009

Magistrati giacobini: a Matera è iniziato il Termidoro

Cari lettori del blog,
credo sia giunto il momento di affrontare la battaglia finale: quella da cui uno dei contendenti non tornerà più. Domani (6 nov '09) devo comparire davanti al Giudice dell'Udienza Preliminare di Matera che deciderà se rinviarmi a giudizio per diffamazione. La richiesta in tal senso l'ha formulata il Pubblico Ministero in seguito ad una denuncia querela presentata dal senatore Filippo Bubbico. Non entro nel merito, cosa che farò appena il magistrato assumerà una qualsivoglia decisione, perché l'aspetto veramente urgente da affrontare è altro: lo stravolgimento di uno dei cardini del Diritto, la presunzione d'innocenza o, come si dovrebbe dire più correttamente, la presunzione di non colpevolezza. Proprio come accadeva durante il Termidoro (leggi "rivoluzione francese"). Alcuni Pubblici Ministeri della Procura di Matera, dopo aver introdotto nel codice penale nuove fattispecie di reato, hanno deciso di adottare il principio della "presunzione di colpevolezza". Domani, come è già accaduto altre volte, sono chiamato a dimostrare la mia innocenza e/o l'estraneità ai reati e/o l'inesistenza dei fatti reato senza che siano state svolte le indagini. Il fascicolo processuale è desolatamente vuoto, ospita solo la querela del denunciante da cui il PM ha tratto la richiesta di rinvio a giudizio. Se l'accusa sia fondata, se esistano elementi per sostenerla in giudizio, quali siano le contestazioni da cui devo difendermi, sono tutte cose che il PM ritiene accessorie e facoltative. Sono chiamato a dimostrare la mia innocenza senza che vi siano evidenze, testimonianze, documenti che la mettano in dubbio. Senza uno straccio d'indagine. Non è la prima volta che questo accade e, secondo quella che appare come una scelta ordinamentale o "giureconsultuale", non sarà l'ultima. Ma questa volta i signori magistrati si sbagliano. Mi vergogno di essere chiamato in giudizio da siffatti magistrati giacobini e mi vergogno che non si vergognino della loro la pretesa di giudicarmi. E mi vergogno che il Consiglio Superiore della Magistratura ed il Presidente della Repubblica, che ben conoscono le numerose nefandezze giudiziarie commesse da alcuni magistrati della Procura e del Tribunale di Matera, indegni d'indossare ma anche di guardare da debita distanza la "toga", non abbiano mosso un dito. E non già a tutela di Nicola Piccenna, che sa ben tutelarsi da sé e che si avvale di signori avvocati; prima signori e poi avvocati, ma a tutela della credibilità della Giustizia Italiana che in questi casi, come in un tragicomico epilogo, tocca il fondo. Proprio questa vergogna sarà all'origine della resa finale. Neanche il più servo dei componenti il CSM, neanche il meno libero dei politici, nemmeno il meno coraggioso dei Presidenti della Repubblica, possono consentire che lo Stato di Diritto venga umiliato sino a questo punto da alcuni magistrati ormai obnubilati nelle facoltà più indispensabili: l'equilibrio e la terzietà.
Nicola Piccenna
392.4549696

lunedì 2 novembre 2009

L'indipendenza del magistrato


Soggetti solo alla Legge, così la Costituzione della Repubblica Italiana definisce l'organigramma funzionale dei magistrati. Questa semplice ma efficace statuizione è stata declinata secondo due direttrici fondamentali: indipendenza esterna (quella rispetto agli altri poteri, enti e articolazioni amministrative dello Stato) e indipendenza interna (riferendosi alla gerarchia funzionale propria della magistratura stessa). L'indipendenza esterna, almeno per adesso non sembra correre seri pericoli. I tentativi di minarla e limitarla sono tuttora in atto, basti considerare le recenti dichiarazioni (minacce?) di riforma della giustizia non già per eliminarne le evidenti e anacronistiche incrostazioni limitanti ma quale clava incombente per ridurla a zerbino del potere politico. Ma tali posizioni appaiono talmente e smaccatamente incostituzionali da essere efficacemente contrastate tanto nel campo politico quanto in quello giudiziale. Molto più grave è la situazione della indipendenza interna. I recenti accadimenti e le decisioni del CSM, insieme con la preoccupante (quasi) unanimità delle componenti politico parlamentari, mostrano la subordinazione dei magistrati ad altri magistrati; al punto che l'esercizio delle funzioni giudiziarie e finanche l'obbedienza ai dettami costituzionali in materia di obbligatorietà dell'azione penale, vengono limitati (in alcuni casi del tutto impediti) usando quelle funzioni di controllo e autogoverno originariamente concepite per garantire l'esatto contrario. Il CSM e la funzione gerarchica di controllo interna alla magistratura, in poche parole, sono state concepite dall'assemblea costituente (recependo in toto la tradizione dal Diritto Romano fino a quella più “moderna”) per tutelare il cittadino e l'esercizio della Giustizia da quel magistrato che le avesse creato ostacolo, che ne avesse impedito o ritardato il cammino, che avesse posto in essere comportamenti antigiuridici se non proprio criminali. Persino l'azione incolpevole (senza reato e senza intenzione) del magistrato che avesse causato turbamento e sospetto di parzialità diviene legittimamente (opportunamente) motivo di allontanamento dalla funzione e/o dal luogo d'esercizio della funzione giudiziaria. Nei fatti, purtroppo, riscontriamo l'esatto opposto. Luigi de Magistris, Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani (e tanti altri che sarebbe lungo menzionare), vengono trasferiti ad altre funzioni, altra sede e, addirittura, puniti con perdita dell'anzianità (Nuzzi e Apicella) per aver posto in essere provvedimenti e/o procedimenti giudiziari perfettamente conformi al dettato legislativo e procedurale vigente (cosa confermata in tutti i gradi di giudizio esperiti). Cosa se ne deve dedurre o, meglio, cosa si può fare in difesa di queste libertà fondamentali? L'Associazione Nazionale Magistrati ha mostrato di coltivare strabicamente gli interessi della categoria, nei casi citati ha sposato le tesi e condiviso le azioni contro i suoi stessi iscritti. Ed ecco sorgere (finalmente) una pubblica petizione in cui alcuni magistrati chiedono rispetto e ripristino dell'indipendenza “interna” violata. Sarà sufficiente? Può un cannibale essere chiamato a condannare l'antropofagia? Occorre qualcosa in più. Appare indispensabile che i magistrati si costituiscano in associazioni indipendenti e alternative all'ANM e questo non appaia come una divisione. Poiché la divisione c'è già ed è netta. Da una parte i magistrati che credono ancora nella possibilità di essere indipendenti e quelli che vi hanno rinunciato. Intanto, sarà utile ed educativo vedere quanti vorranno esporsi pubblicamente sottoscrivendo l'appello (www.firmiamo.it/appellocassazione)

mercoledì 21 ottobre 2009

CSM e la tutela del Dr. Mesiano: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?»

«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?». Gesù era circondato da falsi maestri, sempre pronti a giudicare e condannare gli altri e incapaci di esaminare se stessi. Alla radice delle loro falsità c’era la presunzione, l’atteggiarsi ipocritamente a maestri e guide senza averne le doti. Dice loro esplicitamente «ciechi e guide di ciechi». «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?» «Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Così accade che il Consiglio Superiore della Magistratura abbia condannato il 19 ottobre scorso i magistrati Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani alla perdita di anzianità ed al definitivo trasferimento ad altra sede ed altre funzioni. Tutto nasce dal provvedimento con cui Nuzzi e Verasani disposero la perquisizione ed il sequestro di materiali e documenti inerenti l'inchiesta che vedeva (e vede) coinvolti i vertici della Procura della Repubblica e della Procura Generale di Salerno, insieme con diversi magistrati di quella città e del distretto giudiziario di Basilicata. Proprio lo stesso provvedimento che tutti i gradi di giudizio cui è stato sottoposto (dal GIP alla Suprema Corte di Cassazione) hanno valutato legittimo, corretto e opportuno (anzi doveroso). Nessuno ha fiatato. Non un magistrato. Non un politico. Non un membro del CSM. Non un membro dell'ANM. Non un illustre costituzionalista. Non il Presidente Napolitano. Ipocriti! Mille volte ipocriti. Adesso che piagnucolano in difesa del Dr. Raimondo Carmelo Mesiano e si inalberano per “l'offesa alla magistratura” e simili alte grida. Ipocriti, mille e mille volte ipocriti! Il Dr. Mesiano non meritava certo il trattamento riservatogli da qualche giornalista al soldo di un noto politico. Non meritava nemmeno che si ironizzasse sui suoi calzini color turchese. Meno ancora è tollerabile la lunga teoria di contumelie che gli sono state indirizzate dai soliti politici schiavi di un seggio parlamentare o ministeriale. Ma come si fa a non vedere la trave piantata nell’occhio del sistema giudiziario italiano con la condanna di Nuzzi e Verasani e, prima, di Luigi de Magistris? E fra gli ipocriti, in prima fila, una certa stampa. Quella dei milioni di lettori e dei contratti pubblicitari faraonici. Quella che rivendica in piazza una presunta libertà perduta, che difende Napolitano anche quando è indifendibile. Quella che dovrebbe svelare “di che lagrime grondi e di che sangue” ed oggi, ipocritamente, si scandalizza per Mesiano ma finge di non conoscere Nuzzi, Verasani e De Magistris. Ipocriti!

sabato 17 ottobre 2009

Gli uomini di buona volontà e la Corte Costituzionale

Come è possibile che la Corte Costituzionale, il supremo garante della Costituzione Repubblicana sia così radicalmente divisa su questioni di “banale” lettura? Il “Lodo Alfano” che stabiliva un trattamento diverso davanti alla Legge per 4 italiani vìola l'articolo 3 della Costituzione, anzi violava. Questo lo capisce chiunque sappia leggere l'italiano. E allora perché 6 giudici su 15 la pensano diversamente? E perché i “6” ci tengono a ribadirlo votando una “mozione di minoranza”? È tutto qui. Il senso delle istituzioni, il rispetto per lo Stato e per la stessa Corte Costituzionale, tutto qui. In questo ostentare una posizione che non è giuridicamente fondata, nemmeno logicamente consistente. Soprattutto istituzionalmente dirompente. È il relativismo istituzionale: porre l'istituzione dopo gli interessi di una parte politica, di un gruppo, di alcuni potenti di turno. Anche legittimi, perbacco! È la dimostrazione che quello che ha rivelato il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, contiene elementi di verità (non è tutta verità, ma quasi). Le scelte, le decisioni, anche quelle più “alte” sono condizionate da amicizie, legami, posizioni che non sono algidamente derivanti da norme, codici, leggi e, meno ancora, da un dichiarato amore per lo Stato e le Istituzioni. Come potrebbe essere diversamente? Potremmo forse pretendere che gli uomini uscissero dalla propria pelle per entrare in uno scafandro amorfo? Almeno si è chiarito un punto fondamentale: non sono le strutture a garantire alcunché. Cosa volete che cambi se i giudici nominati in tal misura dal Parlamento siano preponderanti su quelli nominati dal Presidente della Repubblica o viceversa? Come potremmo sentirci meglio “tutelati” se la composizione del CSM fosse più massicciamente rappresentativa dei partiti piuttosto che delle correnti politico-giudiziarie interne alla magistratura? Non esiste una formula, una composizione strutturale che assicuri in se stessa di sfuggire alle brame invereconde di qualcuno. È una questione di uomini, di questo o quello, di quanto hanno già dimostrato in bene o in male, della capacità di ammettere i propri errori e porvi rimedio. Non esiste l'uomo della provvidenza (che resta un dono divino e, perciò, imprevedibile), ci sono uomini degni di fiducia perché hanno già dato prova di sé. Sono facilmente individuabili, anche a prescindere da quante volte compaiano in TV o scrivano sui giornali. Basta essere un po' meno cinici, un po' meno calcolatori, un po' meno miopi. Se ne trovano in tutti gli schieramenti, partiti, movimenti, associazioni, persino nelle fazioni. Sono pieni di difetti e commettono errori come tutti, ma hanno uno sguardo diverso e non si fa fatica a tributar loro stima e fiducia. Sono quelli de “la rivolta dei buoni”, come li definì un noto giornalista del Corriere della Sera. Sono gli “uomini di buona volontà”, come li chiamò qualcuno degno di fede. È l'unico “movimento” cui ci si può iscrivere senza nemmeno dichiararlo e parteciparvi senza muoversi da casa e sostenerlo facendo semplicemente il proprio mestiere (dovere?).

domenica 11 ottobre 2009

Napolitano ed il relativismo istituzionale: come ai "bei tempi" di Alexander Dubček

Sono passati alcuni giorni dal pronunciamento della Corte Costituzionale sul "Lodo Alfano" e (forse) possiamo guardare dalla giusta distanza l'immagine che ne deriva. E' proprio così, i quadri vanno guardati dalla giusta distanza: se troppo da vicino si colgono solo alcuni particolari, perdendone la visione d'insieme; se troppo da lontano, l'immagine appare sfocata, indefinita, incomprensibile.
Adesso, invece, il quadro dell'Italia nelle sue più alte istituzioni appare in tutta la sua tragica precisione:
1) Qualcuno assicura a Berlusconi che il "Lodo" passerà. Non sulla base del diritto, della legge, della Costituzione ma per via di sollecitazioni, pressioni, inciuci. Berlusconi ci dice anche chi avrebbe dato un siffatta garanzia: Giorgio Napolitano. Che sia vero o meno, per il capo del Governo la prassi è assolutamente "normale", la via praticabile. Che la Corte Costituzionale decida sulla base delle pressioni (vere o presunte) di Napolitano gli va proprio bene: non è la costituzione che si deve tutelare ma gli interessi di un potere. Di un gruppo di potere che dialoga e media con l'altro gruppo di potere. Le Istituzioni della Repubblica sono strumento per amministrare gli interessi di alcuni, non quelli preminenti del Popolo;
2) Tutti sanno che quello che dice Berlusconi è vero, lo sanno perché tutti praticano il relativismo istituzionale e ne godono ampiamente. Quando si è trattato di bloccare le inchieste di Luigi de Magistris, il Presidente Napolitano, il Consiglio Superiore della Magistratura, i governi (Berlusconi, Prodi e Berlusconi) ed i vari Ministri della Giustizia (Castelli, Mastella, Scotti e Alfano), la Suprema Corte di Cassazione, l'Associazione Nazionale Magistrati, i vertici della Procura di Catanzaro e di Potenza, le segreterie di tutti i partiti dell'arco costituzionale (esclusa la sola IdV), hanno calpestato i Codici, le Leggi, la logica e persino il buon senso. "Colleghi dove eravate?" ha scritto un coraggioso magistrato (Gabriella Nuzzi), richiamando le responsabilità di quanti hanno avuto in mano le evidenze probatorie degli abusi commessi con il "visto si proceda" esplicito del Presidente Napolitano. "Colleghi dove siete?", verrebbe da dire oggi dopo quello che abbiamo appreso dalla viva voce del Cavaliere (circa la sensibilità alle pressioni politiche dei Giudici della Corte Costituzionale) e da quella dell'ex ministro Claudio Martelli (circa le trattative Stato-Mafia, che poi in realtà sono Stato-Mafia-Massoneria, stando agli atti giudiziari noti;
3) Il primo ministro è, di fatto, prigioniero di tutti: a) dei suoi alleati di coalizione che potrebbero sfiduciarlo in qualsiasi momento giustificando anche bene la cosa; b) dell'opposizione che potrebbe chiederne la testa su un piatto d'argento viste le abominevoli ammissioni sul piano della correttezza istituzionale e le esplicite "minacce" di rivelare per intero la vicenda "Napolitano"; c) dei giudici del Tribunale di Milano che, condannandolo per la vicenda "Mills", ne decreterebbero la fine politica; d) dei leader degli altri paesi G8, G20, G40 e G-vattelapesca che, potendolo ridicolizzare in qualsiasi occasione per l'affaire "escort", lo tengono, come si suol dire, "per le palle". Un pupazzo, ostaggio di tutti e prigioniero del proprio orgoglio e della terribile solitudine in cui si è ridotto;
4) Il Presidente Napolitano che di fatto (vedi "sparata" a Lagonegro verso un cittadino che gli chiedeva di non firmare la Legge sullo Scudo Fiscale) abdica alle funzioni di custode della Costituzione. Atteggiamento confermato anche in occasione della firma per promulgare il Lodo Alfano. Le scuse addotte e abbracciate da maggioranza ed opposizione (sempre escludendo il prode Di Pietro) sono giuridicamente infondate e umanamente infantili. Del resto, fuor di ipocrisia, un parlamentare che approvò l'intervento russo per soffocare nel sangue la Primavera di Praga, non può cavarsela dicendo di aver sbagliato. Quantomeno dovrebbe riconoscere di non poter aspirare alla tutela del Costituzione di un Paese democratico. I comportamenti tenuti durante l'intera vicenda "De Magistris" e le posizioni assunte durante la "guerra tra le Procure di Salerno e Catanzaro", confermano che dai tempi di Alexander Dubček, Napolitano non è poi cambiato molto. La sensibilità istituzionale e costituzionale, del resto, Napolitano l'aveva dimostrata ignorando di fatto l'appello di 600 cittadini affinchè venissero trasferiti (almeno) due magistrati lucani (Giuseppe Chieco e Vincenzo Tufano) in palese stato d'incompatibilità funzionale ed ambientale per loro stessa esplicita ammissione.
E mentre il relativismo istituzionale consente a ciascun potentato di continuare a sviluppare i propri interessi e la Repubblica affonda:
1) si continua a pompare il petrolio lucano senza che sia mai stato chiarito chi controlla i quantitativi estratti. Si tratta del più grande giacimento continentale d'Europa, forse in grado da solo di ripianare il debito pubblico italiano;
2) si continua ad inquinare il Sud Italia con rifiuti tossico-nocivi e radioattivi, senza preoccuparsi minimamente della rimozione di quelli già scoperti;
3) si finge di non vedere la crisi della proba popolazione meridionale, troppo dignitosa per ammettere di essere ridotta alla fame.
Chi ha orecchie per udire, intenda!

martedì 6 ottobre 2009

Ghedini e l'applicazione personalizzata delle Leggi

L'avvocato Ghedini, parlamentare e difensore (in giudizio) del premier Silvio Berlusconi, ci ha spiegato che la Legge è uguale per tutti. Quello che cambia, a seconda delle persone, è l'applicazione della Legge. Sembra un'affermazione provocatoria ma abbiamo certezza che non sia così, Ghedini parlava sul serio, purtroppo. Questa è l'Italia in cui vorrebbero ci rassegnassimo a vivere, una nazione in cui i giudici applicano le Leggi non in base alle evidenze processuali ma a seconda del nome e del cognome dei giudicati. Nelle sentenze è scritto che vengono assunte "in nome del popolo italiano", ma questo aspetto Ghedini non l'ha ancora affrontato (per ora!)

p.s. Mi chiamo Piccenna Nicola, cosa prevedono per me le norme applicative della Legge?

domenica 4 ottobre 2009

"ce faranno un ber discorso su la Pace e sul Lavoro pe’ quer popolo cojone..."

C'è chi distribuisce salamelecchi a piene mani e chi aggettivi qualificativi. Siffatti "tipi umani" complicano la comprensione dei fatti lasciando spazio alle polemiche strumentali cui assistiamo in queste ore (vedi il "caso Di Pietro" relativamente alle accuse di viltà indirizzate al Presidente Napolitano). Il risultato, se non proprio l'obiettivo, è distrarre, distogliere da quanto accade e da "chi decide cosa".
Veniamo ai fatti, gli aggettivi ciascun ne metta a piacimento.
Il Presidente Napolitano rimbrotta un cittadino di Lagonegro (Basilicata) che gli chiedeva di non firmare la Legge sullo "Scudo Fiscale". Sostiene il Presidente che, se non firmasse, la norma tornerebbe in Parlamento dove verrebbe riapprovata e quindi sarebbe (Napolitano) comunque costretto a firmare a "stretto giro". "Una lezione di diritto costituzionale", l'ha battezzata un giornalista che pare lavori in Basilicata. In pratica, dice Napolitano che la sua firma è una formalità, un atto dovuto e ineluttabile. La domanda sorge spontanea: a cosa serve? Se un atto è dovuto ed ineluttabile, perché perdere tempo? Si potrebbe modificare la Costituzione e prevedere che per promulgare una Legge occorra solo il timbro della Presidenza della Repubblica; dotare il capo del governo di siffatto prodotto autoinchiostrante e, di conseguenza, accelerare l'iter parlamentare che già è abbastanza lungo e farraginoso. Invece, signor Presidente, non è così. Non ancora! La Sua firma garantisce il "controllo di costituzionalità" delle Leggi e la mancata firma diventa un problema serio, molto serio. Con questo non s'intende sostenere le ragioni di chi avrebbe gradito che il Presidente non firmasse, semplicemente si vuole chiarire che firmando si è assunto una responsabilità. Ha effettuato una valutazione. Ha espresso un giudizio. Tutto assolutamente rispettabile, ma sono responsabilità, precise e sottoscritte responsabilità. Come quelle che Napolitano assunse ai tempi della Primavera di Praga e di cui, correttamente, ha fatto pubblicamente ammenda. Come quella che si è assunto promulgando il Lodo Alfano e di cui sarà chiamato a fare ammenda se la Corte Costituzionale dovesse dichiararne l'incostituzionalità. Ma saranno davvero liberi e scevri da illazioni i giudici che il 6 ottobre esprimeranno questo giudizio? Potranno mai esserlo, dopo l'inusitata intromissione degli interessi governativi che l'avvocatura dello Stato ha ficcato come parte integrante del giudizio di costituzionalità? Poi, il Presidente Napolitano, sempre in quel di Rionero, ha espresso un chiaro giudizio sulla classe politica della Basilicata. Rientra nelle prerogative del Capo dello Stato e nei suoi compiti dare il voto agli amministratori locali? Certamente fa parte della libertà di espressione del proprio pensiero. Napolitano pensa che i maggiorenti lucani della politica e dell'amministrazione siano un concentrato di virtù e li indica come esempio urbi et orbi. Forse ignora, monsieur le President, che fino a qualche mese fa il governatore lucano, Vito De Filippo, non sapeva quanto petrolio si estrae dal sottosuolo di Basilicata e quali controlli vengano effettuati su dette estrazioni. Nemmeno mostra di sapere che tutta la valle del Basento è inquinata della chimica degli anni 60/80. Non fa cenno alla commistione d'interessi che porta la TOTAL e distribuire commesse in cambio di tangenti e posti lavoro che vengono poi venduti a padri umiliati e questuanti. Ignora che un deposito di materiali radioattivi scarica in mare l'acqua di raffreddamento delle barre di combustibile atomico esausto, a Rotondella, a 1500 metri dalla spiaggia frequentata dal popolo lucano (e non). Mostra di non sapere che l'amianto della Materit e quello della Ferbona e quello... hanno mietuto decine di vittime ed altre decine ne mieteranno nei prossimi anni. E non credo conosca molte altre questioncelle che fanno della Basilicata una luogo poco salubre e meno ancora gradevole proprio per la presenza di quella osannata "classe dirigente". Però s'inalbera, Napolitano, e reagisce stizzito dispensando lezioni di non so più cosa. Viene in mente Trilussa:

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe’ quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

venerdì 2 ottobre 2009

Napolitano, Nuzzi, de Magistris e la posta in gioco

È in atto un confronto di idee che stenta a scendere sul piano dei fatti concreti ma che, se dovesse farlo, comporterebbe grandi cambiamenti nella vita degli italiani. La difficoltà ha due fattori determinanti: 1) il “lettore medio” non legge quasi nulla; 2) il “cittadino medio” conosce e partecipa alla vita civica ancora meno. Tuttavia, questo dato di fatto non ci esime dal comunicare; che poi è anche parte della nostra stessa natura. “Dio è comunicazione”, ha scritto recentemente Sua Santità Benedetto XVI e, come si sa, l'uomo fu fatto a Sua immagine e somiglianza.


Caro Piccenna, l'hanno informata che per tutti i personaggi che Lei ha nominato è stata richiesta l'archiviazione? (1 ottobre 2009 19.39)


Caro anonimo,
il fatto che sia stata chiesta l'archiviazione e che, come Lei ben sa, è stata proposta opposizione all'archiviazione, comporterà un "grado di giudizio" tutto da esperire. Un Giudice, cioè, dovrà decidere se accogliere la richiesta di archiviazione o rigettarla disponendo il rinvio coatto a giudizio ovvero ulteriori indagini. Le sembra corretto e segno di credibilità per il sistema giudiziario italiano che gli indagati per gravissimi reati si accompagnino in pubblico e persino a cena (Emilio Nicola Buccico e Vito De Filippo) con la massima autorità dello Stato nonché presidente del Supremo Organo di Autogoverno della Magistratura nell'imminenza di un così delicato giudizio? Non cambierebbe di una virgola se il PM avesse chiesto il rinvio a giudizio. Una cosa è la presunzione di non colpevolezza, altra cosa la presunzione d'impunità. Altra cosa ancora, l'opportunità di apparire terzi. Specie quando ad esserlo si fa fatica. (1 ottobre 2009 23.50)


I commenti innanzi riportati sono relativi alla pubblicazione dell'articolo: "Napolitano in Basilicata stringerà la mano delle massime autorità: molti sono indagati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari" sul blog www.toghelucane.blogspot.com. Sono indicativi di una mentalità che è ormai diffusa tanto che anche le evidenze più solari faticano a penetrarla. Per alcuni la richiesta di archiviazione è una assoluzione a tutto campo, per altri la richiesta di rinvio a giudizio è una condanna anticipata. Poi le parti s'invertono. Per gli altri! La richiesta di archiviazione diventa la presunzione di un privilegio riservato a chi "non si vuol colpire" e la richiesta di rinvio a giudizio la "persecuzione" giudiziaria che si accanisce contro le vittime designate.
Entrambi i ragionamenti sono legittimi ma saltano l'essenziale: si tratta delle opinioni di un Pubblico Ministero, legittime e (si spera) ben fondate e supportate che devono essere valutate da un giudice (Gip/Gup) in un contesto in cui le "parti" avranno modo e spazio per far valere le proprie ragioni. Chi è accusato potrà difendersi, chi è "Parte offesa" potrà insistere nel dolersi. In tutto questo semplice meccanismo, sarebbe opportuno che il giudice venisse lasciato in pace e non subisse alcuna forma di pressione. Vedere il proprio giudicando in pubblico con il Presidente della Repubblica ed a cena con il Presidente del CSM (che poi sono la stessa persona) non è vietato. È solo inopportuno. Una semplice delicatezza verso l'On. Giorgio Napolitano, avrebbe consigliato di evitargli l'imbarazzo o, quantomeno, non metterlo nelle condizioni di affrontare prove delicate. Invece no! Non viene meno il rispetto e la deferenza verso la persona e l'istituzione, ma non si può evitare di avanzare qualche critica all'entourage. Diritto tutelato dalla Costituzione Repubblicana.


p.s. Può essere utile rileggere alcuni articoli pubblicati recentemente che forniscono a tutto tondo il quadro di un momento delicato per le istituzioni repubblicane e per l'ufficio della Presidenza della Repubblica da cui si continua (invano) ad attendere qualche risposta: "una lettera che non avrei mai voluto scrivere" di Luigi de Magistris; Cari colleghi, dove eravate? di Gabriella Nuzzi; Napolitano in Basilicata stringerà la mano delle massime autorità: molti sono indagati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari di Nicola Piccenna

Luigi de Magistris: "una lettera che non avrei mai voluto scrivere"

È una lettera che non avrei mai voluto scrivere. È uno scritto che evidenzia quanto sia grave e serio lo stato di salute della democrazia nella nostra amata Italia. È una lettera con la quale Le comunico, formalmente, le mie dimissioni dall’Ordine Giudiziario.


Lei non può nemmeno lontanamente immaginare quanto dolorosa sia per me tale decisione.


Sebbene l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro - come recita l’art. 1 della Costituzione - non sono molti quelli che possono fare il lavoro che hanno sognato; tanti il lavoro non lo hanno, molti sono precari, altri hanno dovuto piegare la schiena al potente di turno per ottenere un posto per vivere, altri vengono licenziati come scarti sociali, tanti altri ancora sono cassintegrati. Ebbene, io ho avuto la fortuna di fare il magistrato, il mestiere che avevo sognato fin dal momento in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Federico II” di Napoli, luogo storico della cultura giuridica. La magistratura ce l’ho nel mio sangue, provengo da quattro generazioni di magistrati. Ho respirato l’aria di questo nobile e difficile mestiere sin da bambino. Uno dei giorni più belli della mia vita è stato quando ho superato il concorso per diventare uditore giudiziario. Una gioia immensa che mai avrei potuto immaginare destinata a un epilogo così buio. E’ cominciata con passione, idealità, entusiasmo, ma anche con umiltà ed equilibrio, la missione della mia vita professionale, come in modo spregiativo la definì il rappresentante della Procura Generale della Cassazione durante quel simulacro di processo disciplinare che fu imbastito nei miei confronti davanti al Csm. Per me, esercitare le funzioni giudiziarie in ossequio alla Costituzione Repubblicana significava tentare di dare una risposta concreta alla richiesta di giustizia che sale dai cittadini in nome dei quali la Giustizia viene amministrata. Quei cittadini che - contrariamente a quanto reputa la casta politica e dei poteri forti - sono tutti uguali davanti alla legge. Del resto Lei, signor Presidente, che è il custode della Costituzione, ben conosce tali inviolabili principi costituzionali e mi perdoni, pertanto, se li ricordo a me stesso.


I modelli ai quali mi sono ispirato sin dall’ingresso in magistratura - oltre a mio padre, il cui esempio è scolpito per sempre nel mio cuore e nella mia mente - sono stati magistrati quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ed è nella loro memoria che ho deciso di sventolare anch’io l’agenda rossa di Borsellino, portata in piazza con immensa dignità dal fratello Salvatore. Ho sempre pensato che chi ha il privilegio di poter fare quello che sogna nella vita debba dare il massimo per il bene pubblico e l’interesse collettivo, anche a costo della vita. Per questo decisi di assumere le funzioni di Pubblico Ministero in una sede di trincea, di prima linea nel contrasto al crimine organizzato: la Calabria. Una terra da cui, in genere, i magistrati forestieri scappano dopo aver svolto il periodo previsto dalla legge e dove invece avevo deciso (ingenuamente) di restare.


Ho dedicato a questo lavoro gli anni migliori della mia vita, dai 25 ai 40, lavorando mai meno di dodici ore al giorno, spesso anche di notte, di domenica, le ferie un lusso al quale dover spesso rinunciare. Sacrifici enormi, personali e familiari, ma nessun rimpianto: rifarei tutto, con le stesse energie e il medesimo entusiasmo.


In questi anni difficili, ma entusiasmanti, in quanto numerosi sono stati i risultati raggiunti, ho avuto al mio fianco diversi colleghi magistrati, significativi settori della polizia giudiziaria, un gruppo di validi collaboratori. Ho cercato sempre di fare un lavoro di squadra, di operare in pool. Parallelamente al consolidarsi dell’azione investigativa svolta, però, si rafforzavano le attività di ostacolo che puntavano al mio isolamento, alla de-legittimazione del mio lavoro, alle più disparate strumentalizzazioni. Intimidazioni, pressioni, minacce, ostacoli, interferenze. Attività che, talvolta, provenivano dall’esterno delle Istituzioni, ma il più delle volte dall’interno: dalla politica, dai poteri forti, dalla stessa magistratura. Signor Presidente, a Lei non sfuggirà, quale Presidente del CSM, che l’indipendenza della magistratura può essere minata non solo dall’esterno dell’ordine giudiziario, ma anche dall’interno: ostacoli nel lavoro quotidiano da parte di dirigenti e colleghi , revoche e avocazioni illegali, tecniche per impedire un celere ed efficace svolgimento delle inchieste.


Ho condotto indagini nei settori più disparati, ma solo quando mi occupavo di reati contro la Pubblica amministrazione diventavo un cattivo magistrato. Posso dire con orgoglio che il mio lavoro a Catanzaro procedeva in modo assolutamente proficuo in tutte le direzioni, come impone il precetto costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale, corollario del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La polizia giudiziaria lavorava con sacrifici enormi, perché percepiva che risultati straordinari venivano raggiunti. Le persone informate dei fatti testimoniavano e offrivano il loro contributo. Lo Stato c’era ed era visibile, in un territorio martoriato dal malaffare. Le inchieste venivano portate avanti tutte, senza insabbiamenti di quelle contro i poteri forti (come invece troppe volte accade). Questo modo di lavorare, il popolo calabrese - piaccia o non piaccia al sistema castale - lo ha capito, mostrandoci sostegno e solidarietà. Non è poco, signor Presidente, in una Regione in cui opera una delle organizzazioni mafiose più potenti del mondo. E che lo Stato stesse funzionando lo ha compreso bene anche la criminalità organizzata. Tant’è vero che si sono subito affinate nuove tecniche di neutralizzazione dei servitori dello Stato che si ostinano ad applicare la Costituzione Repubblicana.


Non so se Ella, Signor Presidente, condivide la mia analisi. Ma a me pare che - dopo la stagione delle stragi di mafia culminate nel 1992 con gli attentati di Capaci e di via D’Amelio e dopo la strategia della tensione delle bombe a grappolo in punti nevralgici del Paese nel 1993 - le mafie hanno preso a istituzionalizzarsi. Hanno deciso di penetrare diffusamente nella cosa pubblica,nell’economia, nella finanza. Sono divenute il cancro della nostra democrazia. Controllano una parte significativa del prodotto interno lordo del nostro paese, hanno loro rappresentanti nella politica e nelle Istituzioni a tutti i livelli, nazionali e territoriali. Nemmeno la magistratura e le forze dell’ordine sono rimaste impermeabili. Si è creata un’autentica emergenza democratica, da sconfiggere in Italia e in Europa. Gli ostacoli più micidiali all’attività dei servitori dello Stato sono i mafiosi di Stato: quelli che indossano abiti istituzionali, ma piegano le loro funzioni a interessi personali, di gruppi, di comitati d’affari, di centri di potere occulto. Non mi dilungo oltre, perché credo che al Presidente della Repubblica tutto questo dovrebbe essere noto.


Ebbene oggi, Signor Presidente, non è più necessario uccidere i servitori dello Stato: si creerebbero nuovi martiri; magari, ai funerali di Stato, il popolo prenderebbe di nuovo a calci e sputi i simulacri del regime; l’Europa ci metterebbe sotto tutela. Non vale la pena rischiare, anzi non serve. Si può raggiungere lo stesso risultato con modalità diverse: al posto della violenza fisica si utilizza quella morale, la violenza della carta da bollo, l’uso illegale del diritto o il diritto illegittimo, le campagne diffamatorie della propaganda di regime, si scelga la formula che più piace. Che ci vuole del resto, signor Presidente, per trasferire un magistrato perbene, un poliziotto troppo curioso, un carabiniere zelante, un finanziere scrupoloso, un prete coraggioso, un funzionario che non piega la schiena, o per imbavagliare un giornalista che racconta i fatti? E’ tutto molto semplice, quasi banale. Ordinaria amministrazione. Per allontanare i servitori dello Stato e del bene pubblico, bisogna prima isolarli, delegittimarli, diffamarli, calunniarli. A questo servono i politici collusi, la stampa di regime al servizio dei poteri forti, i magistrati proni al potere, gli apparati deviati dello Stato.


La solitudine è una caratteristica del magistrato, l’isolamento è un pericolo. Ebbene, in Calabria, mentre le persone rispondevano positivamente all’azione di servitori dello Stato vincendo timori di ritorsioni, spezzando omertà e connivenze, pezzi significativi delle Istituzioni contrastavano le attività di magistrati e forze dell’ordine con ogni mezzo.


Quello che si è realizzato negli anni in Calabria sul piano investigativo è rimasto ignoto, in quanto la cappa esercitata anche dalla forza delle massonerie deviate impediva di farlo conoscere all’esterno. Il resto del Paese non doveva sapere.


Si praticava la scomparsa dei fatti. Quando però le vicende sono cominciate a uscire dal territorio calabrese, l’azione di sabotaggio si è fatta ancor più violenta e repentina. Invece dello sbarco degli Alleati, c’è stato quello della borghesia mafiosa che soffoca la vita civile calabrese.


L’azione dello Stato produceva risultati in termini di indagini, restituiva fiducia nelle Istituzioni, svelava i legami tra mafia “militare” e colletti bianchi, smascherava il saccheggio di denaro pubblico perpetrate da politici collusi, (im)prenditori criminali e pezzi deviati delle Istituzioni a danno della stragrande maggioranza della popolazione, scoperchiava un mercato del lavoro piegato a interessi illeciti, squadernava il controllo del voto e, quindi, l’inquinamento e la confisca della democrazia.


Sono cose che non si possono far conoscere, signor Presidente. Altrimenti poi il popolo prende coscienza, capisce come si fanno affari sulla pelle dei più deboli, dissente e magari innesca quella democrazia partecipativa che spaventa il sistema di potere che opprime la nostra democrazia. Una presa di coscienza e conoscenza poteva scatenare una sana e pacifica ribellione sociale.


Lei, signor Presidente, dovrebbe conoscere - sempre quale Presidente del CSM - le attività messe in atto ai miei danni. Mi auguro che abbia assunto le dovute informazioni su quello che accadeva in Calabria per fermare il lavoro che stavo svolgendo in ossequio alla legge e alla Costituzione. Avrà potuto così notare che è stata messa in atto un’attività di indebito esercizio di funzioni istituzionali al solo fine di bloccare indagini che avrebbero potuto ricostruire fatti gravissimi commessi in Calabria (e non solo) da politici di destra, di sinistra e di centro, da imprenditori, magistrati, professionisti, esponenti dei servizi segreti e delle forze dell’ordine. Tutto ciò non era tollerabile in un Paese ad alta densità mafiosa istituzionale. Come poteva un pugno di servitori dello Stato pensare di esercitare il proprio mandato onestamente applicando la Costituzione?


Signor Presidente, Lei - come altri esponenti delle Istituzioni - è venuto in Calabria, ha esortato i cittadini a ribellarsi al crimine organizzato e ad avere fiducia nelle Istituzioni. Perché, allora, non è stato vicino ai servitori dello Stato che si sono imbattuti nel cancro della nostra democrazia, cioè nelle più terribili collusioni tra criminalità organizzata e poteri deviati?


Non ho mai colto alcun segnale da parte Sua in questa direzione, anzi. Eppure avevo sperato in un Suo intervento, anche pubblico: ero ancora nella fase della mia ingenuità istituzionale. Mi illudevo nella neutralità, anzi nell’imparzialità dei pubblici poteri. Poi ho visto in volto, pagando il prezzo più amaro, l’ingiustizia senza fine.


Sono stato ostacolato, mi sono state sottratte le indagini, mi hanno trasferito, mi hanno punito solo perché ho fatto il mio dovere, come poi ha sancito l’Autorità Giudiziaria competente. Ma intanto l’obiettivo era stato raggiunto, anche se una parte del Paese aveva e ha capito quel che è accaduto, ha compreso la posta in gioco e me l’ha testimoniato con un affetto che Lei non può nemmeno immaginare. Un affetto che costituisce per me un’inesauribile risorsa aurea.


Ho denunciato fatti gravissimi all’Autorità giudiziaria competente, la Procura della Repubblica di Salerno: me lo imponeva la legge e prima ancora la mia coscienza. Magistrati onesti e coraggiosi hanno avuto il solo torto di accertare la verità, ma questa ancora una volta era sgradita al potere. E allora anche loro dovevano pagare, in modo ancora più duro e ingiusto: la lezione impartita al sottoscritto non era stata sufficiente.


La logica di regime del “colpirne uno per educarne cento” usata nei miei confronti non bastava ancora a scalfire quella parte della magistratura che è l’orgoglio del nostro Paese. Ci voleva un altro segnale forte, proveniente dalle massime Istituzioni, magistratura compresa: la ragion di Stato (ma quale Stato, signor Presidente?) non può tollerare che magistrati liberi, autonomi e indipendenti possano ricostruire fatti gravissimi che mettono in pericolo il sistema criminale di potere su cui si regge, in parte, il nostro Paese.


Quando la Procura della Repubblica di Salerno - un pool di magistrati, non uno “antropologicamente diverso”, come nel mio caso - ha adottato nei confronti di insigni personaggi calabresi provvedimenti non graditi a quei poteri che avevano agito per distruggermi, ecco che il circuito mediatico-istituzionale, ai più alti livelli, ha fatto filtrare il messaggio perverso che era in atto una “lite fra Procure”, una guerra per bande. Una menzogna di regime: nessuna guerra vi è stata, fra magistrati di Salerno e Catanzaro. C’era invece semplicemente, come capirebbe anche mio figlio di 5 anni, una Procura che indagava, ai sensi dell’art. 11 del Codice di procedura penale, su magistrati di un altro distretto. E questi, per ostacolare le indagini, hanno a loro volta indagato i colleghi che indagavano su di loro, e me quale loro istigatore. Un mostro giuridico. Un’aberrazione di un sistema che si difende dalla ricerca della verità, tentando di nascondersi dietro lo schermo di una legalità solo apparente.


Questa menzogna è servita a buttare fuori dalle indagini (e dalla funzioni di Pm) tre magistrati di Salerno, uno dei quali lasciato addirittura senza lavoro. Il messaggio doveva essere chiaro e inequivocabile: non deve accadere più, basta, capito?!


Signor Presidente, io credo che Lei in questa vicenda abbia sbagliato. Lo affermo con enorme rispetto per l’Istituzione che Lei rappresenta, ma con altrettanta sincerità e determinazione. Ricordo bene il Suo intervento - devo dire, senza precedenti - dopo che furono eseguite le perquisizioni da parte dei magistrati di Salerno. Rimasi amareggiato, ma non meravigliato.


Signor Presidente, questo sistema malato mi ha di fatto strappato di dosso la toga che avevo indossato con amore profondo. E il fatto che non mi sia stato più consentito di esercitare il mestiere stupendo di Pubblico ministero mi ha spinto ad accettare un’avventura politica straordinaria. Un’azione inaccettabile come quella che ho subìto può strapparmi le amate funzioni, può spegnere il sogno professionale della mia vita, può allontanarmi dal mio lavoro, ma non può piegare la mia dignità, né ledere la mia schiena dritta, né scalfire il mio entusiasmo, né corrodere la mia passione e la volontà di fare qualcosa di utile per il mio Paese.


Nell’animo, nel cuore e nella mente, sarò sempre magistrato.


Nella Politica, quella con la P maiuscola, porterò gli stessi ideali con cui ho fatto il magistrato, accompagnato dalla medesima sete di giustizia, i miei ideali e valori di sempre (dai tempi della scuola) saranno il faro del nuovo percorso che ho intrapreso. Darò il mio contributo affinché i diritti e la giustizia possano affermarsi sempre di più e chi soffre possa utilizzarmi come strumento per far sentire la sua voce.


È per questo che, con grande serenità, mi dimetto dall’Ordine giudiziario, dal lavoro più bello che avrei potuto fare, nella consapevolezza che non mi sarebbe più consentito esercitarlo dopo il mandato politico. Lo faccio con un ulteriore impegno: quello di fare in modo che ciò che è successo a me non accada mai più a nessuno e che tanti giovani indossino la toga non con la mentalità burocratica e conformista magistralmente descritta da Piero Calamandrei nel secolo scorso, come vorrebbe il sistema di potere consolidato, ma con la Costituzione della Repubblica nel cuore e nella mente.


di Luigi De Magistris (Tratto da Il Fatto Quotidiano dell'1.10.2009)

giovedì 1 ottobre 2009

Cari colleghi, dove eravate?

L’imprevedibilità degli eventi, insuperabile limite umano.
Essa ha segnato il cammino della storia, aprendo ai grandi cambiamenti e alle conquiste di civiltà.


Nell’apparente quiete di un ancient regime ormai assai prossimo alla perfezione, l’imprevedibile è accaduto.
Una falla nel sistema. L’inaspettato logorìo dei meccanismi di controllo.
Meccanismi perversi, criminosi, grazie ai quali gruppi di potere trasversale hanno usurpato posti strategici all’interno delle istituzioni del Paese, generando un tentacolare sovra-apparato che ne plagia il funzionamento democratico per asservirlo al culto del dominio personale e del profitto.
Meccanismi spietati, dietro i quali sono celati i misteri delle innumerevoli stragi della nostra storia repubblicana, servite solo a instillare nel popolo suddito, atterrito e prostrato al bisogno, l’illusione di un governo stabile e forte, in grado di fronteggiare e sconfiggere l’ombra di un apparente nemico, di cui, in realtà, era già prigioniero.
Meccanismi di spionaggio e dossieraggio illegali, micidiali armamenti di un potere senza colore, invisibile e onnipresente, il vero grande Segreto di Stato; impiegati per ordire, con la clava della denigrazione, strategie di annientamento di uomini scomodi impegnati nella ricerca della verità, da seppellire, per sempre, nel sepolcro della grande menzogna.


Imprevedibilmente, quei meccanismi sono impazziti, il controllo è sfuggito di mano.
Dietro la patina scrostata di un mondo surreale, si intravedono, ridotti in macerie, gli antichi spazi di libertà, autonomia, eguaglianza sociale, ai quali i nostri padri hanno donato, nella lotta, le loro semplici vite.
Da ogni parte si levano cori di autorevoli voci; indignate, incitano a levare gli scudi, perché la democrazia è in grave pericolo.
Le forze politiche di opposizione organizzano proteste a difesa della Libera Stampa, l’associazione nazionale delle toghe invoca tutele alla sua indipendenza.


Dov’ erano costoro quando suonavano i primi campanelli d’allarme?
Dov’erano, quando scoppiavano i casi dei colleghi De Magistris e Forleo, impunemente additati come cattivi magistrati; quando, senza decenza, veniva profusa alla pubblica opinione l’enorme bugia della Guerra tra le Procure di Salerno e Catanzaro?
Dov’era allora la verità?
Eppure, l’evidenza dei fatti era scritta nelle carte, migliaia di atti processuali che raccontano dell’illecita gestione di finanziamenti e appalti, di corruzioni giudiziarie, di indagini avviate e poi sparite nel nulla, di agenzie di sicurezza e organi di informazione, di magistrati controllati, delegittimati, esautorati delle loro funzioni.
Dov’erano quei politici, quelle toghe, le illustri firme del giornalismo italiano che oggi gridano allo scandalo dell’autoritarismo?
La paura li aveva forse paralizzati, rendendoli ciechi, muti, sordi?
Non preferirono, allora, seguire le scorciatoie della denigrazione, degli insulti gratuiti o, ancor peggio, dell’indifferenza e del silenzio, tutti compatti nella irrazionale difesa di simulacri sacri ed inviolabili, da preservare ad ogni costo?
E dov’era la grande “libera stampa” quando si levavano, isolate, le coraggiose voci del dissenso?
Non si adeguò forse anch’essa - né più né meno della “stampa di regime” - ai diktat dell’oscuramento, della mistificazione, dell’omertà e dell’emarginazione, dimostrandosi suddita del proprio padrone?
Certo è che quella verità avrebbe consentito di svelare i meccanismi del sistema e di arrestarne il funzionamento. Troppo scomoda però, forse perché non partigiana.
Più facile e conveniente espellere i virus e ridurli in quarantena.


Dunque, il tempo delle domande - e delle riflessioni - non è ancora finito.
Sorge il dubbio che le nobili cause, rispolverate oggi con tanto fervore, siano utili a rinvigorire qua e là il consenso in un popolo stanco e stremato.
Intanto, l’imprevedibile può ancora accadere. Che taccia il chiacchiericcio volgare di chi, assai vigliaccamente, ancora getta acqua al suo mulino per giustificare le nefandezze compiute; che i fatti siano finalmente resi alla pubblica opinione; che le responsabilità siano accertate e punite.


La ricerca della verità accomuna Giustizia ed Informazione, ma non è una lucina debole e fioca, che si accende e si spegne all’intermittenza della ipocrisia e della convenienza politica.
E’ un faro immenso, luminosissimo, perennemente fisso sulla coscienza umana, unica vera guida verso un autentico rinnovamento.


di Gabriella Nuzzi (magistrato) - 30 settembre 2009 (tratto da “IL FATTO Quotidiano”)

martedì 29 settembre 2009

Napolitano in Basilicata stringerà la mano delle massime autorità: molti sono indagati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari

Ill.mo Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
a pochi giorni dall'annunciata visita in Basilicata mi lasci esprimere, anche a nome di tanti lucani probi, il ringraziamento per la decisione di programmare questo viaggio istituzionale in una Regione d'Italia che ha sempre guardato con fiducia e apprezzamento all'impegno ed all'abnegazione con cui Ella svolge l'alto compito che la Costituzione ed il Parlamento le affidano.
Forse, ci piace pensare che questa decisione sia stata determinata anche dalle numerose istanze che negli ultimi due anni sono state indirizzate al Suo Alto Ufficio da singoli cittadini, da associazioni di categoria e, nel novembre 2008, da una nutrita assemblea di lucani tenutasi a Matera: circa seicento persone.
Molti si erano sfiduciati, non riconoscendo nelle brevi e apparentemente evasive risposte quell'impegno doveroso che si aspettavano dal massimo garante delle istituzioni repubblicane. Si sbagliavano, evidentemente, e fra qualche giorno ne avranno la conferma certa.
Avevano sottoposto, alla S.S. Ill.a, il grave disagio di chi assiste al progressivo sfaldarsi dell'autorevolezza del sistema giudiziario i cui vertici erano (e sono tuttora) coinvolti in procedimenti penali sottesi a gravissime ipotesi di reato: associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, per una pluralità di situazioni, fatti e comportamenti che coinvolgevano il Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Potenza (Dr. Vincenzo Tufano), il Procuratore Capo presso il Tribunale di Matera (Dr. Giuseppe Chieco), il Sindaco di Matera (Avv. Emilio Nicola Buccico) e numerosi altri tra magistrati, componenti delle forze dell'ordine, parlamentari, politici regionali e amministratori locali.
Questo stato dei fatti, sul piano delle considerazioni di opportunità che, come si sa, sono poste a tutela degli indagati e non già ad anticipazione di condanna vigendo l'insuperabile presunzione di non colpevolezza, avrebbe postulato un allontanamento dai luoghi e dalle funzioni nell'esplicazione delle quali gli ipotizzati crimini sarebbero stati commessi. Per molto meno e con lodevole solerzia, il CSM, su sollecitazioni di varia fonte, aveva trasferito Luigi De Magistris e, poco dopo, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e Luigi Apicella (tutti sono risultati assolutamente estranei a condotte criminose ed hanno emesso provvedimenti confermati in tutti i gradi di giudizio). Fatti, nomi e circostanze che Sua Signoria Ill.ma ha ben conosciuto e seguito. Arrivando a chiedere gli atti quando ancora erano in corso le operazioni d'indagine e suscitando polemiche strumentali di chi pretendeva di far passare per indebita ingerenza quella che era la grande sensibilità istituzionale che da sempre contraddistingue il Suo operato. Se si aggiunge, cosa che al fine intuito giurisdizionale della Sua Signoria Illustrissima non sfugge, che la comunanza degli interessi in sede giudiziaria rendeva impossibile la credibilità del doveroso ed indispensabile ruolo di vigilanza del Procuratore Generale (Tufano) sul Procuratore Capo (Chieco); ecco appalesarsi in tutta la sua ineluttabilità l'urgenza del ripristino delle compatibilità funzionali, allontanando tanto il Chieco che il Tufano. Ebbene, Signor Presidente, il questo viaggio lucano, finalmente, avrà ben modo di esplicitare la Sua posizione e rimuovere il vulnus che pesa sulla credibilità dell'istituzione giudiziaria in Basilicata. La Sua sola presenza, verosimilmente accompagnata da quella degli indagati per gravissimi reati contro la pubblica amministrazione, tra cui l'associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, potrà apparire come una vicinanza addirittura condizionante dei gradi di giudizio imminenti. Come potrà evitare di stringere la mano di quegli indagati che rivestono ruoli istituzionali? Quando i flash dei media la inquadreranno con Emilio Nicola Buccico, Giuseppe Chieco, Vincenzo Tufano, Gaetano Bonomi (Sost. Proc. Gen. a Potenza), Filippo Bubbico (Sen. Pd), Felicia Genovese (magistrato), Giuseppe Labriola (consigliere provinciale), Nicolino Lopatriello (sindaco di Policoro), Vito De Filippo (Governatore della Basilicata, nel suo caso l'associazione era ipotizzata come finalizzata alla truffa aggravata ai danni dello Stato), non correrà il rischio di ingenerare pettegolezzi, dicerie e maldicenze? Chi ben conosce l'alta sensibilità della S.S.Ill.ma, non dubita che queste considerazioni siano state già valutate ben prima di pianificare questo viaggio. E quindi, c'è da attendersi che interventi chiari ed espliciti anticipino e vanifichino ogni impropria strumentalizzazione da parte di quanti volessero usarla come scudo alle proprie responsabilità. Anche per questo, sin d'ora, La ringrazio personalmente anche a nome dei tanti che indubitabilmente condividono queste brevi osservazioni.
Deferenti Ossequi
Nicola Piccenna

domenica 27 settembre 2009

Nuzzi, Verasani, Apicella, De Magistris: si è trattato di EPURAZIONE?

Adesso lo possiamo dire forte: Il trasferimento di sede, la modifica delle funzioni, la sospensione dallo stipendio, provvedimenti che in diversa misura il CSM ha comminato ai magistrati Apicella, Nuzzi, Verasani e De Magistris, non hanno alcun fondamento giuridico. Che la Suprema Corte di Cassazione li abbia poi confermati (nel caso del Dr. De Magistris si limitò a lavarsi pilatescamente le mani) è l'ulteriore conferma del degrado istituzionale in cui versa la giustizia in Italia. Per essere chiari sino in fondo, il palese abuso compiuto ai danni di questi magistrati si poteva raccontare (ed alcuni l'hanno fatto) da un bel pezzo. Dal giorno in cui i magistrati di Catanzaro ebbero a controsequestrare quanto era stato sequestrato loro dai magistrati di Salerno. Ma oggi si può dire di più e meglio. Perché l'ha detto un magistrato. Perché è scritto in una sentenza. Perché non si può difendere l'istituzione "Giustizia" senza che anche i magistrati facciano la loro parte. (Filippo de Lubac)


Il 9 settembre 2009, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Perugia ha archiviato il procedimento penale nei confronti dei colleghi Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e Luigi De Magistris, relativo alla vicenda delle indagini della Procura di Salerno bloccate da provvedimenti disciplinari adottati dal Consiglio Superiore della Magistratura – con tempi e modi che a noi e a tanti appaiono tecnicamente illegittimi – nei confronti dei magistrati inquirenti.



Abbiamo pubblicato – a questo link – il testo del provvedimento di archiviazione.
Esso è particolarmente interessante, perché offre l’ennesima riprova dell’infondatezza degli argomenti addotti dal C.S.M. – e poi anche dalla Corte di Cassazione (la sentenza della Corte è a questo link) – contro i magistrati della Procura di Salerno.



Il trasferimento di quei colleghi e addirittura la sospensione del dr Apicella dalle funzioni e dallo stipendio sono stati disposti con provvedimenti dei quali in altri scritti abbiamo illustrato i profili di infondatezza e di illegittimità.
In quei provvedimenti e nella campagna di stampa che, orchestrata da chi vi aveva interesse, li ha propagandati all’opinione pubblica, si affermano come vere, fra le altre, tre circostanze che sono sempre apparse con tutta evidenza non vere e che il G.I.P. di Perugia ancora una volta si incarica di smentire.
In particolare:


1. non è vero che le perquisizioni disposte dai magistrati di Salerno siano state eseguite in maniera offensiva e/o lesiva della dignità dei magistrati perquisiti (come sostenuto con urla e strepiti in televisione e in ogni dove), essendo vero l’esatto contrario e, cioè, che, come scrive il G.I.P. di Perugia, è «stato compiuto ogni sforzo per rendere meno traumatico possibile lo svolgimento dell’incombente in un contesto di comprensibile disagio»;


2. non è vero che i magistrati di Catanzaro avevano offerto agli inquirenti di Salerno le copie degli atti che essi per molti mesi avevano richiesto invano, essendo vero l’esatto contrario, sicché il sequestro era, per questo e per altri motivi, non solo legittimo, ma addirittura necessario;


3. non è vero che il sequestro disposto dai colleghi Apicella, Verasani e Nuzzi era un sequestro “preventivo”, come sostenuto contro l’evidenza dal C.S.M. e dalla Cassazione, essendo esso, invece, un sequestro “probatorio”.


I provvedimenti del C.S.M. nei confronti dei magistrati di Salerno hanno bloccato le loro indagini e reso vani, nei fatti, i provvedimenti da loro legittimamente adottati e confermati nelle sedi giudiziarie competenti.


Al di là di qualunque opinione che ciascuno può avere sulle ragioni per le quali i Consiglieri del C.S.M. hanno fatto questo, in uno stato democratico la legittimità dei provvedimenti si misura valutando la fondatezza o meno delle motivazioni esposte per giustificarli.


Le motivazioni addotte dal C.S.M. prima e dalla Corte di Cassazione poi nel caso dei colleghi Apicella, Verasani e Nuzzi appaiono sotto diversi profili palesemente infondate.


Cosa tutto questo significhi per la magistratura e per il Paese ognuno può agevolmente comprenderlo.


A noi, in questo tempo nel quale gli abusi di potere e del potere sembrano diventati parte della Costituzione materiale del Paese, resta l’amarezza più profonda per avere dovuto assistere a una delle più clamorose interferenze del potere – interno ed esterno alla magistratura – sull’indipendenza dei magistrati e sul loro lavoro, non solo senza che questo suscitasse una virile e clamorosa indignazione della magistratura associata e delle istituzioni preposte ai controlli di legalità, ma addirittura con l’avallo esplicito di tutti costoro.


L’epurazione dei colleghi Apicella, Verasani e Nuzzi con una procedura disciplinare nella quale i loro diritti di difesa sono stati compressi oltre ogni pensabilità costituisce, a nostro modo di vedere, un vulnusgravissimo e definitivo su qualunque speranza di indipendenza dei magistrati.


Oltre che, ovviamente, una grave ingiustizia nei confronti dei colleghi Apicella, Verasani e Nuzzi, rei di avere onorato con coraggio e coerenza i loro doveri professionali. (tratto da www.toghe.blogspot.com: "Dal G.I.P. di Perugia l’ennesima smentita delle tesi del C.S.M. e della Cassazione contro i magistrati della Procura di Salerno")

mercoledì 23 settembre 2009

Non manca la libertà di stampa, mancano gli uomini liberi (giornalisti e non)

E' indubitabile che da destra e da manca si tenti di intimidire i giornalisti e gli editori con querele, risarcimenti miliardari e minacce di ogni genere; compresi i volgari ricatti. Persino fra colleghi giornalisti, fioccano i messaggi propri del "terrorismo mediatico" ed arrivano quasi sempre a segno.
Infatti, difficile ci appare comprendere di cosa si lamentino tanti giornalisti quando piangono sull'assenza della libertà di stampa. Piuttosto dovrebbero parlare della codardia (forse è un po' forte, ma rende l'idea) o del ricatto dei viveri: cui troppi soggiacciono. Come se si potesse combattere una guerra (quella dell'informazione, beninteso) pretendendo di non subire nemmeno una scalfittura.
Chiedetelo a Vulpio (al secolo Carlo, inviato del Corriere della Sera), che ha pubblicato quello che voleva e ne sta ancora pagando le conseguenze. Lo rifaresti? Ebbi a chiedergli qualche giorno dopo la "messa in castigo". Rispose subito: "certamente". Lo rifaresti? Gli ho chiesto qualche ora fa. "Certissimamente". La libertà di stampa è un concetto astruso, un sofisma, realtà virtuale utile a qualche trombone per giustificare qualche plus, e non fatemi dire altro. I giornalisti liberi, più in generale gli uomini liberi, sono una cosa concreta, tangibile, incontrabile per la strada, rara.
Piuttosto che tenere il broncio e gridare indignati nelle cosiddette "manifestazioni", scrivete della sentenza del Gip di Perugia (non luogo a procedere per De Magistris, Nuzzi, Verasani, Apicella ed altri quattro o cinque magistrati); scrivete dell'Avvocatura dello Stato che pretende di piegare la Corte Costituzionale alle "necessità" politiche del Governo (o del Governante) sul Lodo Alfano; scrivete dell'istanza firmata da 600 cittadini italiani a Matera (22 novembre 2008) che chiedevano al Presidente Napolitano la rimozione del Procuratore Capo di Matera (Giuseppe Chieco) e del Procuratore Generale di Potenza (Vincenzo Tufano). Scrivete, spiegate, documentate, pensate che qualcuno potrà impedire a Voi delle grandi testate nazionali quello che non è riuscito ad impedire ad una piccola testata come "Il Resto"? Temete quello che non temono nemmeno modesti giornalisti di provincia indagati, perquisiti ed intercettati da anni (impunemente) dalla Procura di Matera?
Non pretendo pubblica ammenda e nemmeno celebrazioni solenni, almeno un po' di rossore, un briciolo di vergogna, un accenno di coraggio e dignità, dignità quanto basta!
Nicola Piccenna, giornalista pubblicista tessera n. 120256 (Basilicata)

lunedì 21 settembre 2009

Nicola Mancino, l'obbligo dell'azione penale per lui non esiste!

Ascoli Piceno. "Sto aspettando da anni che Nicola Mancino venga interrogato dai magistrati come imputato nell'ambito delle ultime indagini sulla strage di Via D'Amelio, e non solo come persona informata dei fatti come e' stato fatto il 17 settembre". Lo ha detto ieri sera ad Ascoli Piceno, nel corso di un incontro pubblico, Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo ucciso dalla mafia nel luglio del 1992. "Come fa Mancino, che guarda caso subito dopo l'incontro del 1 luglio '92 fu nominato Ministro degli Interni - aggiunge Borsellino - (in realtà Mancino era già stato nominato da qualche giorno, si insediò il 1° luglio 1992; ndr) a non ricordare l'incontro con mio fratello, e addirittura a dire che non lo conosceva fisicamente? Mio fratello era conosciuto da tutti, a livello pubblico, figuriamo da uomini politici cosi' importanti". Salvatore Borsellino, accompagnato ad Ascoli da Gioacchino Cenchi, ha poi affermato che "finalmente dopo 17 anni di lotte e battaglie per la verita' e la giustizia sulla strage di Via D'Amelio, ora, per merito di giudici coraggiosi cominciano ad emergere alcune rivelazioni importanti su quelle vicende : ma siamo ancora lontani dal cuore della verita' stessa, e dai contenuti della trattativa intercorsa tra esponenti dello Stato e delle Mafia". (da www.antimafia2000.com).


Sono anni che Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo martirizzato insieme con la scorta in Via D'Amelio a Palermo, avanza ipotesi di gravissimi reati in capo a Nicola Mancino. Lo fa pubblicamente e "apertis verbis". Mancino non lo ha mai querelato e questo potrebbe sembrare conseguenza di un ultimo pudore residuo verso la verità e le vittime che hanno pagato con un prezzo altissimo la fedeltà allo Stato Italiano ed alla sua Costituzione. Non è così. Si tratta di un semplice calcolo. Mancino sa che querelando Salvatore Borsellino si aprirebbe un procedimento penale, verrebbero iscritti reati ed indagati e si avvierebbe un'inchiesta. Lo sa perché l'ordinamento giudiziario non consente deroghe o interpretazioni: ad una denuncia segue necessariamente un procedimento penale. Perché alle denunce (decine, forse centinaia) di Salvatore Borsellino nessun magistrato ha iscritto Nicola Mancino nel registro degli indagati? Misteri d'Italia!

sabato 19 settembre 2009

L'infinito (G. Leopardi)

(dal manoscritto originale)

lunedì 14 settembre 2009

Per capire quello che sta succedendo bisogna sapere che...

Giovedì 16 luglio 1992. Un confidente dei carabinieri di Milano rivela che si sta preparando un attentato ad Antonio Di Pietro e a Paolo Borsellino. La fonte è ritenuta altamente attendibile ed il raggruppamento ROS di Milano invia un rapporto alla Procura di Milano ed a quella di Palermo. L’informativa è inviata per posta ordinaria ed arriverà a Palermo dopo la strage di Via D’Amelio. In seguito a questa notizia viene pesantemente rafforzata la scorta a Di Pietro ed alla sua famiglia, il PM milanese non dorme neppure a casa sua. Il maresciallo Cava del ROS di Milano tenta anche di mettersi in contatto diretto con la Procura palermitana ma senza risultato. Borsellino interroga Gaspare Mutolo. È l’ultimo interrogatorio, dura parecchie ore. Il pentito accetta di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ma oggi non si fa in tempo, se ne riparlerà lunedì prossimo. È tardi. Borsellino chiude il verbale senza neppure una parola, sempre più incupito. Saluta Mutolo ed è l’ultima volta che lo vede.

Venerdì 17 luglio 1992. In mattinata Paolo Borsellino incontra a Roma il capo della polizia Vincenzo Parisi per rivolgergli una richiesta particolare: il rafforzamento della propria scorta. La richiesta è stata formulata da dieci agenti del nucleo scorte di Palermo che si rendono conto che il magistrato è in immediato pericolo di vita e le misure per proteggerlo sono insufficienti. Gli agenti chiedono a Parisi solo di essere armati e di avere il via all’operazione. Dopo il colloquio con Parisi il sistema con cui viene organizzata la scorta di Borsellino resta immutato. Di ritorno da Punta Raisi, Borsellino fa un salto in procura per mettere i verbali in cassaforte, fare qualche telefonata e salutare i colleghi. Li abbraccia anche, uno per uno. «Loro si meravigliano – racconta Rita Borsellino – perché è una cosa che Paolo non ha mai fatto. Almeno tre o quattro di loro, e tra questi Ignazio De Francisci e Vittorio Teresi, affermano di essere rimasti sconvolti da quell’episodio: “Paolo, ma che stai facendo?” E lui, al solito scherzando: “E perché vi stupite? Non vi posso salutare?”» Dalla procura, Borsellino torna a casa in auto. A guidare la Croma c’è una carabiniere della Dia. Il magistrato tira fuori dalla tasca il suo cellulare, compone un primo numero, poi un secondo e parla concitatamente. Il carabiniere che lo ascolta riferisce che era “stravolto”. Riesce a captare solo qualche parola: “Adesso noi abbiamo finito, adesso la palla passa a voi”. I due cellulari chiamati dal magistrato sono intestati al comune di Nicosia ed alla procura di Firenze. “Mi pare che poi si accertò – dirà Gioacchino Genchi, consulente informatico delle procure – che uno fosse il dottor Vigna e l’altro il dottor Tinebra, in quanto il cellulare era allora a lui in uso”. Borsellino arriva in famiglia nel tardo pomeriggio, teso, nervoso. A casa, però, trova spazio per un momento di ottimismo. Dice a Manfredi: “Sento che il cerchio attorno a Riina sta per chiudersi, stavolta lo prendiamo”. Non fa il nome di Mutolo, non può farlo, ma confida a suo figlio che c’è un nuovo pentito, uno che sa tante cose, che ha fatto rivelazioni su uomini d’onore vicini a Riina. Ma c’è di più, anche se quel di più Manfredi lo verrà a sapere solo dopo: il giorno precedente, Mutolo ha promesso di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ecco perché Borsellino è così nervoso. Ad un tratto propone ad Agnese: “Andiamo a Villagrazia, ho bisogno di un po’ d’aria, ma senza scorta, da soli”. Agnese è stupita. “Da soli, Paolo, cosa c’è? È successo qualcosa?” “Andiamo”, ordina. La moglie lo conosce, lo segue. In macchina, in silenzio, mentre cala la sera, Agnese lo guarda, capisce che è tormentato da mille angosce, mille dubbi. Riesce a fargli ammettere che qualcosa è successo: Mutolo ha parlato, ha detto cose gravissime, ha accusato personaggi al di sopra di ogni sospetto. Paolo è sconvolto, confida ad Agnese che alla fine dell’interrogatorio era così traumatizzato da avere addirittura vomitato.

Sabato 18 luglio 1992. Paolo Borsellino lavora in procura la mattina in procura e nel pomeriggio si reca a far visita alla madre in via D’Amelio, per assisterla durante la visita del cardiologo Pietro Di Pasquale, che aveva promesso un consulto domiciliare.

Tuttavia il cardiologo non può recarsi all’appuntamento per un problema all’auto e si mette d’accordo con Borsellino per una visita alla madre nel suo studio il giorno successivo. Prima di rincasare Borsellino si ferma all’hotel Astoria Palace, in via Montepellegrino.
Lì incontra David Monti, il Pm di Aosta in vacanza in città che gli ha telefonato per incontrarlo e salutarlo. Monti è il magistrato che condurrà a metà degli anni novanta l’inchiesta Phoney Money, su un giro di miliardi riciclati nel quale sono coinvolti faccendieri italiani in rapporti molto stretti con i servizi segreti americani. Tornando a casa, quella sera, Borsellino saluta il suo portiere, don Ciccio, lo abbraccia e lo bacia. Anche in questo caso sono effusioni insolite, atipiche, mai manifestate prima. Il portinaio del palazzone di via Cilea le riferirà, commosso, ai familiari del giudice, nei giorni successivi alla strage.

Domenica 19 luglio 1992. Alle 5 di mattina Borsellino riceve una telefonata dall’altra parte del mondo, sono Fiammetta e l’amico Alfio Lo Presti che gli telefonano per sentire come sta e per parlare con lui. Dopo la telefonata Borsellino scrive una lettera ad una professoressa di Padova che lo aveva invitato per un dibattito. Quell’invito non è mai arrivato a Borsellino, e la docente protesta: essere un giudice famoso e stracarico di lavoro non deve far dimenticare le buone maniere. C’è anche un questionario con dieci domande: Come e perché è diventato Giudice? Cosa sono la Dia e la Dna? Quali le differenze tra mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita? Quali i rapporti tra la mafia italiana e statunitense? Borsellino, con una pazienza davvero infinita, risponde con una lunga lettera alla professoressa risentita, una lettera che oggi sembra quasi un testamento spirituale. Alle 7.00, squilla nuovamente il telefono. A quell’ora, è una chiamata insolita. Agnese si preoccupa, si alza dal letto, raggiunge lo studio, ascolta. La conversazione dura pochi minuti. Agnese sente Paolo replicare infuriato: “No, la partita è aperta”. Poi il rumore della cornetta sbattuta sul telefono. “Che succede?” Borsellino alza gli occhi, si accorge di averla svegliata, ma è troppo arrabbiato persino per scusarsi: “Lo sai chi era? Quel... Era Giammanco” Poi, congestionato per la rabbia, le racconta che il procuratore l’ha chiamato dicendogli che per tutta la notte non ha chiuso occhio, al pensiero di quella delega sulle indagini di mafia a Palermo, al pensiero delle polemiche sugli interrogatori di Mutolo. I tempi sono maturi, gli annuncia Giammanco, perché finalmente questa delega gli venga conferita. Il capo la firmerà domani mattina, in ufficio, e gliela conferirà prima della sua partenza per la Germania. Si, ma perché lo chiama di domenica? A quell’ora? “Ma perché tanta fretta?” chiede Agnese. Quella delega la aspetta da mesi. Eppure Borsellino, piuttosto che contento è turbato, arrabbiato. Passeggia, si agita, fa su e giù per il corridoio di casa. Riferisce alla moglie: “Lo sai che mi ha detto? Così la partita è chiusa”. “La partita? E tu?” Borsellino alza ancora la voce: “E io? Non l’hai sentito? Gli ho urlato: la partita è aperta”. Altro che chiusa, sono comportamenti di cui Giammanco dovrà rendere conto al momento e nella sede più opportuna, spiega Borsellino alla moglie. Poi si accorge che nello studio è arrivata pure Lucia. “Oh Lucia, pure tu ti sei svegliata? Mi dispiace... Senti, gioia, vuoi venire con noi a Villagrazia? Magari riuscirò a vederti un po’ abbronzata”. Borsellino ora sorride, programma all’istante la giornata: subito a Villagrazia a prendere il sole, poi insieme a Lucia a prendere la nonna per portarla dal cardiologo, infine ritorno a casa: la ragazza a studiare, lui a lavorare. Ma Lucia è irremovibile. “Non posso, mi dispiace, lo sai che domani ho un esame”. Neanche Manfredi, quella domenica, accetta di accompagnare papà al mare, nel villino estivo, in un orario così mattiniero. “La sera prima – ricorda il ragazzo – avevo fatto tardi, volevo prendermela comoda, così gli dissi: vai avanti, papà, poi ti raggiungo”. Né Lucia né Manfredi lo accompagnano. Borsellino è un po’ seccato, ma non cambia i suoi programmi. Agnese esce di casa per prima, quella mattina, si avvia a Villagrazia con un cugino, il marito la raggiungerà verso le dieci. Quando più tardi anche Manfredi arriva a Villagrazia, sono già le undici, ed il ragazzo trova davanti al villino gli agenti della scorta. Lo informano: “Suo padre è uscito in barca, con l’amico Vincenzo Barone, è andato a fare un bagno al largo”. Dopo il bagno, con il motoscafo i due amici vanno a Marina Longa, si intrufolano in un condominio privato in cui si entra dal mare. Lì c’è un ristorante dove Agnese è andata a comprare del pesce, con un’amica. Il giudice spera di incontrarla per tornare in barca, insieme a lei. Ma non la vede. La moglie, infatti, è appena rincasata a piedi. Quando torna a casa, Borsellino si affretta verso il villino di Pippo e Mirella Tricoli, vecchi amici di famiglia, per pranzare con loro. C’è un vassoio di panelle e crocchette, il pesce, i dolci. Il pranzo è disteso, sereno. Eppure Pippo Tricoli, testimonierà che quel giorno, senza farsi sentire dai familiari, Borsellino, preoccupatissimo, gli confida i suoi timori: “È arrivato il tritolo per me”. È l’ultimo segnale di allarme lanciato da un uomo ormai consapevole di essere rimasto solo. All’improvviso squilla il cellulare: è Antonio Manganelli, dirigente del servizio centrale operativo della polizia. Gli comunica i dettagli sulla partenza per la Germania, e Borsellino tira subito fuori l’agenda rossa, per annotare gli spostamenti previsti. Quando il pranzo si conclude Borsellino si sposta davanti alla tv per seguire la sua antica passione, il ciclismo. Quel giorno c’è un’altra tappa del tour de France. Poi saluta gli amici, per un piccolo riposo pomeridiano. “Vado a dormire un po’ ”, dice, e torna al suo villino, da solo. Si distende sul letto, ma non chiude occhio. Agnese troverà sul comodino il posacenere pieno di cicche di sigarette. Ne ha fumate cinque in poco più di un’ora. Quando Borsellino torna in giardino, Lacoste azzurra, jeans, mocassini leggeri Tod’s, regalo di Lucia, sono le 16.30. Ha con sé la borsa portadocumenti dove ha lasciato scivolare le sue carte, l’inseparabile pacchetto di Dunhill, il costume, ancora un poco umido. E dove ha riposto la sua agenda rossa, fresca degli ultimi appunti della giornata. Passa dal villino degli amici, affianco al suo, saluta tutti, abbraccia e bacia Pippo Tricoli, con uno slancio inusuale, che lascia stupito l’amico, poi Manfredi e Vincenzo Barone lo accompagnano allo slargo davanti al cancello, dove sostano le auto blindate. “Ciao a tutti” si congeda. “Vado a prendere mia madre, devo portarla dal dottore”. Apre lo sportello posteriore della Croma blindata, e lì posa la sua borsa. Un ultimo saluto. L’auto parte sgommando verso l’autostrada che conduce a Palermo. Comincia il viaggio, l’ultimo viaggio di Paolo Borsellino. Ore 16.58 e 20 secondi: una carica esplosiva di circa 100 Kg di tritolo brilla all’interno di una FIAT 126 parcheggiata in via D’Amelio in prossimità dell’ingresso della casa dove abita la madre del Magistrato. Vengono uccisi Paolo Borsellino e gli agenti Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano ed Eddie Walter Cosina. Resta ferito l’ultimo agente della scorta, Antonio Vullo, che si salva poiché era l’unico rimasto all’interno di una delle auto blindate.

venerdì 11 settembre 2009

TORERO CAMOMILLO: IL MATADOR CHI E'?

Forse una gigantesca risata, una risata italiana, europea, mondiale! Questo resterà e questo è tutto, ma è anche la fine della residua credibilità di un personaggio che è stato (a suo modo) davvero grande. Peccato, perché non era il male assoluto e forse non era neanche male. Adesso viene la stagione della resa dei conti ma, come al solito, non si renderà un bel niente. Tutto ricadrà sulle spalle di uno, mentre i tanti (veri) manovratori resteranno nell'ombra di un nuovo equilibrio che già esiste. Mandano il matador allo sbaraglio, armato della sua pochezza e già hanno scelto chi vestirà la candida veste dopo il pogrom imminente. Tutto deve cambiare affinchè nulla cambi! Almeno godiamoci quest'ultima risata che ci ha regalato sperando, come nella canzone, che ne venga fuori in qualche fortunoso modo.

Lallara lallara lallara lalla la olè!

Già il toro è nell'arena,
però non c'è il torero
Cos'è questo mistero?
Chissà dove sarà!

Olé!

Lo cercano dovunque,
la folla intanto grida
che vuole la corrida,
che vuole il matador.

Olé Olé Olè!

Rit:
Il matador chi è?
Torero Camomillo,
il matador tranquillo,
che dorme appena può.
Torero Camomillo
se il toro ti è vicino
tu schiacci un pisolino
e non ci pensi più.

Lallara lallara lallara lalla la olè!

Ed ecco finalmente
che scende nell'arena
non sembra darsi pena,
va con tranquillità.

Olé!

Avanza lemme lemme,
si piega sui ginocchi
e si stropiccia gli occhi
il grande matador.

Olé Olé Olè!

Rit:
Il matador chi è?
Torero Camomillo,
il matador tranquillo,
che dorme appena può.
Torero Camomillo
se il toro ti è vicino
tu schiacci un pisolino
e non ci pensi più.

Lallara lallara lallara lalla la olè!

La folla va in delirio,
vedendo quel torero
accarezza il toro
e poi ci dorme su.

Olé!

E' buono e sottomesso,
quel toro grande e grosso
che fa da materasso
al grande matador.

Olé Olé Olè!

Rit:
Il matador chi è?
Torero Camomillo,
il matador tranquillo,
che dorme appena può.
Torero Camomillo
se il toro ti è vicino
tu schiacci un pisolino
e non ci pensi più.

Lallara lallara lallara lalla la olè!

venerdì 4 settembre 2009

Viva Jannelli, viva il TAR del Lazio, viva l'Italia

La decisione del CSM che impediva al Dr. Enzo Jannelli (ex proc. gen. a Catanzaro) di occupare scranni presso la Suprema Corte di Cassazione "non si rivela assistita da adeguata motivazione e non è immune da censure". A scriverlo è stato il TAR del Lazio in una recentissima sentenza. Jannelli era stato fra i protagnisti di una pagina nerissima dell'amministrazione della giustizia in Italia, quella passata ormai alla storia "mediatica" come "guerra tra procure" (Salerno e Catanzaro). Che la Procura di Catanzaro, sotto la diretta responsanilità di Enzo Jannelli, abbia potuto sequestrare le evidenze (presuntivamente) probatorie dei reati ipotizzati in capo a numerosi magistrati catanzaresi tra cui lo stesso Jannelli, costituisce un unicum che nessun TAR, nessuna Cassazione e nessun CSM riusciranno mai a spiegare. Cos'altro deve fare un magistrato per non meritare avanzamenti di carriera? In altri paesi e fors'anche in un'Italia ligia alla Costituzione Repubblicana, Jannelli e molti altri colleghi suoi degni compari sarebbero stati sospesi dalle funzioni e dallo stipendio. Nel marasma italiano di oggi, gli spianano la strada verso i vertici del sistema giudiziario. Complimeti, signori del TAR. Complimenti signor Ministro Alfano. Complimenti Dr. Jannelli. Complimenti On. Pres. Giorgio Napolitano. Ed un complimento particolare all'Associazione Nazionale Magistrati. Chi con il silenzio e chi con l'azione, tutti concorrono allo stato di sfiducia verso la Giustizia Italiana che, come ben sappiamo, viene amministrata "in nome del Popolo Italiano". Ma, come appare evidente, non nell'interesse del Popolo medesimo. (di Nicola Piccenna)

mercoledì 26 agosto 2009

Nuzzi, Verasani, Apicella: la Cassazione conferma le decisioni del CSM

Pubblichiamo la sentenza con la quale sono stati respinti i ricorsi proposti contro l’ordinanza della Sezione Disciplinare del CSM che ha disposto la sospensione dal servizio del dott. Luigi Apicella ed il trasferimento ad altra sede degli altri magistrati coinvolti. Rinviamo ad un secondo tempo i commenti tecnici che saranno pubblicati “a rate”, anche per raccogliere eventuali richieste di chiarimento dei lettori.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONI UNITE CIVILI
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
dott. MATTONE Sergio - Primo Presidente f.f. -
dott. VITTORIA Paolo - Presidente di sezione -
dott. PAPA Enrico - Presidente di sezione -
dott. MENSITIERI Alfredo - Consigliere -
dott. GOLDONI Umberto - Consigliere -
dott. SALME’ Giuseppe - Consigliere -
dott. AMATUCCI Alfonso - Consigliere -
dott. NAPPI Aniello - rel. Consigliere -
dott. LA TERZA Maura - Consigliere - ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso r.g. n. 6634/2009 proposto da: V. D. e N.G., domiciliati in Roma, Via Monte Zebio 28, presso l’avv. FIORE F.P., che li rappresenta e difende unitamente all’avv. A. De Caro, come da mandato in calce al ricorso; - ricorrenti -
sul ricorso r.g. n. 6638/2009 proposto da: A.L., domiciliato in Roma, Via Monte Zebio 28, presso l’avv. F.P. Fiore, che lo rappresenta e difende unitamente all’avv. F.S. Dambrosio, come da mandato in calce al ricorso; - ricorrente -
sul ricorso r.g. n. 6645/2009 proposto da: I. E., domiciliato in Roma, via Appennini 60, presso l’avv. C. Di Zenzo, rappresentato e difeso dall’avv. G. Iadecola, come da mandato in calce al ricorso; - ricorrente -
sul ricorso r.g. n. 6654/2009 proposto da: G. A., domiciliato in Roma, Via U. De Carolis 62, presso l’avv. G. Aricò, rappresentato e difeso dall’avv. S. Staiano, come da mandato in calce al ricorso; - ricorrente -
contro Ministero della Giustizia; - intimato -
contro Procuratore Generale della Corte di Cassazione; - intimato -
avverso l’ordinanza n. 11/2009 della Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, depositata il 4 febbraio 2009; Sentita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Aniello Nappi uditi i difensori Fiore, De Caro, D’Ambrosio, Iadecola e Staiano, che hanno chiesto l’accoglimento dei ricorsi; Udite le conclusioni del P.M., Dr. NARDI Vittorio, che ha chiesto il rigetto dei ricorsi di A., V. e N.; l’accoglimento del primo, del secondo, del sesto e del settimo motivo del ricorso di I. e del primo motivo del ricorso di G., con la dichiarazione di inammissibilità o il rigetto dei loro restanti motivi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con l’ordinanza impugnata la Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha disposto la sospensione cautelare facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio e il collocamento fuori dal ruolo organico della magistratura di A.L., procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Salerno; il trasferimento cautelare e provvisorio dall’attuale sede e dalla funzione requirente di V.D. e N.G., sostituti procuratori della Repubblica presso il Tribunale di Salerno; il trasferimento cautelare e provvisorio dall’attuale sede e dalla funzione requirente di I.E., procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Catanzaro, e di G.A., sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Catanzaro. Ha rigettato invece la richiesta di trasferimento cautelare e provvisorio di D.L. D., sostituto procuratore generale presso la Corte d’appello di Catanzaro, e di C.S., applicato allo stesso ufficio.
Le misure cautelari sono state disposte nell’ambito dei procedimenti disciplinari promossi dal Procuratore generale presso la Corte di Cassazione e dal Ministro della giustizia nei confronti dei suddetti magistrati, incolpati di gravi violazioni dei doveri professionali nell’esercizio delle proprie funzioni.
In particolare si contesta ai magistrati della Procura della Repubblica di Salerno ( A., V. e N.) di avere disposto perquisizione anche personale e sequestro di atti giudiziari nei confronti dei magistrati di Catanzaro, sottoposti a procedimento penale, con un provvedimento immotivato, privo dei presupposti prescritti dalla legge e abnormemente riproduttivo in oltre 1.400 pagine di atti del procedimento anche coperti da segreto. Ai magistrati della Procura Generale di Catanzaro ( I. e G.) si contesta di avere reagito a tale abnorme iniziativa con un reciproco provvedimento di sequestro preventivo avente per oggetto i medesimi atti giudiziari, allo scopo di impedirne il sequestro in originale anzichè in copia, senza considerare che risultavano essi stessi indagati e danneggiati dai reati ipotizzati a carico dei magistrati campani, per di più almeno in parte estranei alla propria competenza territoriale.
Ricorrono per cassazione gli incolpati.
A.L. propone tredici motivi d’impugnazione; V. D. e N.G. quindici motivi; I.E. nove motivi; G.A. sette motivi. Hanno depositato memorie I., A., V. e N.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Va preliminarmente disposta, a norma dell’art. 335 c.p.c., la riunione dei ricorsi proposti avverso la stessa decisione, posto che il rinvio alle norme del codice di procedura penale è limitato alle forme e ai termini delle impugnazioni, mentre per il giudizio di cassazione si applica la disciplina dettata dal codice di procedura civile (Cass., sez. un., 5 ottobre 2007, n. 20844, m. 599800, Cass., sez. un., 31 luglio 2007, n. 16873, m. 598261).
2. Sono tredici, come s’è detto, i motivi d’impugnazione proposti da A.L.; e quindici i motivi d’impugnazione proposti da V.D. e N.G.. I motivi dedotti a sostegno dei due ricorsi sono tuttavia in gran parte comuni.
Nell’illustrare i motivi del ricorso di A.L., si darà pertanto conto anche dei comuni motivi di V.D. e N.G., i cui rimanenti motivi di impugnazione saranno esaminati successivamente.
2.1.1- Con il primo motivo A.L. deduce violazione e/o erronea applicazione dell’art. 6 C.E.D.U. e degli artt. 24 e 111 Cost., eccependo la nullità dell’ordinanza cautelare, in quanto emessa da giudice incompatibile, vanamente ricusato prima della decisione.
Sostiene che la motivazione del provvedimento impugnato tradisce assenza di serenità di giudizio, laddove stigmatizza una scelta difensiva del ricorrente, quella di allontanarsi dall’aula di udienza.
Censura anche l’ordinanza che ha disatteso la ricusazione, impugnata pure autonomamente.
Analoghe censure muovono alla decisione impugnata V.D. e N.G. con il primo motivo del loro ricorso.
I motivi sono tutti infondati.
In realtà, secondo la giurisprudenza civile di questa corte, l’ordinanza di rigetto della richiesta di ricusazione di un magistrato non è impugnabile con il ricorso straordinario per cassazione, ma l’incompatibilità così ritualmente già denunciata può essere fatta valere nel corso del giudizio quale motivo di nullità degli atti del procedimento e delle decisioni assunte dal magistrato incompatibile (Cass., sez. un., 20 novembre 2003, n. 1763 6, m. 568339).
A questa giurisprudenza occorre fare riferimento nel giudizio disciplinare, perchè il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 24, che richiama la disciplina delle impugnazioni prevista dal codice di procedura penale, si riferisce esclusivamente ai provvedimenti cautelari e alle decisioni nel merito. Sicchè, per il principio di tassatività dei mezzi di impugnazione, sono inoppugnabili le ordinanze di rigetto delle richieste di ricusazione. Ma ciò non esclude che 8 l’incompatibilità del giudice possa essere fatta valere con l’impugnazione della decisione sul merito.
Vanno interpretati restrittivamente infatti i richiami al codice di procedura penale contenuti sia nel D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 16, comma 2 (per l’attività di indagine) sia nel D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 18, comma 4 (per la discussione dibattimentale) perchè, se il legislatore avesse inteso estendere la disciplina processuale penale all’intero procedimento disciplinare, non avrebbe limitato il richiamo a specifiche attività, come le indagini e la discussione dibattimentale. Ne consegue che deve escludersi l’estensibilità di tali richiami anche al libro primo del codice di procedura penale, cui appartengono l’art. 36 e segg., che disciplinano l’incompatibilità del giudice, l’astensione, la ricusazione e il regime d’impugnazione dei relativi provvedimenti. E per tutte le attività che non risultino disciplinate espressamente o per specifico rinvio al codice di procedura penale, deve ritenersi applicabile la disciplina dettata dal codice di procedura civile (Cass., sez. un., 12 maggio 2006, n. 10995, m. 588764, analogamente per il disciplinare forense).
Si deve pertanto accertare in questo giudizio di impugnazione se sussistono le incompatibilità denunciate dai ricorrenti.
Manifestamente infondata è tuttavia la dedotta incompatibilità per mancanza di serenità del giudice disciplinare, in ragione della valutazione espressa sull’allontanamento degli incolpati dall’udienza. Si tratta infatti di valutazione pertinente all’oggetto del giudizio, che non può determinare un’incompatibilità sopravvenuta del giudice.
Quanto alle dichiarazioni di ricusazione, esse sono inammissibili perchè riferite non a singoli giudici, ma all’intera Sezione disciplinare del C.S.M., inclusi i suoi componenti supplenti. Infatti è indiscussa in giurisprudenza l’inammissibilità della ricusazione proposta, ad esempio, nei confronti di un’intera sezione della Corte di cassazione (Cass. pen., sez. 6^, 31 gennaio 1996, Ferretti, m.
204650, Cass. pen., sez. 1^, 11 dicembre 2008, Bucciarelli, m.
241995).
2.1.2- Con il secondo motivo A.L. lamenta che non gli sia stata consentita la nomina di un secondo difensore nel procedimento cautelare e deduce violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22 comma 2, artt. 24 e 111 Cost., art. 96 c.p.c. e art. 178 c.p.c., lett. c), nullità dell’ordinanza cautelare e del relativo procedimento incidentale, illogicità e contraddittorietà della motivazione.
Sostiene che il rinvio del D.Lgs. n. 109 del 2006 al codice di procedura penale, sia per le indagini preliminari (art. 16, comma 2) sia per il dibattimento (art. 18 comma 4), impone l’applicazione dell’art. 96 c.p.p., con la possibilità di nomina di due difensori da parte dell’incolpato, anche nel procedimento di applicazione delle misure cautelari disciplinato dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22, comma 2.
Censura di illogicità il rigetto dell’eccezione già formulata nella fase preliminare del procedimento incidentale.
Analoghe censure muovono alla decisione impugnata V.D. e N.G. con il quarto motivo del loro ricorso.
I motivi sono infondati.
Considerato che il rinvio al codice di procedura penale non è generalizzato, risulta infatti determinante l’interpretazione letterale del D.Lgs. n. 109 del 2006, artt. 15 e 22, laddove ammettono la nomina a difensore di “altro magistrato” o di “un avvocato”; a maggior ragione se tali norme vengono confrontate con l’art. 96 c.p.p., comma 1, che riconosce all’imputato il “diritto di nominare non più di due difensori di fiducia”. Nè ha alcuna rilevanza al riguardo la sentenza costituzionale n. 87 del 2009, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della L. 27 aprile 1982, n. 186, art. 34, comma 2 (Ordinamento della giurisdizione amministrativa e del personale di segreteria ed ausiliario del Consiglio di Stato e dei Tribunali amministrativi regionali) e della L. 13 aprile 1988, n. 117, art. 10, comma 9 (Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), nella parte in cui escludono che il magistrato amministrativo o contabile, sottoposto a procedimento disciplinare, possa farsi assistere da un avvocato.
2.1.3- Con il terzo motivo A.L. deduce violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, artt. 13 e 22, in relazione all’art. 178 c.p.p., lett. b), eccependo la nullità dell’ordinanza cautelare e della decisione di riunire i distinti procedimenti cautelari promossi dal Procuratore generale e dal Ministro della giustizia nei confronti suoi e di tutti gli altri incolpati.
Sostiene che la domanda cautelare del ministro non fu proposta alla Sezione disciplinare, bensì al Consiglio superiore della magistratura, con una comunicazione riconducibile all’informativa imposta dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 14, comma 2, per il caso di esercizio dell’azione disciplinare da parte del ministro. Sicchè la misura cautelare della sospensione applicata al ricorrente, in quanto più grave di quella richiesta dal Procuratore generale, risulta illegittimamente adottata d’ufficio, senza la necessaria iniziativa di parte.
Analoghe censure muovono alla decisione impugnata V.D. e N.G. con il quinto motivo del loro ricorso, atteso che il Procuratore generale non aveva richiesto l’applicazione della misura cautelare nei loro confronti, richiesta solo dal ministro.
I motivi sono manifestamente infondati. La Sezione disciplinare è infatti un’articolazione interna del Consiglio superiore della magistratura, anche se svolge autonome funzioni giurisdizionali. E l’informativa imposta dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 14, comma 2, per il caso di esercizio dell’azione disciplinare da parte del ministro ha evidentemente un contenuto ben diverso dalla richiesta di una misura cautelare. L’informativa su un’iniziativa disciplinare è necessariamente diretta al Consiglio superiore nel suo insieme; la richiesta di una misura cautelare non può che essere diretta alla Sezione disciplinare.
Sicchè, essendo rilevante il contenuto dell’atto e non la sua intestazione, deve concludersi che le misure applicate nei confronti dei ricorrenti furono legittimamente deliberate dalla competente Sezione disciplinare, su richiesta ritualmente indirizzata dal ministro al Consiglio superiore della magistratura.
2.1.4- Con il quarto motivo A.L. deduce violazione dell’art. 292 c.p.p. in relazione al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 13 cpv. e art. 22, vizi di motivazione e nullità dell’ordinanza cautelare. Sostiene che i procedimenti cautelari promossi dal ministro e dal procuratore generale fanno riferimento a incolpazioni non omogenee, sicchè la riunione ha reso indeterminabile il riferimento della motivazione dell’ordinanza cautelare a ciascuno degli addebiti.
Il motivo è manifestamente infondato. Benchè ovviamente articolate in termini e prospettive diverse, le domande cautelari del ministro e del procuratore generale avevano per oggetto la medesima vicenda e capi d’incolpazione analoghi. E contrariamente a quanto il ricorrente deduce, l’ordinanza individua specificamente gli addebiti per i quali ha ritenuto applicabile la misura cautelare.
2.1.5- Con il quinto motivo A.L. deduce violazione degli artt. 63, 350 e 191 c.p.p., eccependo l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dagli incolpati fuori e prima dell’avvio del procedimento disciplinare, allorchè furono sentiti senza l’assistenza di un difensore dalla prima commissione referente del C.S.M. nell’ambito del procedimento amministrativo di trasferimento d’ufficio.
Analoghe censure muovono alla decisione impugnata V.D. e N.G. con il sesto motivo del loro ricorso.
I motivi sono inammissibili.
In realtà l’attività svolta dalla prima commissione referente del C.S.M. nel procedimento amministrativo di trasferimento d’ufficio può essere ricondotta all’ambito di applicazione dell’art. 220 disp. att. c.p.p., che estende la disciplina del codice agli atti della pubblica amministrazione già destinati all’accertamento di fatti rilevanti nel procedimento penale. E’ vero quindi che, come sostengono i ricorrenti, alle audizioni svolte nel corso di tale attività ispettiva è applicabile anche l’art. 63 c.p.p., che impone l’avvertimento al dichiarante sulla possibilità di indagini nei suoi confronti e la nomina di un difensore.
Tuttavia nel caso in esame i fatti posti a base della decisione impugnata non sono controversi. E i ricorrenti neppure indicano quali informazioni i giudici disciplinari abbiano tratto esclusivamente dalle dichiarazione di cui eccepiscono l’inutilizzabilità.
Sicchè i motivi sono inammissibili per genericità.
2.1.6- Con il sesto motivo A.L. deduce violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 15, ed eccepisce la nullità delle dichiarazioni degli incolpati acquisite dalla prima commissione referente del C.S.M., in quanto atti di indagine non preceduti dal prescritto avviso all’incolpato e al difensore.
Analoghe censure muovono alla decisione impugnata V.D. e N.G. con il settimo motivo del loro ricorso.
I motivi sono infondati per le ragioni già esposte a proposito del quinto motivo di A.L..
Infatti l’art. 220 disp. att. c.p.p., estende l’applicazione delle garanzie previste per il processo penale anche ad attività amministrative, che in quanto tali non siano state precedute dall’avviso di procedimento. Analogamente le garanzie del procedimento disciplinare si estendono all’attività ispettiva della prima commissione referente del C.S.M., che di per sè non richiedono ovviamente il previo avviso di un procedimento disciplinare non ancora avviato.
2.1.7- Con il settimo motivo A.L. deduce violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, e vizio di motivazione dell’ordinanza impugnata, lamentando che si sia illogicamente attribuita un’occulta funzione preventiva a provvedimenti di perquisizione e sequestro adottati dalla Procura della Repubblica di Salerno in funzione dichiaratamente probatoria.
Rileva che il tribunale del riesame ha confermato i provvedimenti di sequestro e che l’acquisibilità in originale dei documenti sequestrati non è mai stata posta in dubbio, sicchè la presunta finalità preventiva non può desumersi dal fatto che non fu disposta l’estrazione di copia dei documenti. E aggiunge che il prospettato abnorme processo di Salerno ai processi ancora in corso a Catanzaro era inevitabile, perchè la denuncia di abusiva conduzione del processo di Catanzaro abilitava il magistrato competente di Salerno a indagare sui magistrati di Catanzaro.
Analoghe censure muovono alla decisione impugnata V.D. e N.G. con il nono motivo del loro ricorso.
I motivi sono inammissibili per violazione dell’art. 606 c.p.p., perchè propongono censure manifestamente infondate e attinenti al merito della decisione impugnata, congruamente giustificata con riferimento a una plausibile ricostruzione dei fatti e del significato dei comportamenti degli incolpati.
I giudici del merito hanno infatti ritenuto che per il contesto in cui furono adottati (sostanziale accordo tra le due procure sull’estrazione delle copie), per l’abnorme riproduzione integrale di atti e documenti anche privi di rilevanza e per l’acquisizione degli atti processuali anche in originale, i controversi provvedimenti di perquisizione e sequestro fossero in realtà destinati a prevenire la consumazione di reati nella conduzione delle indagini da parte dei magistrati calabresi. E questa interpretazione dei fatti è incensurabile nel giudizio di legittimità.
Del resto, come risulta dall’ordinanza impugnata, la richiesta degli atti era stata inizialmente formulata in relazione all’ipotesi che il solo Avvocato generale di Catanzaro, F.D., avesse commesso un reato, disponendo l’avocazione dell’indagine (OMISSIS). Di fronte alle resistenze opposte dalla Procura generale di Catanzaro alla richiesta degli atti, l’ipotesi di reato fu estesa a tutti i magistrati inquirenti coinvolti in quella indagine calabrese. E secondo il plausibile convincimento dei giudici del merito, i provvedimenti controversi sono evidentemente destinati non solo a ricercare la prova di quel complotto, mediante perquisizioni pure personali dei magistrati, ma anche a sottrarre loro l’inchiesta. Lo scopo degli incolpati era quindi quello di impedire che fosse portato a compimento, come si legge nell’ordinanza impugnata, l’ipotizzato “illecito disegno criminoso volto, per un verso, a favorire, mediante la deviazione del regolare corso dei procedimenti penali, le persone sottoposte ad indagini nei procedimenti (OMISSIS) e, per altro verso, a delegittimare ed intimidire persone informate dei fatti e consulenti tecnici che, nell’ambito di quelle inchieste, avevano disvelato rilevanti elementi conoscitivi ai fini dell’accertamento dei reati”.
Del resto nessun fatto deducono i ricorrenti in questa sede, che sia rivelatore dell’effettivo avvio di un’attività illecita. Nè ha alcuna rilevanza che il provvedimento di sequestro sia stato confermato in sede di riesame.
Secondo la giurisprudenza penale, infatti, presupposto del sequestro probatorio è la ragionevole configurabilità del suo oggetto come corpo del reato o come cosa pertinente al reato. Non essendo una misura cautelare, ma un mezzo di ricerca della prova, il sequestro probatorio non presuppone un accertamento dell’esistenza del reato, ma la semplice indicazione degli estremi di un reato astrattamente configurabile, oltre alla rilevanza probatoria dell’oggetto che si intenda acquisire, riferita al reato ipotizzato. La motivazione del decreto deve pertanto riguardare la natura e la destinazione delle cose sequestrate più che l’esistenza e la configurabilità del reato, il cui accertamento è riservato alla definitiva decisione sul merito. E al giudice del riesame compete verificare che non sia pretestuosa l’ipotesi di reato esibita a giustificazione del provvedimento di sequestro, non compete certo verificare la fondatezza dell’accusa (Cass., sez. 6^, 9 gennaio 2009, Delogu, m.
242913, Cass., sez. 5^, 1 luglio 2002, Caroprese, m. 222395, Cass., sez. 5^, 8 febbraio 1999, Circi, m. 212777).
Sicchè questa giurisprudenza conferma vieppiù l’abnormità di un provvedimento di perquisizione e sequestro corredato a mò di motivazione di oltre mille pagine di atti processuali.
2.1.8- Con l’ottavo motivo A.L. deduce violazione degli art. 1 e art. 2, comma 1, lett. g), l), m), ff), d), in relazione al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 2.
Sostiene che la qualificazione di illiceità disciplinare dei controversi provvedimenti di perquisizione e sequestro contrasta con il principio dettato dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 2, laddove si esclude che diano luogo a responsabilità disciplinare “l’attività di interpretazione di norme di diritto e quella di valutazione del fatto”. Aggiunge che nessuna delle fattispecie tipiche di illecito disciplinare richiamate nell’ordinanza corrisponde ai fatti accertati, perchè l’adozione di un provvedimento di perquisizione e sequestro non integra “i comportamenti abitualmente o gravemente scorretti” di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, lett. d), nè “la grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile” di cui alla lett. g), nè l’adozione di provvedimenti “nei casi non consentiti dalla legge”, di cui alla lett. m), ovvero sulla base di un errore macroscopico o di grave e inescusabile negligenza, di cui alla lettera ff). Mentre non può essere considerato immotivato, a norma del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, lett. 1), un provvedimento di oltre mille pagine.
Analoghe censure muovono alla decisione impugnata V.D. e N.G. con il decimo motivo del loro ricorso.
Il motivo è manifestamente infondato, per le ragioni già esposte a proposito del settimo motivo di A.L..
In realtà i giudici disciplinari non hanno censurato alcuna attività di interpretazione di norme di diritto nè di valutazione del fatto e delle prove, che del resto non sono mai state discusse.
Hanno censurato invece l’illegittima interferenza nell’ambito di un altro ufficio giudiziario tramite un provvedimento giudiziario abnorme; la grave negligenza e la mancanza di ponderazione di effetti “estranei alle logiche ed alle finalità della giurisdizione (e cioè il blocco della giurisdizione stessa)”; un “comportamento del tutto arbitrario nella tecnica redazionale” dei provvedimenti controversi.
2.1.9- Con il nono motivo A.L. deduce contraddittorietà e manifesta illogicità dell’ordinanza impugnata, nella parte in cui considera solo apparente la motivazione dei controversi provvedimenti di perquisizione e sequestro, in quanto redatta quasi esclusivamente con la tecnica della riproduzione integrale dei verbali delle indagini.
Sostiene che tale assunto contraddice quanto nella stessa ordinanza si afferma circa la consistenza dei provvedimenti discussi (ben 1.418 pagine) e la natura motivazionale sia dei lunghissimi capi di imputazione sia del dispositivo; tanto più se si consideri che nella stessa ordinanza viene riconosciuta la destinazione dei provvedimenti di perquisizione e sequestro ad accertare una deviazione nella conduzione delle indagini da parte dei magistrati di Catanzaro impegnati nei procedimenti (OMISSIS). Del resto i giudici disciplinari neppure considerano il fatto che il Tribunale di Salerno ha confermato in sede di riesame la legittimità del sequestro in ragione del rapporto di pertinenza tra i documenti sequestrati e i delitti ipotizzati.
Quanto alla presunta sproporzione del sequestro degli originali rispetto alle effettive finalità investigative, la stessa Sezione disciplinare omette di considerare che il provvedimento di sequestro era stato preceduto da reiterate quanto vane richieste di copia degli atti dei procedimenti (OMISSIS), rivolte alla Procura generale di Catanzaro; e che il pur solo parziale rifiuto opposto era stato giustificato con un richiamo all’art. 117 c.p.p., chiaramente inapplicabile nel caso in cui sia ipotizzata una condotta criminosa dei magistrati appartenenti all’ufficio cui pervenga la richiesta di documenti. Nè è plausibile la ritenuta destinazione preventiva, anzichè probatoria, del sequestro, contraddetta dal riconoscimento da parte degli stessi giudici disciplinari della destinazione del sequestro ad accertare ipotesi di reato formulate a carico dei magistrati calabresi.
Contraddittorio è infine l’addebito di gratuiti riferimenti denigratori nei confronti di numerosi magistrati non indagati e di gratuite critiche al provvedimento di archiviazione relativo all’ex ministro M., che sarebbero stati acriticamente recepiti dalle dichiarazioni del denunciaste D.M.. Si tratta infatti di affermazioni incompatibili con il presunto difetto di motivazione dei controversi provvedimenti di perquisizione e sequestro, articolati in realtà in due parti: l’una illustrativa delle ragioni e delle finalità dei provvedimenti; l’altra riproduttiva delle acquisizioni processuali giustificative delle indagini. I presunti riferimenti denigratori sono contenuti negli atti processuali riprodotti, non nell’illustrazione delle ragioni dei provvedimenti.
Analoghe censure muovono alla decisione impugnata V.D. e N.G. con l’undicesimo motivo del loro ricorso.
I motivi sono manifestamente infondati, per le ragioni già esposte a proposito del settimo motivo di A.L..
In realtà la motivazione non è solo una successione di segni grafici, ma è il discorso giustificativo di una decisione che pretende perciò di essere razionale. Non rileva dunque il numero delle pagine di motivazione, in particolare quando si tratta della mera riproduzione di atti processuali, bensì l’effettiva funzione argomentativa di quelle pagine rispetto al provvedimento che pretendono di giustificare. E nel caso in esame i giudici del merito hanno escluso che la congerie di dati affastellati nei provvedimenti controversi fosse effettivamente funzionale allo scopo di giustificarli. Nè a questa interpretazione dei provvedimenti controversi, qui incensurabile, i ricorrenti oppongono valide obiezioni, perchè l’affermazione che un provvedimento ha una motivazione lunghissima non contraddice affatto l’affermazione che quel lungo discorso non ha senso in funzione giustificativa.
D’altro canto la prospettata distinzione dei provvedimenti controversi in due parti, l’una propriamente motiva e l’altra riproduttiva di atti processuali, non è idonea a esimere i ricorrenti dalle proprie responsabilità.
Come s’è detto, invero, la parte propriamente motiva dei provvedimenti controversi, riprodotta anche nell’ordinanza impugnata, è stata plausibilmente intesa dai giudici del merito come rivelatrice della reale destinazione preventiva di quei provvedimenti. E comunque non risulta, in quanto neppure dedotto, che in tale parte motiva sia individuato un comportamento determinato, inquadrabile nel supposto disegno criminoso volto a favorire le persone sottoposte ad indagini, rispetto al quale sia argomentata la pertinenza di uno specifico atto tra quelli di cui si è disposto il sequestro.
Pretestuosa è poi la presa di distanza dei ricorrenti rispetto al contenuto degli atti processuali riprodotti nei provvedimenti controversi, posto che, come s’è detto, quella riproduzione, per di più integrale, non era affatto necessaria e neppure utile in un provvedimento che non presupponeva un accertamento dell’esistenza del reato, ma la semplice indicazione degli estremi di un fatto astrattamente configurabile come reato.
Allarmante è infine il rapporto che i ricorrenti ipotizzano tra gli artt. 11 e 117 c.p.p.. L’art. 11 c.p.p., prevede infatti la competenza per i procedimenti in cui i magistrati possano assumere veste di parti, come imputati, persone offese o danneggiati. L’art. 117 c.p.p., prevede invece che il Pubblico Ministero possa ottenere dall’autorità giudiziaria competente copie di atti relativi ad altri procedimenti penali e informazioni scritte sul loro contenuto, salva la facoltà del destinatario della richiesta di rigettarla con decreto motivato.
L’art. 11 c.p.p., riguarda dunque la persona del magistrato interessato in un procedimento penale; l’art. 117 c.p.p., disciplina un rapporto tra uffici giudiziari. Ed è evidente che a decidere su una richiesta ex art. 117 c.p.p., non possa essere un magistrato personalmente interessato nel procedimento dal quale la richiesta proviene. Ma ciò non esclude che la richiesta di atti debba pur sempre essere formulata a norma dell’art. 117 c.p.p., non essendo prevista una richiesta di atti a norma dell’art. 11 c.p.p..
Come risulta dall’ordinanza impugnata, nel caso in esame la richiesta di atti fu inizialmente formulata nell’ambito del procedimento penale aperto a carico di F.D., l’Avvocato generale di Catanzaro che aveva disposto l’avocazione dell’indagine (OMISSIS). Il procuratore generale I.E. e i suoi sostituti non erano all’epoca indagati; lo divennero quando, avvalendosi dei poteri loro riconosciuti dall’art. 117 c.p.p., comma 2, mossero le prime obiezioni all’integrale accoglimento della richiesta dei magistrati salernitani.
2.1.10- Con il decimo motivo A.L. deduce vizi di motivazione dell’ordinanza impugnata circa la ritenuta mancanza di pertinenza degli argomenti esibiti a giustificazione dei controversi provvedimenti di perquisizione e sequestro e la presunta mancanza di vaglio critico delle dichiarazioni rese dal denunciante D. M..
Lamenta che i giudici disciplinari abbiano omesso di giustificare il proprio assunto con riferimento all’effettiva consistenza delle imputazioni enunciate nei provvedimenti di perquisizione e sequestro e all’effettivo contenuto delle dichiarazioni del denunciante D. M., considerate solo per l’irrilevante dato del loro numero.
Censura altresì il riferimento a specifiche critiche mosse a magistrati estranei al procedimento, benchè per tali critiche manchino contestazioni nei generici capi di incolpazione.
Analoghe censure muovono alla decisione impugnata V.D. e N.G. con il dodicesimo motivo del loro ricorso.
I motivi sono inammissibili per genericità e manifesta infondatezza.
Nell’ordinanza impugnata sono elencati molti riferimenti a persone estranee al procedimento contenute negli atti riprodotti nella motivazione dei provvedimenti controversi. I ricorrenti sostengono invece che quei riferimenti sono pertinenti; ma non spiegano le ragioni della dedotta pertinenza. La censura è pertanto inammissibile per violazione dell’art. 581 c.p.p., lett. c), non avendo i ricorrenti indicato specificamente le ragioni di diritto e gli elementi di fatto che sorreggono la loro richiesta di annullamento dell’ordinanza impugnata.
Manifestamente infondata è poi la censura di difetto di contestazione, posto che non era necessaria, e nemmeno opportuna, l’elencazione nel capo di incolpazione di tutte le persone cui si fa indebito riferimento nei provvedimenti controversi.
2.1.11- Con l’undicesimo motivo A.L. deduce erronea applicazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. d) e art. 2, comma 2, dell’art. 101 Cost..
Lamenta che impropriamente i giudici disciplinari abbiano valutato come comportamento scorretto un provvedimento giudiziario, mentre l’art. 2, comma 2 esclude la sindacabilità dell’attività di interpretazione di norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove, salvo che in ipotesi tassative tra le quali non è inclusa quella dei “comportamenti abitualmente o gravemente scorretti”, prevista dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. d). Sicchè l’indefinito canone della correttezza deontologica, tendenzialmente incompatibile con il principio di tassatività dell’illecito disciplinare, è stato illegittimamente utilizzato per sindacare un’attività di interpretazione di norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove.
Analoghe censure muovono alla decisione impugnata V.D. e N.G. con il tredicesimo motivo del loro ricorso.
I motivi sono manifestamente infondati, perchè, come s’è detto a proposito dell’ottavo motivo di A.L., i giudici disciplinari non hanno censurato alcuna attività di interpretazione di norme di diritto nè di valutazione del fatto e delle prove.
2.1.12- Con il dodicesimo motivo A.L. deduce vizi di motivazione della decisione impugnata con riferimento all’ipotizzato discredito provocato ai danni di una molteplicità di soggetti anche istituzionali dalla divulgazione mediatica dei controversi provvedimenti di perquisizione e sequestro. L’affermazione contraddice infatti il riconoscimento che una discovery anticipata non implica automaticamente anche la divulgazione degli atti resi conoscibili agli indagati e ai loro difensori. Analoghe censure muovono alla decisione impugnata V.D. e N. G. con il quattordicesimo motivo del loro ricorso.
I motivi sono manifestamente infondati.
Nell’ordinanza impugnata è chiarito infatti a pag. 48 che, secondo i giudici disciplinari, “il problema deontologicamente rilevante, si ripete, non è connesso alla divulgazione di atti coperti da segreto o comunque da divieto di pubblicazione, ma è legato principalmente alla impertinenza ed alla assoluta irrilevanza, nel contesto delle perquisizioni e dei sequestri che i Dottori A., V. e N. hanno ritenuto di disporre, di una serie sterminata di dati sensibili, atti, documenti, dichiarazioni, notizie riservate, comportamenti di magistrati e di altre persone non indagate, del tutto estranei alle finalità del provvedimento giurisdizionale ed in questo inseriti in maniera scorretta e con grave ed inescusabile negligenza”.
Non sussiste pertanto la dedotta contraddittorietà della motivazione.
2.1.13- Con il tredicesimo motivo A.L. deduce violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 13 cpv. e art. 22, in relazione all’art. 292 c.p.p., lett. c), e vizio di motivazione in ordine al presupposto cautelare (periculum in mora) e alla proporzione e adeguatezza delle misure.
Lamenta che le valutazioni di gravità degli addebiti non siano argomentate con riferimento specifico a ciascuna delle incolpazioni e che si sia addebitata ai magistrati salernitani la paralisi dell’attività giudiziaria imputabile ai comportamenti sia omissivi (rifiuto di consegnare copia degli atti richiesti) sia attivi (contro sequestro) dei magistrati calabresi. E aggiunge che la misura della sospensione è inadeguata, posto che per età non potrà più avere funzioni direttive nè il suo comportamento è risultato incompatibile con le funzioni requirenti.
Il motivo è inammissibile per violazione dell’art. 606 c.p.p., perchè propone censure manifestamente infondate e attinenti al merito della decisione impugnata, congruamente giustificata con riferimento a una plausibile valutazione di gravità e incompatibilità con l’esercizio delle funzioni giudiziarie degli illeciti disciplinari addebitati a A.L.. D’altro canto, a fronte di una prognosi di “definitivo allontanamento dalle funzioni giudiziarie” (pag. 55 dell’ordinanza impugnata), risultano privi di pertinenza i rilievi sulle possibili future attività giudiziarie del ricorrente.
2.2.1- Con il secondo motivo del loro ricorso V.D. e N.G. deducono violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22, comma 2, lamentando che la richiesta cautelare del procuratore generale, relativa al solo A.L., sia stata posta a fondamento anche della misura loro applicata, benchè a essi non notificata, con la conseguenza della nullità dell’udienza e della successiva ordinanza cautelare per violazione del contraddittorio.
Il motivo è infondato.
Il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 15, prevede che dell’inizio del procedimento disciplinare deve essere data comunicazione entro trenta giorni all’incolpato, con l’indicazione del fatto che gli viene addebitato. Il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22, prevede invece che, quando vi sia stata richiesta di una misura cautelare, la Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura convochi il magistrato con un preavviso di almeno tre giorni.
E’ evidente dunque che solo l’atto di esercizio dell’azione disciplinare va comunicato all’incolpato a fini di contestazione. La richiesta di misura cautelare, riferita ai fatti per i quali vi sia già stato esercizio dell’azione disciplinare, non va comunicata all’incolpato, che deve essere solo convocato dalla Sezione disciplinare per essere sentito al riguardo.
Nel caso in esame la procura generale, pur avendo già esercitato l’azione disciplinare anche nei confronti di V.D. e N.G., aveva richiesto la misura cautelare nei soli confronti di A.L.. E’ sopravvenuto poi l’esercizio dell’azione disciplinare anche da parte del ministro, che ha chiesto per gli stessi fatti una misura cautelare anche nei confronti di V.D. e N.G.. I procedimenti cautelari sono stati quindi riuniti: e V.D. e N.G. sono stati convocati dinanzi alla Sezione disciplinare per essere sentiti a norma del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22.
Non v’è stata pertanto alcuna violazione del contraddittorio.
2.2.2- Con il terzo motivo del loro ricorso V.D. e N.G. deducono violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22 e segg., artt. 291 e 178 c.p.c., vizio di motivazione dell’ordinanza impugnata, lamentando che, in presenza di una richiesta cautelare proveniente dal solo ministro, sia stata loro applicata d’ufficio una misura cautelare per addebiti contestati dal solo procuratore generale.
Si sostiene infatti che, contrariamente a quanto ritenuto nell’ordinanza impugnata, le incolpazioni contestate dal procuratore generale e dal ministro non sono sovrapponiteli.
Il motivo è manifestamente infondato.
Come s’è già chiarito a proposito del quarto motivo di A. L., le domande cautelari del ministro e del procuratore generale, benchè ovviamente articolate in termini e prospettive diverse, avevano per oggetto la medesima vicenda e capi d’incolpazione analoghi.
Non v’è dubbio in realtà che i fatti addebitati sono i medesimi anche se variamente qualificati. E contrariamente a quanto i ricorrenti deducono, l’ordinanza individua specificamente gli addebiti per i quali ha ritenuto applicabile la misura cautelare.
2.2.3- Con l’ottavo motivo del loro ricorso V.D. e N.G. deducono violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1 e art. 2, lett. g) ed l), vizi di motivazione dell’ordinanza impugnata.
Sostengono che la decisione impugnata è errata in relazione a entrambi i profili di censura che vengono contestati ai ricorrenti.
A) E’ errato, secondo i ricorrenti, innanzitutto l’addebito di avere emesso un provvedimento sorretto da una motivazione priva di adeguati riferimenti ai suoi presupposti legali ed eccedente le sue finalità, per l’abnorme lunghezza, per la riproduzione di numerosissime fonti informative senza alcun filtro valutativo, per l’indebita citazione di utenze telefoniche e dati personali estranei alle indagini. I controversi provvedimenti di perquisizione e sequestro sono infatti compatibili con le garanzie individuali imposte dalle norme sia convenzionali sia costituzionali. E il rilievo relativo alla motivazione è contraddittorio quando include contemporaneamente gli addebiti sia di lunghezza eccessiva sia di carenza della motivazione.
Del resto i giudici disciplinari non hanno considerato che il Tribunale di Salerno ha confermato in sede di riesame la legittimità del sequestro. Mentre la contestazione di motivazione apparente nasconde in realtà un indebito sindacato su un provvedimento giurisdizionale, in contrasto con il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2 comma 2.
B) Errato secondo i ricorrenti è anche l’addebito di eccedenza dei provvedimenti controversi rispetto alle loro finalità e quindi tali da determinare una grave stasi dell’attività giudiziaria in corso a Catanzaro. L’affermata possibilità di ottenere i documenti senza disporre la perquisizione e il sequestro, infatti, non esclude di per sè la legittimità dei provvedimenti controversi. Ed è comunque contraddetta dall’effettivo svolgimento dei fatti, posto che i magistrati di Catanzaro rifiutarono reiteratamente di consegnare copia degli atti richiesti. Sicchè la decisione assunta in sede disciplinare finisce per proporsi come valutazione nel merito delle stesse imputazioni contestate ai magistrati di Catanzaro, accusati di favoreggiamento personale.
I giudici disciplinari non distinguono d’altronde tra il provvedimento di sequestro degli atti processuali e i provvedimenti di perquisizione e sequestro di altri documenti, senza chiarire peraltro quali di questi provvedimenti e per quali specifici aspetti siano da ritenere censurabili, ma anzi travisando il senso di un documento del 18 dicembre 2008, dal quale risulta che i magistrati di Catanzaro, non quelli di Salerno, avevano ipotizzato una revoca del proprio provvedimento di sequestro preventivo.
Il motivo è manifestamente infondato per le ragioni già espresse a proposito del settimo, dell’ottavo e del nono motivo del ricorso di A.L..
2.2.4- Con il quindicesimo motivo del loro ricorso, infine, V. D. e N.G. deducono violazione di legge e vizio di motivazione in ordine ai presupposti cautelari della misura loro applicata.
Sostengono che il trasferimento cautelare d’ufficio presuppone un’incompatibilità funzionale, solo apoditticamente affermata dai giudici disciplinari, che hanno fatto riferimento a elementi privi di significato (come il clamore suscitato o i tempi del procedimento disciplinare) e hanno per di più e-spresso a questi fini un’erronea valutazione negativa del comportamento dei magistrati salernitani, allontanatisi dall’udienza solo per sottrarsi al confronto con i magistrati calabresi da essi indagati, non per sottrarsi al procedimento disciplinare cui erano sottoposti.
Il motivo è inammissibile per violazione dell’art. 606 c.p.p., perchè propone censure manifestamente infondate e attinenti al merito della decisione impugnata, congruamente giustificata con riferimento a una plausibile valutazione di gravità dei comportamenti censurati e di conseguente pregiudizio per la credibilità personale e istituzionale dei ricorrenti, tale da renderne improcrastinabile l’allontanamento dalla sede e dalle funzioni, anche per il clamore suscitato dalla vicenda.
La misura del trasferimento cautelare risulta pertanto giustificata in tutti i suoi presupposti, perchè secondo i giudici del merito: a) sussistono gravi elementi di fondatezza dell’azione disciplinare; b) la permanenza nella stessa sede o nello stesso ufficio appare in contrasto con il buon andamento dell’amministrazione della giustizia;
c) v’è urgenza di provvedere.
3.1- Con il primo motivo del suo ricorso I.E. deduce violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. c).
Sostiene che contraddice il principio di tassatività dell’illecito disciplinare l’addebito di aver violato il dovere di astensione, posto che nel processo penale il pubblico ministero ha solo la facoltà, non il dovere, di astenersi. Il Pubblico Ministero che, omettendo di astenersi, persegua un fine personale è responsabile sul piano disciplinare, a norma del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 4, solo se commetta un reato, come quello di abuso d’ufficio, che nel caso in esame neppure è stato ipotizzato. Lamenta che l’ordinanza impugnata abbia fatto riferimento alla giurisprudenza precedente il D.Lgs. n. 109 del 2006, che ha introdotto il principio di tipicità dell’illecito disciplinare.
Il motivo è infondato.
E’ vero infatti che l’art. 52 c.p.p., comma 1, prevede solo la facoltà del pubblico ministero di astenersi per gravi ragioni di convenienza; e che il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. c, sanziona come illecito disciplinare solo la consapevole inosservanza dell’obbligo di astensione nei casi previsti dalla legge. Sicchè, se non v’è obbligo d’astensione, non v’è neppure illecito. Tuttavia nel caso in esame viene in discussione ben più che la semplice facoltà di astensione per gravi ragioni di convenienza da un procedimento già in corso. Come è ben chiarito nell’ordinanza impugnata, I.E. e G.A. hanno aperto ex novo un procedimento a carico dei magistrati salernitani per “farsi ragione da sè”. Hanno piegato “la giurisdizione ad un interesse proprio in relazione ad un preteso torto subito”. Hanno compiuto un atto di ritorsione nei confronti di chi li aveva sottoposti a procedimento penale. Ed è evidente che il magistrato del pubblico ministero sottoposto a procedimento penale non può reagire sottoponendo a sua volta a procedimento penale il magistrato che indaga a suo carico.
E’ impossibile negare che sussista un obbligo di astensione in casi simili, considerato che l’art. 11 c.p.p., vi ricollega addirittura l’incompetenza dell’intero ufficio. E quest’obbligo è comunque imposto dalla legge penale (art. 323 c.p.), che rileva indipendentemente dall’effettiva formulabilità di un giudizio di colpevolezza penale nei confronti di chi la violi, presupposta invece dagli illeciti disciplinari previsti dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 4 (illeciti disciplinari conseguenti a reato).
Perchè sia configurabile la violazione di un dovere di astensione, infatti, è sufficiente che l’esercizio delle funzioni giudiziarie sia oggettivamente qualificabile come illecito penale.
3.2- Con il secondo motivo il ricorrente I.E. deduce vizi di motivazione in ordine al presunto suo interesse personale nell’adozione del sequestro preventivo con il quale la Procura generale di Catanzaro aveva replicato al sequestro probatorio disposto dalla Procura della Repubblica di Salerno. Nella stessa ordinanza impugnata si riconosce infatti che il sequestro disposto dai magistrati di Salerno aveva una funzione preventiva ed era destinato a espropriare i magistrati di Catanzaro della loro funzione giudiziaria, impedendo loro di chiudere le indagini preliminari.
Sicchè non fu un interesse personale ad animare l’iniziativa dei magistrati di Catanzaro, ma il dovere di impedire che un archivio di dati personali sensibili, arbitrariamente formato nell’ambito dei procedimenti in corso, potesse essere indebitamente trasmesso ai magistrati di Salerno, con il rischio di diffusione di informazioni riservate su alte cariche dello Stato, servizi segreti, ministri, magistrati, parlamentari.
Il motivo è infondato.
Non v’è alcuna contraddizione nella motivazione esibita dai giudici del merito a giustificazione della propria decisione, perchè l’illecito commesso dai magistrati salernitani non può legittimare la reazione altrettanto illecita dei magistrati calabresi. Ed è plausibile il convincimento espresso dai giudici del merito sull’interesse personale che animò I.E., perchè un magistrato che si vede coinvolto personalmente a causa di un atto del proprio ufficio ha il dovere di provocare una formale verifica della legittimità del proprio operato, non può darla per presupposta.
Se si voleva denunciare l’abusiva sottrazione di un procedimento da parte dei magistrati salernitani, si sarebbe dovuto richiedere al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione la risoluzione a norma dell’art. 54 bis c.p.p., del contrasto tra uffici del pubblico ministero.
3.3- Con il terzo motivo I.E. deduce violazione dell’art. 2, comma 2, in relazione al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. e). Sostiene che l’addebito di avere ingiustificatamente interferito nell’attività giudiziaria dei magistrati di Salerno è inteso in realtà a sindacare il provvedimento di sequestro preventivo adottato allo scopo di impedire il sequestro in originale, anzichè in copia, degli atti processuali contesi. Ma il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 2, esclude che possano dar luogo a responsabilità disciplinare le attività di interpretazione di norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove.
Il motivo è manifestamente infondato.
I giudici disciplinari non hanno censurato alcuna attività di interpretazione di norme di diritto nè di valutazione del fatto e delle prove. Hanno censurato l’indebita strumentalizzazione di un sequestro preventivo, utilizzato per inibire un’attività giudiziaria ritenuta illecita dagli stessi magistrati che ne erano destinatari come indagati. Sono qui in discussione comportamenti illeciti, non atti giudiziari.
3.4- Con il quarto motivo I.E. deduce violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1 lett. e.
Sostiene che l’interferenza esterna nell’attività giudiziaria di altro magistrato, intesa a ostacolarla piuttosto che a orientarla, non può essere considerata ingiustificata ove derivante da un provvedimento giurisdizionale insindacabile, perchè non abnorme e non affetto da macroscopici errori di fatto e di diritto. Lamenta che nell’ordinanza impugnata non risulti chiarito quando un’interferenza possa dirsi giustificata, mentre la situazione, per come ricostruita dagli stessi giudici disciplinari, era certamente tale da determinare la necessità di impedire che fosse portato a compimento l’abuso dei magistrati di Salerno, inteso a sottrarre ai magistrati di Catanzaro le indagini contese.
Il motivo è manifestamente infondato, per le ragioni già espresse a proposito del secondo e del terzo motivo.
Il sequestro preventivo disposto da I.E. e G. A. era abnorme; e costituì indebita interferenza nell’attività giudiziaria dei magistrati salernitani, che era essa stessa abnorme e illecita, ma andava contrastata con atti legittimi.
3.5- Con il quinto motivo I.E. deduce mancanza e manifesta illogicità della motivazione in ordine alla mancanza di giustificazione dell’interferenza nell’attività giudiziaria dei magistrati salernitani.
Sostiene che l’ordinanza impugnata è contraddittoria, laddove considera ingiustificata l’interferenza dei magistrati di Catanzaro nell’attività pur qualificata abnorme dei magistrati di Salerno, perchè valuta separatamente le due iniziative contrapposte. Non è possibile infatti considerare entrambe le iniziative come interferenze ingiustificate: se è ingiustificata l’iniziativa salernitana, non lo è quella di Catanzaro.
Il motivo è manifestamente infondato, per le ragioni già chiarite.
Al contrario di quanto il ricorrente sostiene, l’illiceità del comportamento dei magistrati di Salerno non legittimava l’illecita reazione dei magistrati di Catanzaro. Non è affatto vero che non possono essere considerate illecite entrambe le condotte contrapposte: reciproche illecite aggressioni possono dar luogo a una rissa, che è prevista come delitto a carico di tutti i partecipi.
3.6- Con il sesto motivo I.E. deduce violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. g) e ff), in relazione agli artt. 11, 12 e 321 c.p.p., e dell’art. 521 c.p.p..
Rileva che con l’azione disciplinare gli erano state contestate l’incompetenza ex art. 11 c.p.p. dei magistrati di Catanzaro a disporre il controverso sequestro preventivo e l’abnormità del provvedimento, piegato all’impropria finalità di impedire il sequestro probatorio disposto dai magistrati di Salerno. Ed eccepisce che, in violazione dell’art. 521 c.p.p., l’ordinanza ha ritenuto esistente anche un’incompetenza ex art. 12 c.p.p., mentre in realtà poteva ritenersi esistente appunto una competenza per connessione dei magistrati di Catanzaro.
Non vi fu comunque grave e inescusabile negligenza (art. 2, lett. g), perchè il sequestro preventivo fu adottato dai magistrati di Catanzaro in piena consapevolezza. Nè si trattò di provvedimento abnorme (art. 2, lett. ff), perchè il sequestro preventivo è previsto dall’art. 321 c.p.p., anche per ovviare al pericolo che la “disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso”; mentre è irrilevante lo scopo ulteriore di bloccare l’iniziativa dei magistrati salernitani, che costituiva motivo non causa del provvedimento.
Quanto all’ipotizzata incompetenza ex art. 11 c.p.p., si tratta di un palese errore di diritto, secondo il ricorrente, perchè i reati addebitati ai magistrati salernitani risultavano consumati in gran parte a Catanzaro e attratti per connessione alla competenza per territorio dei magistrati calabresi, che non erano persone offese da tali reati, trattandosi di delitti contro l’amministrazione della giustizia, nè persone danneggiate, perchè non erano beni personali, ma dell’ufficio, quelli di cui i magistrati salernitani avevano disposto il sequestro. In ogni caso il sequestro preventivo è una misura cautelare reale, adottata d’urgenza nel caso in esame, sicchè il pubblico ministero poteva disporlo indipendentemente dalla competenza, come si desume dall’art. 27 c.p.p..
Esclude infine il ricorrente che sussista il preteso macroscopico errore nella valutazione dei fatti da parte dei magistrati calabresi, in quanto il sequestro preventivo, essendo una misura cautelare, non presuppone la piena prova del reato che lo giustifica, mentre nel caso in esame era palese, come riconosce la stessa ordinanza impugnata, il nesso tra il comportamento dei magistrati salernitani e l’interesse del denunciante D.M. ad acquisire gli atti dei due procedimenti di cui s’era in passato occupato, allo scopo di instaurare un’indagine parallela.
Il motivo è assorbito dal rigetto dei motivi precedenti, perchè l’abnormità del sequestro e la violazione del dovere di astensione privavano legittimazione gli incolpati. Sussisteva infatti la contestata incompetenza di Catanzaro ex art. 11 c.p.p., perchè i magistrati calabresi risultavano danneggiati almeno moralmente anche rispetto ai delitti contro l’amministrazione della giustizia da essi stessi ipotizzati a carico dei magistrati campani.
3.7- Con il settimo motivo I.E. deduce violazione ed erronea applicazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. v), con riferimento all’addebito di avere rilasciato alla stampa il 3 dicembre 2008 dichiarazioni impulsive e irresponsabili, lesive del prestigio dell’ordine giudiziario.
Sostiene che le sue dichiarazioni erano destinate a tranquillizzare l’opinione pubblica locale di fronte allo schieramento di forze spiegato dalla Procura della Repubblica di Salerno per l’esecuzione di perquisizioni anche personali a carico dei magistrati calabresi.
Aggiunge che è stata abrogata la fattispecie disciplinare che sanzionava il rilascio di “dichiarazioni ed interviste in violazione dei criteri di equilibrio e di misura” (art. 2, lett. bb). Mentre non corrisponde ai fatti descritti nell’ordinanza la fattispecie residua, che sanziona “pubbliche dichiarazioni o interviste che riguardino i soggetti coinvolti negli affari in corso di trattazione, ovvero trattati e non definiti con provvedimento non soggetto a impugnazione ordinaria, quando sono dirette a ledere indebitamente diritti altrui nonchè la violazione del divieto di cui al D.Lgs. 20 febbraio 2006, n. 106, art. 5, comma 2” (art. 2, lett. v).
Il motivo è manifestamente infondato.
Come risulta dall’ordinanza impugnata, I.E. tenne una conferenza stampa per qualificare l’azione della Procura di Salerno come un atto “istituzionalmente inammissibile”, “scandaloso ed eversivo”, che esigeva repliche “idonee al ripristino dei principi di legalità, indipendenza ed autonomia che hanno da sempre costituito il patrimonio culturale e morale dell’Ordine giudiziario”.
E’ evidente che si tratta di dichiarazioni che riguardano i magistrati di Salerno, “soggetti coinvolti negli affari in corso di trattazione”, e dirette a lederne indebitamente i diritti.
Non competeva infatti a I.E. censurare il comportamento dei magistrati che si presentavano come suoi antagonisti. E la rappresentazione di una magistratura rissosa è disastrosa per l’immagine delle istituzioni della Repubblica.
3.8- Con l’ottavo motivo I.E. deduce vizio di motivazione dell’ordinanza impugnata in ordine al pregiudizio per i terzi che sarebbe derivato dalle sue dichiarazioni alla stampa.
Il motivo è manifestamente infondato, essendo palese la lesione dei diritti dei magistrati salernitani, che, come tutti i cittadini, hanno diritti tutelabili anche quando versano nell’illecito.
3.9- Con il nono motivo infine I.E. deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 13, e vizi di motivazione dell’ordinanza impugnata.
Sostiene che il trasferimento cautelare d’ufficio avrebbe richiesto la dimostrazione che la sua permanenza nella stessa sede o nello stesso ufficio apparisse in contrasto con il buon andamento dell’amministrazione della giustizia. E il periculum in mora non può nel caso in esame presumersi, perchè egli si trovò a operare in una situazione di assoluta anormalità, determinata dal comportamento dei magistrati salernitani. Mentre la sua azione ha avuto effetti positivi, sia per l’immagine di non subalternità offerta all’ambiente locale sia per avere reso possibile la conclusione delle indagini preliminari nel procedimento nel quale i magistrati salernitani avevano interferito. L’ordinanza impugnata è stata invece condizionata esclusivamente dagli effetti negativi del clamore mediatico suscitato dalla vicenda.
Il motivo è manifestamente infondato.
I giudici disciplinari hanno infatti plausibilmente giustificato la propria decisione sia con riferimento al fondamento probatorio della misura, sia con riferimento all’incompatibilità della permanenza di I.E. nel suo ufficio e all’urgenza di provvedere. In realtà le disastrose conseguenze di immagine che, secondo la plausibile ricostruzione dell’ordinanza impugnata, ha avuto per la magistratura il comportamento di I.E. giustificano ampiamente il provvedimento cautelare e fanno apparire temeraria l’evocazione di suoi presunti effetti positivi.
4.1- Con il primo motivo G.A. ripropone un’eccezione di nullità per violazione dei termini di comparizione all’udienza fissata per la decisione cautelare ed eccepisce vizi di motivazione dell’ordinanza impugnata in ordine a tale eccezione. Sostiene che il ministro, benchè avesse invocato il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22, aveva in realtà richiesto il trasferimento previsto dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 13, per la cui applicazione si segue il procedimento previsto dall’art. 127 c.p.p., che impone un termine di comparizione non inferiore a dieci giorni. Egli aveva invece ricevuto il 12 gennaio 2009 la convocazione per l’udienza del 17 gennaio 2009.
Per di piè è rimasta irrisolta l’incertezza circa l’esercizio della difesa rispetto ai presupposti della misura prevista dall’art. 13 o di quella prevista dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22, trattandosi di misure incompatibili e non cumulabili. E la motivazione dell’ordinanza impugnata, che ritiene di procedere solo D.Lgs. n. 109 del 2006, ex art. 22, contrasta con il dispositivo, nel quale si richiama anche l’art. 13, comma 2, mentre la misura in concreto applicata non è prevista da alcuna norma del D.Lgs. n. 109 del 2006.
Il motivo è infondato.
Unica è infatti la misura cautelare del trasferimento d’ufficio, che, secondo quanto prevede il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 13, comma 2, può comportare sia l’allontanamento del magistrato dalla sua sede sia la destinazione ad altre funzioni, quando sussistano gravi elementi di fondatezza dell’azione disciplinare, la permanenza nella stessa sede o nello stesso ufficio appaia in contrasto con il buon andamento dell’amministrazione della giustizia, vi sia urgenza di provvedere.
Il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22, comma 1, prevede una particolare applicazione di questa stessa misura, come sostituiva della misura della sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio, quando la minore gravità del caso renda sufficiente il trasferimento provvisorio dell’incolpato ad altro ufficio di un distretto limitrofo, purchè diverso da quello indicato nell’art. 11 c.p.p..
I presupposti del trasferimento d’ufficio previsto dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22, sono dunque i medesimi del trasferimento d’ufficio previsto in via generale dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 13, comma 2, perchè il riferimento all’incompatibilità con la permanenza nella stessa sede, anzichè con l’esercizio delle funzioni prevista per la sospensione, descrive in termini più sintetici la stessa situazione in cui la permanenza nella stessa sede o nello stesso ufficio appaia in contrasto con il buon andamento dell’amministrazione della giustizia.
Unica essendo la misura cautelare del trasferimento d’ufficio, dunque, unico è anche il procedimento per la sua applicazione, previsto dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22, comma 2, che prevale, in quanto norma speciale, sull’art. 127 c.p.p..
D’altro canto l’allontanamento del magistrato dalla sua sede include la possibilità della sua destinazione ad altre funzioni, prevista come misura minore per i casi in cui le esigenze cautelari non richiedano la misura più grave. Secondo la legge, infatti, vi sono casi in cui è sufficiente il mutamento di funzioni; e casi in cui è necessario anche il cambiamento di sede.
Non vi fu pertanto alcuna delle violazioni di legge denunciate dal ricorrente.
4.2- Con il secondo motivo G.A. deduce contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in ordine all’esistenza di un obbligo di intervento a fronte dell’iniziativa dei magistrati salernitani, che aveva determinato un’illegittima paralisi processuale.
I magistrati di Catanzaro avevano infatti dedotto il proprio dovere di garantire la prosecuzione delle indagini, la ragionevole durata del processo, l’esercizio dei diritti degli indagati nell’ambito dei procedimenti sui quali era intervenuta con il sequestro degli atti la Procura della Repubblica di Salerno. Ma in proposito l’ordinanza impugnata è priva di qualsiasi motivazione: non s’è neppure chiarito quali rimedi alternativi sarebbero stati possibili per i magistrati calabresi.
Priva di giustificazione è anche, secondo il ricorrente, la diversa decisione favorevole nei confronti di D.L.D. e C.S., benchè aventi posizione del tutto identica a quella del ricorrente, essendo irrilevante il suo ruolo di coordinatore del gruppo di magistrati impegnati nelle indagini preliminari dei procedimenti oggetto di contesa e inesistente il suo presunto ruolo di procuratore generale facente funzioni prima dell’arrivo di I.E. e di unico titolare per un certo tempo del procedimento (OMISSIS).
Quanto al presunto particolare suo attivismo nei rapporti con la Procura della Repubblica di Salerno, è desunto da un travisamento delle sue dichiarazioni rese dinanzi alla prima commissione del C.S.M. il 9 dicembre 2008 e dalla mancata considerazione delle successive dichiarazioni del 19 e del 22 dicembre 2008, dalle quali risulta che egli fu solo esecutore di una volontà comune a tutti i magistrati impegnati nelle indagini oggetto di contesa. Mentre è irrilevante che egli abbia svolto funzioni di sostituto procuratore generale in Catanzaro sin dal 1993, considerati i profili professionali di C. e D.L..
Il motivo è manifestamente infondato.
Secondo la plausibile ricostruzione dei giudici del merito, infatti, i magistrati di Catanzaro, in quanto personalmente coinvolti nella vicenda, avevano il dovere di astenersi, non di intervenire. La tutela degli interessi evocati non poteva essere più affidata alla loro iniziativa, per il prevalente interesse all’imparzialità dell’azione giudiziaria. Come s’è detto, se intendevano denunciare la sottrazione indebita del procedimento, avrebbero dovuto promuovere il procedimento previsto dall’art. 54 bis c.p.p..
Quanto alla disparità di trattamento con D.L. e C., si tratta di deduzione del tutto irrilevante e quindi inammissibile, perchè potrebbe giustificare l’estensione delle misure anche a costoro, che non è qui in discussione, ma non è idonea a escludere la correttezza dell’applicazione della misura al ricorrente.
4.3- Con il terzo motivo G.A. deduce ancora manifesta illogicità nella diversificazione della sua posizione rispetto a quella di C. e D.L..
Sostiene che, se anche i rilievi sulla particolare gravità della sua condotta non fossero affetti da omessa motivazione, come dedotto nel precedente motivo, la motivazione dell’ordinanza impugnata sarebbe comunque illogica, perchè gli elementi di diversificazione indicati non avrebbero alcuna rilevanza in rapporto alla decisione di disporre il sequestro preventivo degli atti sequestrati dai magistrati salernitani.
Il motivo è inammissibile per le ragioni esposte con riferimento al secondo motivo.
4.4- Con il quarto motivo G.A. deduce violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 16, comma 2 e art. 18, comma 4, degli artt. 522 e 521 c.p.p., degli art. 3, 24, 107 e 111 Cost..
Eccepisce che la diversità della posizione attribuitagli rispetto a quelle di C. e D.L., non gli è mai stata contestata, in violazione del principio di correlazione tra contestazione e decisione e del diritto di difesa, applicabili in ragione del rinvio al codice di procedura penale contenuto nel D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 16, comma 2 e art. 18, comma 4, rispettivamente per le indagini preliminari e per il dibattimento. Sarebbe costituzionalmente incompatibile un’interpretazione che escludesse l’applicabilità di tali principi al procedimento cautelare disciplinare.
Il motivo è manifestamente infondato.
Il comune coinvolgimento di tutti i sottoscrittori dell’abnorme provvedimento di sequestro preventivo è il titolo di responsabilità per il quale è stata promossa l’azione disciplinare anche nei confronti di C. e D.L., oltre che di I.E. e G.A.. Ed era questo titolo di responsabilità l’unico fatto che andava contestato a tutti. La diversificazione tra le posizioni di ciascuno dei responsabili non esige alcuna contestazione, quando non sia prevista dalla legge come aggravante, perchè non è titolo attributivo della responsabilità o di una maggiore responsabilità, bensì solo criterio di valutazione della condotta.
4.5- Con il quinto motivo G.A. deduce omessa motivazione in ordine alla gravità del fatto.
Sostiene che il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22, prevede una graduazione delle misure applicabili in ragione della gravità dei fatti, ma esige una particolare gravità, sia oggettiva sia soggettiva, del fatto anche per l’applicazione delle misure minori.
L’ordinanza impugnata manca invece di una valutazione di gravità distinta in ragione di ciascuno degli addebiti contestati; e in particolare omette di valutare l’aspetto psicologico delle condotte controverse.
In particolare, nel valutare l’inosservanza dell’art. 52 c.p.p., che prevede una mera facoltà di astensione, si sarebbe dovuto considerare che i magistrati calabresi adottarono solo il sequestro preventivo, senza compiere alcun atto di indagine. Quanto alla violazione dell’art. 11 c.p.p., manca qualsiasi giustificazione dell’affermazione che i magistrati calabresi sarebbero stati persone offese o danneggiate dei reati da essi stessi ipotizzati a carico dei colleghi salernitani.
Neppure viene adeguatamente considerata nell’ordinanza impugnata la brevissima durata della “ingiustificata interferenza” nell’attività dei magistrati salernitani, mentre il sequestro preventivo disposto dai magistrati calabresi può essere considerato tutt’al più illegittimo, non abnorme.
Sotto il profilo psicologico, infine, viene omessa qualsiasi considerazione delle finalità del sequestro preventivo, disposto soprattutto a tutela della riservatezza dei dati personali illegalmente acquisiti nell’ambito della precedente gestione del procedimento.
Il motivo è infondato per le ragioni già espresse, anche a proposito del ricorso di I.E..
I magistrati di Catanzaro avevano il dovere di astenersi dall’aprire un procedimento a carico dei colleghi salernitani dai quali erano indagati. Il sequestro preventivo disposto dai magistrati di Catanzaro fu atto abnorme per indebita strumentalizzazione, perchè fu utilizzato per inibire un’attività giudiziaria ritenuta illecita dagli stessi magistrati che ne erano destinatari come indagati.
Sicchè l’abnormità del sequestro e la violazione del dovere di astensione privava di legittimazione gli incolpati. Sussisteva infatti la contestata incompetenza di Catanzaro ex art. 11 c.p.p., perchè i magistrati calabresi risultavano danneggiati almeno moralmente anche rispetto ai delitti contro l’amministrazione della giustizia da essi stessi ipotizzati a carico dei magistrati campani.
E la gravità dei fatti è oggetto di ampia motivazione nell’ordinanza impugnata, sia con riferimento alle finalità degli incolpati sia con riferimento alle conseguenze della loro condotta.
4.6- Con il sesto motivo G.A. deduce mancanza di motivazione in ordine al periculum in mora e all’urgenza della misura del trasferimento.
Lamenta che la decisione risulti giustificata sulla base di affermazioni apodittiche sul suo preteso ruolo di maggiore responsabilità nell’indagine e sulla caduta di autorevolezza e prestigio, senza considerare le contrarie indicazioni desumibili sia dall’audizione del Presidente della Corte d’appello di Catanzaro sia dal documento diramato dal locale consiglio dell’ordine forense.
Il motivo è manifestamente infondato.
L’apprezzamento dei colleghi e degli avvocati per G.A. non inficia infatti nè la valutazione di gravità della condotta del ricorrente, ampiamente giustificata dai giudici del merito con riferimento al suo ruolo di particolare rilievo nell’ufficio, nè l’affermazione dell’urgenza di intervenire a rimuovere una situazione di grave incompatibilità ambientale e funzionale determinatasi in ragione del comportamento dei magistrati calabresi, ragionevolmente considerato particolarmente avventato.
4.7- Con il settimo motivo G.A. deduce mancanza di motivazione in ordine al periculum in mora e all’urgenza della misura del mutamento delle funzioni.
Lamenta che la decisione sia stata giustificata sulla base di valutazioni non pertinenti o non dimostrate.
Il motivo è manifestamente infondato.
I giudici del merito hanno ritenuto urgente l’intervento a breve distanza di tempo dai fatti, in considerazione dello sconcerto suscitato dalla vicenda, e sussistente il pericolo di un aggravamento di una situazione già notevolmente compromessa.
5. Si deve pertanto concludere con il rigetto di tutti i ricorsi. Non v’è pronuncia sulle spese in mancanza di attività difensiva delle parti intimate.

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi n. 6634/2009, 6638/2009, 6645/2009 e 6654/2009, li rigetta.
Così deciso in Roma, il 16 giugno 2009.
Depositato in Cancelleria il 8 luglio 2009

martedì 25 agosto 2009

I NUOVI VIZI

“A differenza dei vizi capitali che segnalano una deviazione della personalità, i nuovi vizi ne segnalano il dissolvimento, che fra l’altro non è neppure avvertito, perché investe indiscriminatamente tutti. I nuovi vizi, infatti, non sono personali, ma tendenze collettive a cui l’individuo non può opporre un’efficace resistenza individuale, pena l’esclusione sociale”. Così il filosofo Galimberti in un bellissimo saggio del 2003 (I vizi capitali e i nuovi vizi – edito da Feltrinelli) fotografa il cambiamento della nostra società sempre più pericolosamente proiettata in un pensiero collettivo unico e schiacciata da una trasformazione che svincola anche l’errore (il vizio) dalla responsabilità del singolo, per stemperarlo nella grande palude di un consumismo culturale all’interno del quale anche la libertà diventa evanescente, perché “non è più la scelta di una linea di azione che porta all’individuazione, ma è la scelta di mantenersi aperta la libertà di scegliere, dove è sottinteso che le identità possono essere indossate e scartate come la cultura del consumo ci ha insegnato a fare con gli abiti”.

Ciò che sta accadendo nella nostra società parte evidentemente proprio da questa subdola trasformazione che spaccia per libertà tutto ciò che in realtà non è altro che la sua immagine inconsistente vagamente riflessa in quelle acque limacciose nelle quali stiamo inesorabilmente scivolando. E così siamo tutti traghettati verso un’assoluta illibertà proprio da quei “vizi” che vengono propagandati come emblema di modernità e di sottrazione ad una antica schiavitù. Il conformismo, la spudoratezza, la sessomania che pervadono la nostra società altro non sono, dunque, che il meccanismo ipocrita attraverso il quale noi finiamo per cedere volontariamente e senza alcuna forma di resistenza la nostra libertà quale essa sia, da quella di scegliere , a quella di proteggere la nostra interiorità, a quella di conservare integro il potenziale creativo della nostra stessa sessualità.
Sembra pleonastico sottolineare che l’ “educazione” ai “nuovi vizi” è stata facilmente ottenuta a colpi di Grande Fratello et similia e che anche le riforme della nostra scuola si sono efficacemente adoperate a “produrre” come modello vincente quello di una gioventù super impegnata, super attiva, dedita, insomma, ad ogni tipo di attività possibile tranne, ovviamente, che a quella di pensare.
Tra i “nuovi vizi” presi in rassegna da Galimberti, però, quello che meglio rappresenta la società attuale è il diniego, cioè una sorta di falsificazione della nostra conoscenza e della nostra coscienza. Il diniego (per Freud anticamera della pazzia in quanto scissione dell’Io) porta a non riconoscere i fatti nella loro pur accertata esistenza o a non riconoscerne la valenza negativa o, ancora, a non riconoscere a se stessi alcuna competenza nell’affrontarli. Da questo grande vizio, nasce l’indifferenza o, peggio, l’insensibilità verso un mondo di cui si ha ben chiara l’esistenza, ma che tuttavia appare lontano ed altro da sé. E la lontananza, ovviamente, non è di tipo fisico, bensì psicologico e si gioca sulle grandi distanze della diversità, oggi forse come non mai comodo confine tra le nostre e le altrui vite. Così anche le grandi tragedie, come le numerose guerre che tutt’oggi si combattono nel mondo, come le morti per fame che ancora falcidiano le popolazioni più sventurate della Terra, riescono a non diventare la vergognosa piaga di ciascuno di noi, ma al più un problema che qualcuno (ovviamente non noi) prima o poi dovrebbe decidersi a risolvere. Il dolore degli altri, insomma, ci appare virtuale, sfocato, trascurabile quasi. Ci commuove, ma per commuoverci, forse, per un attimo deve essere avvicinato all’immagine dei nostri figli, dei nostri cari, altrimenti rimane fuori, fuori della nostra vita, fuori di noi.
In questo contesto nascono e vivono i deficienti che inventano i “Rimbalza il clandestino”, i delinquenti che aggrediscono gay e barboni, i ragazzi che muoiono nei rave party nei quali sono finiti forse per l’indifferenza di sé che non ha dato loro la capacità di riconoscere nemmeno il pericolo.
E noi? Incrociamo le braccia, aspettiamo. In fondo quello delle escort è un problemuccio privato, quello delle ronde un’allegra bravata, quello della droga una questione personale, quello dei clandestini un fastidioso dilemma, quello della mafia una nostalgica pagina letteraria e quello della libertà che va scemando una romantica esagerazione. E poi, comunque, non tocca mica a noi lottare. (di Anna R. G. Rivelli)

domenica 2 agosto 2009

Appello a Luigi de Magistris ed agli uomini di buona volontà: Salviamo l'Italia, che oggi si può

La chiave di volta
Siamo noiosi, noi che insistiamo ancora sugli sviluppi dell'inchiesta “Toghe Lucane” siamo noiosi o, quantomeno, percepiti come tali. Ho letto di un giornalista famoso e stimato che lamenta infastidito l'insistenza su “Toghe Lucane” mentre l'Italia ha problemi ben più gravi: la gravissima crisi economica, la produzione legislativa che sminuisce i reati e favorisce gli abusi, un premier che non ci sta con la testa e via dicendo. Anche per i più “attenti” e vivi protagonisti di un tentativo di difesa delle Istituzioni e della Legalità, “Toghe Lucane” sembra essere diventato uno dei tanti casi di malagiustizia. Superato com'è dalle ultime scoperte che confermano e aggravano quanto già si supponeva circa le stragi di Capaci, di Via D'Amelio e tutto l'oscuro (ancora oggi) periodo della storia italiana recente. Cosa insistente ancora su Toghe Lucane, quando Riina parla di patto fra Stato e Mafia; quando Nicola Mancino conferma che contatti vi furono; quando Ciancimino sta rivelando inediti particolari sui contatti fra la Mafia e Silvio Berlusconi; quando le contraddizioni ormai quotidiane di Nicola Mancino sembrano preludere a clamorose rivelazioni sulla storia d'Italia? E invece no! È proprio su Toghe Lucane che bisogna concentrarsi ed insistere. È questa l'inchiesta (insieme con Why Not e Poseidone) che apre la strada alla conoscenza della “banda di manigoldi corrotti che controlla i gangli del potere politico, finanziario e giudiziario in Italia”. Il merito principale del lavoro svolto da Luigi de Magistris (prima), da Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani (poi) cioè dai magistrati che si sono occupati delle inchieste “Toghe Lucane”, “Why Not” e “Poseidone” sino a rimetterci il posto (per Apicella) e dure sanzioni (per tutti gli altri), il merito dicevamo è quello di aver messo nero su bianco in atti giudiziari il disegno di una associazione per delinquere finalizzata controllo dei poteri dello Stato. Semplice e terribile. Mentre per le stragi si immagina tutto e non si riesce a provare nulla (o quasi), nelle inchieste citate è provato tutto, provato sin nei minimi particolari. Ecco perché quando i magistrati di Salerno hanno sequestrato i faldoni di Why Not (la cui copia veniva negata da mesi) gli stessi magistrati indagati hanno disposto un contro-sequestro che non ha precedenti in Italia e costituisce una gravissima violazione del Codice di Procedura Penale, del Codice Penale e persino del buonsenso. Qualsiasi altro cittadino avesse sottratto le prove a proprio carico sarebbe stato arrestato. Per questi signori togati solo qualche rimbrotto (per alcuni) e, addirittura, le scuse e le solidarietà per molti. Chi invece non ha trovato nessuna comprensione ed ha subito gravissime ingiurie e provvedimenti d'inusitata determinazione, sono stati i magistrati che avevano operato: De Magistris. Apicella, Nuzzi e Verasani. Il silenzio dell'Associazione Nazionale Magistrati completa il quadro. Cosa c'era negli atti di Why Not che faceva tanta paura ai “maniglodi”? La stessa cosa che c'è negli atti di “Toghe Lucane”. Pochi (forse) sanno che la prima cosa che il PM Vincenzo Capomolla ha fatto, dopo aver “ereditato” i faldoni di Toghe Lucane della chiusura indagini predisposta da Luigi de Magistris, è stata la demolizione fisica dei faldoni stessi. Proprio così. Sono scomparse persino la copertine dei fascicoli. I documenti sono stati disaggregati e riaggregati. C'erano 118 faldoni e adesso ce ne sono 146. C'erano duecentomila pagine e adesso ce ne sono oltre trecentomila. Ma nell'aumento qualcosa è andato perduto o, forse sarebbe meglio dire, disperso. Perché? È semplice e terribile, semplice e terribile. In questi faldoni, per la prima volta nella storia repubblicana (e forse anche monarchica) dell'Italia ci sono i documenti che provano le collusioni fra mafia, massoneria, politica e finanza. Non un teorema, ma nomi, cognomi, movimenti bancari, accordi scritti e dichiarati. Allora, onorevole De Magistris, magistrati di Salerno, giornalisti e uomini di buona volontà: abbiate la bontà di piegarVi all'evidenza. Non c'è da cercare altro, non bisogna disperdere le energie inutilmente. Il lavoro è già fatto, è tutto lì, tutto nei faldoni di Why Not, Poseidone e Toghe Lucane. Salviamo l'Italia, che oggi si può. (di Nicola Piccenna)

Il CSM allora come ora: intervento di Paolo Borsellino a pochi giorni dalla sua morte

Testo integrale dell’ intervento tenuto dal dottor Borsellino nel corso di una manifestazione promossa da MicroMega presso la biblioteca di Palermo in data 25 giugno 1992.


di Paolo Borsellino


Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro.
In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.
Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone.
Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul Sole 24 Ore dalla giornalista - in questo momento non mi ricordo come si chiama… - Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.
Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione - in questo momento i miei ricordi non sono precisi - un’affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all’autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte.
Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest’uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l’anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell’articolo di Leonardo Sciascia sul Corriere della Sera che bollava me come un professionista dell’antimafia, l’amico Orlando come professionista della politica, dell’antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, propose la sua candidatura a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest’uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione al tribunale di Palermo, Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.
Giovanni Falcone, dimostrando l’altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a far il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall’esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse.
Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d’Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlano, allora presente, dicendo che quella sera l’aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.
L’opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell’agosto 1988, l’opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant’è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l’intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della repubblica di Palermo dove a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter lì continuare ad operare al meglio.
Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po’ più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l’ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.
Certo anch’io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell’attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch’esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall’ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler far lui per Palermo. E in fin dei conti se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo.
Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge anche nei momenti di maggiore successo le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch’io ho espresso nell’immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare. Soprattutto, per consentirgli di ritornare - a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa - non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque - e l’organizzazione mafiosa, quando ha preparato e attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia. Ecco perché forse ripensandoci quando Caponnetto dice “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l’indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.
Articolo pubblicato sul n.°1 di ANTIMAFIADuemila (aprile 2000 - www.antimafia2000.com )

Cazzetta (PM a Matera) indaga De Magistris mentre indaga Cazzetta

Alcuni passaggi della richiesta di archviazione (accolta) formulata dai magistrati di Salerno nell'inchiesta che vedeva indagato Luigi de Magistris (all'epoca PM a Catanzaro) ed alcuni giornalisti di testate nazionali e locali), sono incredibilmente chiari e preoccupanti. Emerge, infatti, che la D.ssa Annunziata Cazzetta (titolare di un'indagine ancor oggi pendente presso la Procura di Matera) ricostruisce i fatti reato in modo artefatto per adeguarli ad un teorema giudiziario precostituito. È un paradosso, quasi inverosimile, se non venisse in soccorso all'incredulo indagato il lavoro certosino della D.ssa Gabriella Nuzzi (già PM a Salerno). “Con specifico riguardo alla posizione del Capitano ZACHEO, infatti, si legge nella richiesta (di autorizzazione alle intercettazioni telefoniche firmata da Annunziata Cazzetta e autorizzata dal Gip Angelo Onorati): È evidente che il “capitano” dà disposizioni al Piccenna in merito ad attività da compiersi. Piccenna poi prende contatti con Altieri Mario, ex sindaco di Scansano Jonico, che dovrebbe riferire fatti non meglio precisati alla Procura della Repubblica di Catanzaro e poi contatta il “capitano” per dargli notizie e per riceverne. Emerge un dato allarmante: Piccenna non è soltanto un “giornalista” ma una persona interessata a distruggere in ogni modo l’immagine professionale e politica dell’Avv. Buccico”. In pratica, Cazzetta sostiene che il capitano dei Carabinieri Pasquale Zacheo, trasmette disposizioni al Piccenna che (eseguendole) prende contatti con tale Altieri per ottenere che quest'ultimo “riferisca fatti non meglio precisati alla Procura della Repubblica di Catanzaro e poi contatta il “capitano” per dargli notizie e per riceverne”. A parte la circostanza banalmente dimostrabile, perché esplicitamente contenuta nelle conversazioni telefoniche, che non si tratta di “fatti non meglio precisati”. Altieri parla esplicitamente del villaggio “Marinagri”, struttura su cui è pendente un sequestro giudiziario disposto proprio da De Magistris e che la D.ssa Cazzetta non può ignorare; per cui leggere “fatti non meglio precisati”, semplicemente corrisponde a leggere una menzogna. L'aspetto grave è la ricostruzione parziale e fuorviante, infatti nelle stesse intercettazioni telefoniche, in epoca cronologicamente precedente, vi sono le richieste di Altieri (per il tramite di Piccenna) di stabilire un contatto con il Dr. De Magistris. Esigenza che Piccenna, opportunamente, segnala al Capitano Zacheo, notoriamente l'ufficiale di Polizia Giudiziaria delegato alle indagini in Basilicata proprio da Luigi de Magistris. Solo successivamente ed in risposta alla corretta catena delle responsabilità procedimentali attivata da Altieri, Piccenna e Zacheo, Luigi de Magistris dispone quanto necessario per ricevere le dichiarazioni dell'Altieri secondo le formalità di rito. Cosa si può contestare a Piccenna e Zacheo? Nulla. Ed ecco allora la necessità di costruire un delitto inesistente: “Le motivazioni espresse nella richiesta si basano su una interpretazione delle conversazioni non aderente al loro reale contenuto”. Annunziata Cazzetta e Nicola Fucarino (capo della Squadra Mobile di Matera), estensori delle “motivazioni espresse nella richiesta che si basano su una interpretazione delle conversazioni non aderente al loro reale contenuto”, possono continuare a svolgere con serenità e, soprattutto, con credibilità il loro lavoro al servizio della Giustizia? Certamente no. Perché un magistrato esperto come Annunziata Cazzetta si avventura su sentieri tanto impervi? La spiegazione, almeno una parte di spiegazione, è già negli stessi atti. “Il riferimento è ad una vicenda di cui l’ex Sindaco di Scanzano Jonico Mario ALTIERI avrebbe riferito al PICCENNA e quest’ultimo al Capitano ZACHEO. L’ALTIERI – arrestato nel procedimento relativo ai brogli di Scanzano Jonico istruito dal Procuratore di Potenza Dr. GALANTE e dal Sostituto Dr. GENOVESE – è proprietario di un’emittente televisiva BLU TV che viene sottoposta a sequestro dal P.M. di Potenza Dr. BASENTINI e dal G.I.P. Dr. ROMANIELLO. Il procedimento viene trasmesso per competenza alla A.G. di Matera, non ravvisandosi reati di criminalità organizzata di competenza della D.D.A. Di Potenza. L’ALTIERI sarebbe stato invitato ad un incontro con il Procuratore Dr. CHIECO e l’Avv. BUCCICO, finalizzato ad ottenere il dissequestro dell’emittente televisiva attraverso l’intervento del G.I.P. Dr. ONORATI, in cambio di una “mano” nelle competizioni elettorali a vantaggio del BUCCICO (cfr. informativa della Squadra Mobile del 13 settembre 2007 conversazione del 12.09.2007 delle 9.14 progressivo 1180 sulla utenza in uso a Gianloreto CARBONE). Dal contenuto delle conversazioni telefoniche emerge che l’ALTIERI avrebbe riferito al PICCENNA tale vicenda ed il PICCENNA a sua volta avrebbe informato il Capitano ZACCHEO per renderne edotto il PM di Catanzaro Dr. DE MAGISTRIS. Nelle successive conversazioni tra il Capitano ZACCHEO e il Dr. DE MAGISTRIS, intercorse dopo che quest’ultimo ha proceduto all’esame dell’ALTIERI, il Magistrato chiede al Capitano ZACHEO di redigere un’annotazione sulla grave vicenda appresa dal PICCENNA, per poter procedere a nuova escussione dell’ALTIERI sulla base di elementi più stringenti”. In pratica Cazzetta scopre che vi sono gravi indizi di reato a carico del Dr. Chieco (suo superiore gerarchico), dell'avvocato Buccico, e dello stesso Gip Angelo Onorati che autorizza le intercettazioni. L'indizio non è certezza, per amor del cielo, ma la Cazzetta forse teme che lo diventi. (di Nico Pignatone da "Il Resto" del 2.8.2009)

Annunziata Cazzetta (Sost. Proc.) e Nicola Fucarino (Capo Squadra Mobile): interpretazione delle conversazioni non aderente al loro reale contenuto

Sulle intercettazioni telefoniche è calata la “sospensione feriale”, come per i tribunali e le procure. Se ne riparlerà a settembre, proprio nel mese in cui alcuni addetti ai lavori materani hanno anticipato sorprese e novità circa il procedimento penale che vede indagati 5 giornalisti ed un capitano dei carabinieri di associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa. Quel reato “innovativo” nel panorama giudiziario italiano che non aveva mai visto simili ipotesi delittuose concretarsi in procedimenti penali, né probabilmente ne vedrà mai in futuro. Un unicum che si deve alla brillante sagacia giurisprudenziale della Procura di Matera. Dovendoci preparare alle “novità”, non possiamo che utilizzare lo strumento più congeniale alla natura stessa della nostra attività, l'informazione. In questo senso, sono illuminanti le certezze giudiziarie cui sono giunti gli inquirenti della Procura di Salerno sull'operato della Procura di Matera. “Significativa del particolare modus operandi degli inquirenti di Matera è l’informativa a firma del Dr. Nicola FUCARINO (capo) della Squadra Mobile di Matera del 24 maggio 2007 che fonda la richiesta del Pubblico Ministero Dr. CAZZETTA di autorizzazione alle intercettazioni telefoniche dell’utenza in uso al Capitano dei Carabinieri di Policoro Pasquale ZACHEO e al giornalista Carlo VULPIO de IL CORRIERE DELLA SERA. Segue il sunto delle conversazioni intercettate nei giorni 21/23 maggio 2007 nelle quali è evidente che i fatti di cui - omissis - intende riferire al Pubblico Ministero Dr. DE MAGISTRIS riguardano fatti oggetto del procedimento TOGHE LUCANE (quali quelli posti a fondamento del sequestro del villaggio MARINAGRI) e, in particolare, presunte illecite condotte riconducibili, tra gli altri, al Procuratore Dr. CHIECO e all’Avv. BUCCICO”. In pratica, sin dalle premesse dell'attività d'indagine, al PM (D.ssa Annunziata Cazzetta) ed al Capo della Squadra Mobile (Dr. Nicola Fucarino) dovrebbe essere lampante che non possono occuparsi del caso. Glielo vieta quanto dispone l'art. 11 del Codice di Procedura Penale in materia di competenze. Essendo coinvolto il Dr. Chieco, capo della Procura di Matera e quindi della stessa D.ssa Cazzetta, quest'ultima dovrebbe astenersi e “passare la pratica” alla Procura di Catanzaro. Ma questo, purtroppo, è il meno. Infatti, sempre negli atti della Procura di Salerno di legge: “Ancora va evidenziata l’informativa della Squadra Mobile di Matera del 29 maggio 2007, con la quale il Pubblico Ministero Dr. CAZZETTA ed il GIP Dr. ONORATI che autorizza le intercettazioni, vengono a conoscenza di importanti particolari sui fatti oggetto del procedimento penale c.d. TOGHE LUCANE. Vengono infatti evidenziate – si legge nella informativa della Squadra Mobile di Matera e presente negli atti redatti dalla d.ssa Annunziata Cazzetta – “alcune conversazioni telefoniche di interessante contenuto, intrattenute dal PICCENNA e che hanno ad oggetto la persona dell’Avvocato BUCCICO, rispetto a cui, l’indagato, nel corso delle conversazioni, fa riferimento a notizie in suo possesso, secondo cui tanto il Senatore quanto il Sostituto Procuratore dott.ssa Felicia GENOVESE risulterebbero indagati per gravi reati per i quali sarebbe prossima una emissione cautelare”. Vengono pertanto riportate alcune conversazioni telefoniche intercettate sulla utenza in uso a PICCENNA Nicola a partire dal 25 maggio 2007 (cfr. in particolare conversazione del 24 maggio 2007 ore 17.18 tra Piccenna e Vulpio). Con riguardo poi ad una conversazione intercettata sull’utenza in uso al Capitano ZACHEO e intercorsa con il Dr. DE MAGISTRIS il 28 maggio 2007 alle ore 9.56, si legge nella informativa: “per un verso e secondo una possibile interpretazione, è ravvisabile un atteggiamento fortemente astioso del Capitano nei confronti del Procuratore CHIECO, mentre, per altro verso, e secondo diversa e diametralmente opposta interpretazione, si ravviserebbero, se corrispondenti a verità, fattispecie di reità certamente gravissime e riferibili al medesimo Procuratore Capo Dr. Giuseppe CHIECO”. Il Dr. Fucarino arriva persino a dirlo chiaro, nelle conversazioni fra il capitano Zacheo ed il Dr. Luigi De Magistris, “si ravviserebbero fattispecie di reità gravissime e riferibili al medesimo Procuratore Capo Dr. Giuseppe Chieco”. Ma a che gioco giochiamo? Cazzetta e Fucarino sanno che De Magistris (all'epoca delle telefonate) sta indagando sull'operato del Dr. Chieco e di altri magistrati lucani. Sanno che non possono conoscere quelle indagini e fanno finta di nulla. Infine, pur di procedere per fini che qualcuno dovrà pur spiegare nel prosieguo dell'indagine, arrivano a commettere scientemente il più odioso dei reati per un investigatore: “Le motivazioni espresse nella richiesta si basano su una interpretazione delle conversazioni non aderente al loro reale contenuto”. Falsificano le evidenze d'indagine. Certo che a settembre c'è da aspettarsi qualche sorpresa, per la verità è da almeno due anni che le sorprese sarebbero dovute arrivare. Ma noi portiamo pazienza. (di Filippo de Lubac da "Il Resto" del 2.8.2009)

Inops, potentem dum vult imitari, perit.

“Sono in magistratura dal 1971 e, prima di essere trasferito a Matera, ho operato nelle sedi giudiziarie di Lodi, di Bari, e di Larino: nessuno, in nessun momento, ha avuto alcunché da ridire sulla mia correttezza. Ciò neppure quando, per ben 19 anni, ho svolto le funzioni di sostituto procuratore nella mia stessa città di origine: Bari, dove ho ricevuto sempre e soltanto attestazioni di stima e consenso. C'è da chiedersi se sia stata l'aria di Matera a cambiarmi radicalmente nel giro di pochi mesi, ovvero se non sia stato posto in essere nei miei confronti un ignobile e calunnioso piano di delegittimazione, che spero la S.V. riesca a vanificare”. (memorie difensive depositate dal Dr. Giuseppe Chieco)
Così parlò (anzi scrisse) il signor Giuseppe Chieco, Procuratore Capo a Matera e indagato per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e altre sciocchezze nel procedimento penale “Toghe Lucane”. La “Signoria Vostra” cui è diretta la memoria difensiva, è il Dr. Vincenzo Capomolla, imprestato alla Procura della Repubblica di Catanzaro per seguire l'inchiesta che fu di Luigi de Magistris. Come spesso gli capita, Chieco mente spudoratamente. Di solito non lo si dice così apertis verbis, c'è sempre il problema di dover dimostrare, provare e documentare affermazioni così gravi. Ma in questo caso ci prendiamo la soddisfazione di scrivere questa amara verità perché negli stessi atti giudiziari del fascicolo “Toghe Lucane” v'è l'evidenza della menzogna e della spudoratezza di siffatto magistrato. Occorre anche chiarire che la linea maginot su cui si sono attestati, insieme con Chieco, molti altri componenti la medesima “associazione per delinquere”, è fatta appunto di menzogne, spudorate menzogne come quella innanzi riportata. Tutte orientate ad un teorema di fondo: l'esistenza di “un ignobile e calunnioso piano di delegittimazione, che spero la S.V. riesca a vanificare”. Senza voler approfondire la carriera professionale del Dr. Chieco, ci limitiamo ad osservare che proprio mentre era in servizio a Bari fu querelato insieme con Alberto Maritati ed altri suoi colleghi di magistratura da Angelo Raffaele Bassi, anch'egli magistrato a Bari. Bassi era stato precedentemente querelato da Chieco, Maritati e “gli altri” di cui innanzi: processato ed assolto. Per Chieco, Maritati e “gli altri” fu più semplice. Non subirono nemmeno il processo perché il procedimento (in realtà erano più d'uno) venne archiviato. Innocenti? Macché. Fra le querele contro Chieco e Maritati ve n'era anche una di Francesco Cavallari, patron delle “Cliniche Riunite” di Bari. Nelle motivazioni che addussero i PM potentini nel chiedere l'archiviazione per Chieco, Scelsi, Lembo e Maritati, quella preminente risultò da un colloquio tenuto presso la Procura della Repubblica di Bari fra lo stesso Giuseppe Chieco, Alberto Maritati e Francesco Cavallari. Incontro che i due magistrati registrarono e spedirono a Potenza facendolo passare attraverso la Procura Nazionale Antimafia. Peccato che lo stesso giorno ed alla medesima ora Francesco Cavallari si trovava in Procura a Potenza. False le dichiarazioni scritte da Chieco a Capomolla, falso il colloquio fra Chieco, Cavallari e Maritati. Di siffatta esperienza barese, come può il Dr. Chieco dichiarare “dove ho ricevuto sempre e soltanto attestazioni di stima e consenso”? I documenti che smentiscono Chieco e svelano la complicità nei gravi reati commessi dello stesso Alberto Maritati (oggi senatore del PD), sono negli atti di Toghe Lucane. Ammesso che Capomolla riesca a ritrovarli dopo lo spezzatino e il rimpasto effettuato ad arte dei faldoni originari. Piuttosto che “l'esistenza di “un ignobile e calunnioso piano di delegittimazione”, esistono in atti le prove dell'esistenza di un'articolata attività di corruzione in atti giudiziari, questa sì ignobile. Vale per Chieco e per altri magistrati, politici e avvocati. Né potranno a lungo resistere dietro la “linea Maginot” del complotto finalizzato alla delegittimazione della magistratura, la Procura di Salerno prima ed il Gip Belmonte poi l'hanno sancito a chiare lettere. L'unico complotto è quello architettato e posto in essere ai danni di Luigi de Magistris da magistrati di Matera, Potenza e Catanzaro. L'aria di Matera, egregio Dr. Chieco, è aria assai salubre e non ha mai peggiorato nessuno. Lei ha semplicemente continuato ad essere ciò che già era. Ipse dixit. (di Nicola Piccenna da "Il Resto" del 31.7.2009)

mercoledì 29 luglio 2009

Nicola Mancino, l'attacco immeritato e la solidarietà del CSM

Il Signor Nicola Mancino, parlamentare e vice-presidente del CSM, uomo politico di lungo corso con rilevanti ruoli di responsabilità istituzionale, pietisce solidarietà a destra ed a manca e la riceve: da destra, da manca e persino dallo stesso CSM. Così può continuare a esporre l'immagine di un servo fedele dello Stato evitando di affrontare la realtà e le domande cui avrebbe il dovere (e non la facoltà) di rispondere. Per guardare sotto la faccia incartapecorita e la facciata tinteggiata a nuovo dai vari solidali (che in alcuni casi sarebbe opportuno definire sodali) è sufficiente conoscere due fatti:

1) Quando (nel 92 dopo due mesi dalla tragica morte di Giovanni Falcone) Nicola Mancino venne nominato Ministro degli Interni, ricevette la visita di Paolo Borsellino. Magistrato che aveva preso il posto di Giovanni Falcone. Borsellino da quell'incontro uscì in lacrime ma il signor Nicola Mancino non se ne ricorda. Anzi, dice di più, afferma che non conosceva Paolo Borsellino. Possiamo credere che il Ministro degli Interni italiano non conoscesse il magistrato che più di ogni altro aveva collaborato con Giovanni Falcone, che ne aveva ereditato le funzioni, che era al centro delle attenzioni di tutta l'Italia, anche della mafia? Mancino ha mentito per anni, continua a mentire e, vergognosamente, continua a godere dell'avallo di tante alte figure politiche, istituzionali e della magistratura;

2) Quando, pressato dalle contraddizioni insite nella incredibile pantomima di cui al punto che precede, il signor Nicola Mancino ha dovuto ammettere che sì, forse potrebbe anche aver incontrato Paolo Borsellino, l'ha fatto con una delle più infelici (e indicative) espressioni lessicali che si siano mai sentite: "probabilmente sarà venuto ad omaggiarmi". L'idea stessa che Paolo Borsellino, fedele servitore dello Stato e delle Istituzioni che ha pagato con una morte tragica e violenta una condotta morale e professionale integerrima, possa essere andato ad "omaggiare" il signor Mancino è fastidiosa. Ma che un simile vocabolario sia stato utilizzato dal signor Mancino è ributtante. Attribuire al magistrato più esposto d'Italia (morirà dilaniato dal tritolo pochi giorni dopo averlo "omaggiato"), anche solo in via ipotetica, l'intento di "omaggiarlo" è l'atto più arrogante e protervo che Mancino potesse commettere.

In questi giorni viene a galla quella melma di cui, per anni, abbiamo sentito il tanfo. Ci dicevano che erano congetture, frutto di fantasie perverse, complottismo. Una puzza nauseabonda che pretendevano fosse solo una sorta di autosuggestione. Ma adesso non è più così, qualcuno inizia a parlare, qualcosa di rilevante è già formalizzato negli atti giudiziari di Why Not, Poseidone, Toghe Lucane. Utveggio non è più solo un nome misterioso ed i mandanti della strage di Via D'Amelio e di Capaci non sono solo i mafiosi con la coppola e l'affiliazione rituale. La melma viene a galla e non basteranno le solidarietà, i piagnistei, le sparate d'orgoglio di facce bronzee a trattenerla dove è stata sin'ora. Intanto, ricordiamo a Mancino un impegno assunto solennemente: "se anche solo un sospetto dovesse avanzarsi sulla mia persona mi farò da parte". Quelli avanzati sono ben più che sospetti, sia leale signor Mancino, almeno una volta nella vita, sia leale con se stesso e con gli italiani. Il Signore gliene renderà merito. (di Nicola Piccenna)

Cosa pensano Athur Schopenhauer, Giorgio Hegel e qualcun altro del CSM, di Capomolla e di Toghe Lucane

Nell'opera “Il mondo come volontà e rappresentazione”, Arthur Schopenhauer (Danzica, 22.02.1788 – Francoforte sul Meno, 21.09.1860) sostiene che l'esegesi (della realtà) è frutto della “mia volontà” di rappresentazione e pertanto anche gli atti processuali (le valutazioni) devono obbedire all'intenzione del filologo (colui che interpreta). Schopenhauer, inoltre, si premura d'indicare la soluzione per evitare soggettivismi interpretativi nel momento in cui affida alla “non volontà” (noluntas) l'obbligo di “non volere” ai fini di una oggettività docimologica (valutativa). Corre l'obbligo rilevare che la scuola Eleatica (sorta nella città di Elea o Velio, oggi Paestum) di Parmenide, affermava che “l'essere è, e non può non essere”: ciò implica che l'esegesi non deve limitarsi alla superficie fenomenica della realtà ma deve cogliere la sostanza (sub-stantia), come dice Aristotele, ciò che sta sotto, la base, il fondamento. L'operazione posta in essere dal PM Vincenzo Capomolla che ha frammentato il procedimento penale “Toghe Lucane” per crearne nuove aggregazioni frutto della “sua volontà” ma avulse dalla sub-stantia dei fatti reato, elude l'indirizzo filologico, prim'ancora che quello giuridico-procedimentale, creando una frattura tra il fondamento (l'origine) e il resto della struttura (l'impianto di singoli procedimenti ri-costruiti in maniera avulsa dalle basi). Ma quella di Capomolla non è una filologia esclusiva. Da qualche anno, in diverse Procure, presso la Suprema Corte di Cassazione e persino in seno al CSM l'orientamento filologico predominante sembra conformarsi ad una continua separazione della parte dal tutto. Come se la valutazione del “particolare”, della particella, potesse fornire indicazioni sull'insieme. Ma appare sempre più chiaramente che è proprio l'impossibilità di ricostruire l'immagine globale a determinare l'estrema parcellizzazione operativa. Si opera, quindi, in spregio verso il concetto greco uno-molteplice, ripreso da Giorgio Hegel (1770 – 1831), il quale nelle filosofia del diritto, ben nota a coloro che hanno studiato il diritto e la giurisprudenza senza eccezione per il Dr. Vincenzo Capomolla, sostiene l'intima connessione tra materia e forma, tra l'uno ed il molteplice, pena la morte dell'essere. “Se venisse distrutto un granello di polvere, rovinerebbe l'intero universo” (Hegel). Spinoza, portoghese, ebreo di nascita, afferma nella sua grande opera l'Etica: “Ordo et connexio rerum idem est ac ordo et connexio idearum” (l'ordine e la connessione delle cose coincide (corrisponde) con l'ordine e la connessione delle idee). In pratica non è corretto connettere le idee (cioè desumere l'opportunità di archiviare Toghe Lucane) dopo aver manipolato l'ordine e la connessione degli atti giudiziari (smontati e rimontati in antitesi con la “noluntas” ma chiaramente con una “voluntas” di cui non si sa fino a che punto sia etero-proveniente). Hegel, esponente di spicco dell'idealismo logico tedesco, ha celebrato col suo pan-logismo l'apologia della filosofia nella quale s'incarna il concetto di Stato ed i magistrati devono, almeno sul piano professionale, far tesoro di quanto detto poiché è difficilmente contestabile che il diritto nasca dalla filosofia. Peccato che il Pm abbia ignorato il diritto naturale, che ha in sé il concetto di logica, così come sostiene il behaviorismo (comportamento) in riferimento alle azioni degli uomini e degli animali. L'operato di Capomolla, di Nicola Mancino e di tutto il CSM nelle note vicende “De Magistris”, “Apicella- Nuzzi-Verasani”, hanno tradito sul piano ontologico il concetto di essere, eludendo la Legge che differisce dal Diritto fondante lo Stato. (di Nico Pignatone da "Il Resto" del 29.07.2009)

martedì 28 luglio 2009

I tifosi di Vincenzo Capomolla

È come per il calcio o almeno così vorrebbero farci credere. Ciascuno è libero di scegliersi una squadra, quale che sia la divisione in cui milita, e sostenerne i destini con la propria incondizionata e fedele azione di supporto: striscioni, proclami e persino qualche insulto. Quanno ce vo', ce vo'. Fa niente che il tema sia più serio, fa niente che siano in gioco i destini del Mezzogiorno se non proprio dell'Italia. Così succede nelle cronache (che non hanno nemmeno una parola di cronaca) sull'inchiesta Toghe Lucane già tenuta da Luigi de Magistris ed oggi nelle mani di Vincenzo Capomolla. Colleghi illustri dal lunghissimo pedigree dicono la loro, fanno il tifo per Capomolla. Riportano le conclusioni cui è giunto il PM nella sua richiesta d'archiviazione come se si trattasse di una sentenza della Suprema Corte di Cassazione. Senza nulla documentare, senza fornire cioè l'indispensabile corredo d'informazioni che consentirebbe al lettore di farsi un'idea concreta dell'operato del magistrato. Facciamo un solo esempio, ma potremmo ripetere l'esercizio per ogni affermazione del Dr. Capomolla pedissequamente sposata dagli stimati colleghi. Scrivono: “Cannizzaro, ad esempio, era accusato di frequentazioni con Giuseppe Gianfredi, esponente di spicco della criminalità organizzata. Tutto finito nel nulla. Per il pm Capomolla, infatti, non può valere per tutti l’assunto generalizzato della partecipazione all’associazione per delinquere se non è dimostrato, oltre che il reato, anche il collegamento fra chi l’ha commesso”. Non scrivono che Giuseppe Gianfredi venne ucciso a colpi di lupara insieme con sua moglie in pieno giorno. Era in macchina e sui sedili posteriori erano seduti i loro due figli, di otto e dieci anni. Le indagini sull'omicidio vennero condotte dal PM antimafia Felicia Genovese e solo dopo diversi giorni, su testimonianza di un impaurito poliziotto, si venne a sapere che Michele Cannizzaro (marito della D.ssa Felicia Genovese) era stato a casa di Gianfredi la sera prima dell'omicidio. Quando un dichiarante disse che il rapporto fra Cannizzaro e Gianfedi era profondo e datato, Cannizzaro e sua moglie lo querelarono. Ma il dichiarante aveva indicato un cospicuo giro di denaro, aveva indicato le banche coinvolte e le date delle transazioni. Tutto verificato, le cifre corrispondevano ed anche i periodi. L'omicidio Gianfredi è rimasto senza colpevoli. Ai sospetti componenti del “gruppo di fuoco” non vennero nemmeno fatti gli esami di rito, se non dopo molto tempo quando erano privi di significato ed utilità. E, a proposito di collegamenti, nemmeno citano i giornalisti, che i carabinieri di un paesino della Calabria relazionarono formalmente di un incontro fra Michele Cannizzaro ed una teoria di mafiosi pluripregiudicati delle “famiglie” più in vista della 'ndrangheta calabrese. Allora, signore e signori, giudicate pure l'operato del Dr. Capomolla, ne avete qualche elemento in più. Ma, prim'ancora, valutate bene con quale fine certa stampa propone ipotesi fantasiose spacciandole per acclarate verità. (Filippo de Lubac)

domenica 26 luglio 2009

L'impianto di “Toghe Lucane” appare quanto mai solido; nonostante Capomolla

Magistrati smemorati e contraddizioni documentali di cui il Dr. Vincenzo Capomolla si disinteressa. Fosse stato per lui, nemmeno per Hermann Wilhelm Göring (trascritto anche Goering) vi sarebbero stati elementi idonei a sostenerne l'accusa nel processo di Norimberga. Ma Capomolla non era ancora nato, il processo si tenne e Göring venne condannato a morte (si suicidò in carcere con una fiala di cianuro). Il paragone non appaia forzato. Sul piano giuridico, l'operazione posta in essere dal Dr. Vincenzo Capomolla è aberrante. Altrettanto grave che nessuno prenda provvedimenti in materia

Al termine delle indagini preliminari, la procedura vuole che il Pubblico Ministero si pronunci chiedendo l'archiviazione oppure il rinvio a giudizio per gli indagati. È persino inutile spiegare la ratio di una simile incombenza procedurale. Di solito la richiesta d'archiviazione viene motivata con argomentazioni che spiegano l'insussistenza del reato oppure con l'impossibilità di sostenere l'accusa in giudizio: quella che, più comprensibilmente, possiamo sintetizzare con “insufficienza di prove”. Quest'ultimo è il caso della maggior parte delle archiviazioni chieste dal PM Vincenzo Capomolla nel procedimento penale cosiddetto “Toghe Lucane”. Per giungere alla “impossibilità di sostenere l'accusa in giudizio”, il PM si è premurato di disaggregare e riaggregare i procedimenti penali, badando bene di perdere qualcosa per strada. Ma, oltre a questa che gli anglofoni definirebbero una “best practice”, il magistrato ha anche acquisito gli interrogatori degli indagati. Bisogna usare il termine “acquisito” perché, leggendoli, si ha l'impressione che gli interrogati facciano tutto da sé, domanda, risposte, commenti e persino ironia. L'avv. Emilio Nicola Buccico arriva ad irridere lo stesso PM Capomolla quando gli dichiara papale papale:
“I magistrati, tutti – non lo so se lei sia una eccezione – fanno esposti. È una cosa da malati mentali”.
Se non lo sa Buccico, figurarsi se lo sappiamo noi. Certo è che raramente è dato assistere ad un interrogatorio in cui il magistrato consente all'indagato simili affermazioni denigranti l'intera magistratura senza nemmeno accennare ad un ammonimento. Piuttosto, a beneficio dei neofiti dei procedimenti giudiziari e di quanti i preoccupano che Toghe Lucane finirà in una bolla di sapone, dagli atti depostati dal PM Luigi de Magistris (nonostante Capomolla) emergono migliaia di pagine di evidenze documentali e di testimonianze autorevoli che sarà impossibile convincere il Gip della mancanza degli elementi per sostenere l'accusa in giudizio. Gli stessi indagati, che hanno riempito centinaia di pagine di dichiarazioni e migliaia di pagine di documenti allegati per discolparsi da quanto era emerso durante le indagini preliminari, confermano l'esistenza di una mole di indizi, prove e documenti tali per cu l'unico organismo deputato alla valutazione di siffatto impianto procedurale è proprio il Tribunale. Stupisce che magistrati esperti (indagati per gavissimi reati in Toghe Lucane) abbiano fornito per sé stessi una difesa “nel merito”; aspetto tipico del giudizio davanti al Tribunale piuttosto che della valutazione del Giudice per le Indagini Preliminari. Come è possibile che la testimonianza del Dr. Colella, magistrato che ha denunciato le pressioni ed i tentativi di condizionarlo da parte del Proc. Capo Dr. Giuseppe Chieco, non sia sufficiente a sostenere l'accusa in giudizio contro lo stesso Chieco? Come è possibile che Capomolla ritenga di chiedere il rinvio a giudizio per Vincenzo e Marco Vitale con il sindaco di Policoro, Nicolino Lopatriello, per gli abusi ed i reati relativi alla realizzazione della città lagunare “Marinagri”, e mandare in archivio la pratica per Giuseppe Chieco e Paola Morelli che quello stesso procedimento avevano archiviato ignorando le informative della Polizia Giudiziaria e dei Periti d'Ufficio? Innumerevoli le contraddizioni (anche documentali) nelle dichiarazioni rese dagli indagati al Dr. Vincenzo Capomolla che non rileva nemmeno le evidenti contraddizioni che emergono nell'ambito del singolo interrogatorio. Fra tutte, solo per dare un esempio facilmente comprensibile, l'autorizzazione concessa dal Dr. Giuseppe Chieco il 30 gennaio 2007 all'accesso e copia di un documento “riservato” richiesto da Vincenzo Vitale. Il 27 gennaio di quello stesso anno (solo tre giorni prima) Giuseppe Chieco aveva saputo di essere coindagato col signor Vincenzo Vitale di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari. Nella richiesta, peraltro riguardante un documento redatto dai Carabinieri di Policoro e strettamente inerente il procedimento penale che li vedeva (Chieco e Vitale) “associati per delinquere con la finalità della corruzione in atti giudiziari”, Vitale scrive di essere già stato autorizzato all'accesso nel marzo del 2006: Chieco autorizza. Ma, un rapido controllo ed ecco emergere un documento proprio del marzo 2006 in cui si nega, per motivi di riservatezza, la conoscenza e l'accesso a quegli atti. Inutile dire che il diniego era a firma del Dr. Giuseppe Chieco.

Quei magistrati di Catanzaro che, come Arlecchino, servono due (o più) padroni

Se n'è parlato confusamente nei primi giorni di luglio, alcuni “dandy” nostrani avevano pontificato della fine di “Toghe Lucane” e dei conflitti d'interesse di coloro che, parti offese, non avrebbero avuto diritto a parlarne. Una sorta di garantismo all'ennesima potenza e ad orecchie ed occhi chiusi. Di Toghe Lucane avrebbero diritto a parlarne tutti tranne coloro che, essendo parti offese, hanno più ragioni degli altri a chiedere giustizia. Singolare! Finalmente, comunque, dopo specifiche richieste e i tempi della burocrazia giudiziaria, sono noti i documenti dei procedimenti per cui il PM Vincenzo Capomolla ha chiesto l'archiviazione e confermano in toto le prime evidenze già espresse “a caldo”. Lo spezzettamento del procedimento originariamente gestito dal PM Luigi de Magistris, noto come Toghe Lucane, è suscettibile di critiche talmente severe da meritare attenzioni giudiziarie che vanno ben al di là di quelle, che pur vi saranno, in sede catanzarese. Il fatto non attiene alla confusa storia dei “cretini” di cui riferiva mister Dandy, ma ad una ben più grave vicenda che vede fortemente compromessa la credibilità stessa dell'istituzione giudiziaria. Non siamo di fronte alle libere e personali argomentazioni del magistrato che valuta in scienza e coscienza un procedimento giudiziario a lui affidato, pertanto può decidere di chiederne l'archiviazione piuttosto che il rinvio a giudizio. É, diversamente, il caso del Dr. Vincenzo Capomolla che, smontando il procedimento principale in altri “minori” e rimontando i “minori” in aggregati intermedi, ha perso per strada gli indizi o le prove dei reati contestati. Succede così che le intercettazioni telefoniche in cui Emilio Nicola Buccico promette a Iside Granese il proprio interessamento per garantirle la “copertura” presso il CSM e gli organismi superiori non facciano più parte del procedimento penale creato a bella posta dal PM. Succede che gli atti ed i documenti acquisiti nella perquisizione effettuata a carico di Attilio Caruso non si trovino più nel fascicolo in cui si contestano i reati (ipotizzati) per lo stesso Caruso. E, da Caruso Attilio, avevano trovato le prove che durante la gara per le licenze per la telefonia UMTS, egli trattava la cessione del Consorzio Anthill alla Telecom Italia, pratica vietata integrante il reato di turbativa d'asta. Capita che la registrazione ambientale in cui Emilio Nicola Buccico racconta a Giuseppe Galante di essere a conoscenza dell'esistenza del procedimento a suo carico e di averne parlato con il Dr. Salvatore Murone (magistrato di Catanzaro), sia scomparsa dal fascicolo in cui “resta” indagato Buccico. Addirittura, dei fascicoli originari catalogati, numerati ed indicizzati da De Magistris non sono rimaste nemmeno le copertine, tanto radicale è stata la rivisitazione effettuata da Vincenzo Capomolla. Era possibile una simile operazione? Poteva il magistrato eliminare di fatto gli atti redatti da Luigi de Magistris? Non è certo questa la sede deputata a simili rovelli. Fortunatamente, l'accesso agli atti per cui rinunciammo alle ferie nell'agosto scorso, ci consente di documentare il grave handicap (giudiziario) che Capomolla ha introdotto in “Toghe Lucane” e nei suoi succedanei. A beneficio dei lettori, del Gip, e della Procura competente. Perché sia chiaro a Dandy, a Capomolla ed a tutti gli indagati, che sottrarre le prove (ipotetiche) da un procedimento giudiziario è un reato gravissimo che fra i magistrati di Catanzaro risulta aggravato dalla recidiva. Non dimentichiamo che al Dr. Enzo Jannelli (Procuratore Generale), a Salvatore Curcio (S. Proc.), a Salvatore Murone (Proc. Aggiunto) ed altri (non pochi) loro colleghi, è stato consentito impunemente di contro-sequestrare documenti e prove (ipotetiche) a loro carico oggetto del legittimo sequestro operato da magistrati di Salerno. Il fatto che il CSM, la Procura presso la Suprema Corte di Cassazione e lo stesso Presidente della Repubblica abbiano glissato la vicenda non cambia la rilevanza penale della vicenda anche se, forse, conferma nel convincimento dell'impunità alcuni servitori dello Stato che, come Arlecchino, servono contemporaneamente due (se non più) padroni. (di Nicola Piccenna)

martedì 21 luglio 2009

Mancino e l’omicidio Borsellino

Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato 17 anni fa, commentando acune notizie sulla nuova inchiesta che ha riaperto le indagini sulla strage di via D’Amelio e nella quale potrebbero essere coinvolti rappresetanti delle istituzioni, aveva detto: “Mio fratello sapeva della trattativa tra la mafia e lo Stato. Era stato informato. E per questo è stato ucciso. La strage di via D’Amelio è una strage di Stato. Pezzi delle istituzioni hanno lavorato per prepararla ed eseguirla. Adesso che la verità sulla strage si avvicina, spero solo che non siano gli storici a doverla scrivere. Bensì i giornalisti. Io tra non molti anni raggiungerò mio fratello Paolo e non so se riuscirò a leggerla sui giornali”. Poi aveva attacca direttamente l’onorevole Nicola Mancino, oggi al Csm: “Mancino dice addirittura che non conosceva mio fratello. Come faceva il neo ministro dell’interno a non conoscere il giudice presente ai funerali di Falcone e che appariva in tutti i tg nazionali? La verità è che da quell’incontro mio fratello uscì sconvolto come testimonia il pentito Gaspare Mutolo”. Massimo Ciancimino, figlio di Vito ex sindaco di Palermo e colluso con la mafia, ha consegnato agli inquirenti alcuni importanti documenti dai quali emergerebbe l’avvio di una trattativa tra Stato e mafia.
Luigi de Magistris, parlamentare europero ed anche lui imbattutosi, quando era magistrato, con l’area grigia che lega affaristi e poltica ha insistito sul tema: “In particolare - ha affermanto - mi chiedo come sia possibile che Nicola Mancino appare lucido quando presiede la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, che ha scritto alcune tra le pagine più buie della storia del Csm, e che ha fermato me ed i magistrati della Procura di Salerno che stavano ricostruendo la nuova P2, in cui comparivano nomi e contesti emersi anche nelle inchieste sulle stragi, mentre perde la memoria quando deve riferire sul contenuto di un incontro così importante avvenuto poco dopo la strage di Capaci e poche ore prima di quella di via D’Amelio”.
Mancino, secondo Borsellino e De Magistris, “ha il dovere morale e giuridico, in virtù delle cariche ricoperte, di rispondere a questa domanda che gli viene rivolta da migliaia di italiani che pretendono verità e giustizia sulle stragi”.
Vorrà a questo punto l’ex ministro rompere la tradizione del silenzio, ormai abituale in Italia, e fornire spiegazioni convincenti?

NOTE A MARGINE DI DUE STRAGI

L'esplosivo impiegato nella strage di Capaci nel 1992 era contenuto da un tubo di drenaggio posto sotto la strada; il diametro di tali tubi generalmente non è superiore a 20-30 cm; data la potenza dell'esplosione - valutabile dai dati allora diffusi - il volume necessario di polvere da mina sarebbe stato tale da rendere insufficiente la capienza del tubo (massa della carica/peso specifico dell'esplosivo); come si potevano inserire e collegare dentro un simile condotto tante e tali cariche (per un volume di centinaia di litri)? Il volume dell'esplosivo doveva essere molto inferiore ed avere una potenza molto superiore. Solo esplosivi prodotti da officine militari o militarizzate – come l'Hexogen (ciclonite, RDX, peso specifico circa 1,8 kg/dm3) – arrivano a tali potenze. Potrebbe essere stata usata una miscela di TNT con polvere di alluminio (o magnesio). Anche questi esplosivi sono prodotti per scopi militari. Questo tipo di esplosivo produce però una intensa nuvola bianca e comunque la velocità di espansione iniziale dei gas tale che nel caso in questione avrebbe frantumato le auto blindate di Falcone e della scorta. Invece l'auto di Falcone è stata sollevata, proiettata, danneggiata ma è rimasta integra, il che porta ad escludere una forte carica di tritolo e induce a ipotizzare quali mezzi usati l’Hexogen e simili.
Sulla esplosione alla stazione di Bologna nel 1980 ancora oggi nella sala d'attesa di II Classe è visibile un piccolo buchetto che sarebbe il "cratere" lasciato da una bomba di circa 100 kg di tetranitroeritrite. La prima riflessione è che 100 kg di tetranitroeritrite (che, ad occhio, equivalgono ad una bomba aerea da 500 libbre), posti al suolo non lasciano un piccolo buco del diametro di 20-30 cm. Come è possibile trasportare dentro un valigia 100 kg di esplosivo più l'innesco? Com'è manovrabile un oggetto simile? Se si caricano in una valigia 4 sacchi di cemento non si riesce poi a trasportarla! L'esplosione è stata enorme e compatibile con una equipollente carica. Pertanto non poteva essere sufficiente solo una carica come quella che ha lasciato il segno sul pavimento. Vi doveva essere una seconda carica, esplosa nello stesso istante, ma posta in un luogo dove non ha lasciato crateri, ad esempio posizionata nei locali del piano superiore (avrebbe sfondato il solaio ma non lasciato "crateri"). Ma chi l'avrebbe potuta mettere? Non certo un terrorista "di passaggio". Tutto troppo strano per cui varrebbe la pena di verificare tutta la documentazione se ancora disponibile e fare calcoli molto più precisi.
Cordialmente
Prof. Cosimo Loré

lunedì 20 luglio 2009

Ich bin ein Berliner. Ovvero, Io sono un Italiano

Ich bin ein Berliner. Ovvero, Io sono un Italiano (licenza poetico-morale). Per la verità, la frase corretta dovrebbe essere “Io sono Italiano”. Ma ci saremmo giocati l'effetto citazione. Io sono Italiano, mai come oggi occorre rinnovare l'orgoglio di questa appartenenza che, di contro, si oppone al preteso orgoglio d'italianità della classe dirigente politica, burocratica, borghese (illuminati e non) ed istituzionale. Quando emergono aspetti non proprio edificanti nel comportamento pubblico e privato dell'homo publicus di turno, ci si affretta a riaffermare l'onore leso degli italiani. Il Presidente Napolitano si affanna a chiedere il silenzio stampa e i maggiorenti ne condividono pensieri e finalità, seguiti dalla Rai che censura le notizie. Ebbene, chiariamolo subito, l'onore degli Italiani non è lì. Non risiede in siffatti figuri che pretendono d'essere l'incarnazione dell'onor di Patria in virtù del consenso elettorale. L'onore degli italiani non si rappresenta per elezione ma per meriti, per evidenza, per legittima dimostrazione di fulgide ed elette virtù. I giudici Falcone e Borsellino erano mai stati eletti in una competizione politica? Mai, eppure nessuno dubita che abbiano tenuto alto l'onore, la credibilità e la dignità dell'istituzione giudiziaria e dell'Italia tutta. In opposto, le avventure sessuali del premier che ricorre al meretricio mostrando problemi di personalità non certo adeguati all'alto incarico ricoperto, non offendono l'Italia, meno ancora gli italiani. Offende e disturba essere associati ad arte a siffatti personaggi. Perché dovrebbe ritenersi offeso un elettore che scopre l'eletto non idoneo a svolgere l'incarico che pur egli ha contribuito ad eleggerlo? Oggi, apprendiamo con sgomento quello che già sapevamo. Oggi ce lo comunicano con i crismi dell'ufficialità, lo dice proprio uno dei protagonisti. Quel Nicola Mancino che aveva sempre sostenuto l'inesistenza della trattativa Stato Italiano versus Mafia. Mancino ha dichiarato che le richieste di Cosa Nostra non sono state accolte anzi, meglio, sono state rimandate al mittente con un secco: “non si tratta”. Allora significa che una trattativa c'è stata, che il “papello” è arrivato. Significa anche che se ne conosce il mittente, altrimenti a chi avrebbero comunicato il “niet”? Ecco che ora è ancora più difficile credere al Mancino che non ricorda di aver incontrato Paolo Borsellino; il giudice di punta della lotta a Cosa Nostra che aveva appena sostituito Giovanni Falcone saltato in aria a Capaci. Il Mancino che dichiara che (al più) Borsellino potrebbe essere andato ad “omaggiarlo” per la nomina a Ministro degli Interni, ma l'episodio gli sfugge “perché non conosceva Borsellino”. Il Mancino che si era detto pronto a lasciare se anche solo un'ombra avesse offuscato la sua onorabilità. Ovviamente non ha lasciato, nemmeno quando in aereo si disse contrariato perché “non riuscite a far fuori De Magistris”. Chiaramente non si riferiva ai metodi di Capaci e Via D'Amelio, quel genere di trattative avevano deciso di rifiutarlo. Meglio usare metodi democratici, non cruenti, senza spargimento di sangue innocente. Uno Stato che tratta con la Mafia, uomini che credono di rappresentare lo Stato Italiano, che dicono di rappresentare lo Stato Italiano, che si ostinano a rappresentare lo Stato Italiano ma che nulla hanno a che vedere con l'Italia e meno ancora con gli Italiani. Ecco, di fronte a tanto scempio, occorre che tutti gli uomini di buona volontà si proclamino, con orgoglio, Italiani. Io sono un Italiano!

Toghe Lucane: Capomolla (PM) mischia le carte

Buccico, durante l'interrogatorio, rivolgendosi al PM Vincenzo Capomolla: “I magistrati, tutti – non lo so se lei sia una eccezione – fanno esposti. È una cosa da malati mentali”.
Un lavoro immane, improbo. Quello che s'inizia ad intravedere dell'opera di Vincenzo Capomolla, magistrato e Pubblico Ministero, affidatario del procedimento penale più conosciuto della Procura della Repubblica di Catanzaro: “Toghe Lucane”. Qualche settimana fa, suscitò un certo scalpore la notizia che per la quasi totalità degli indagati, il PM avesse chiesto l'archiviazione. Oggi si comincia ad intravedere con chiarezza come il PM ha operato. Per prima cosa ha mischiato le carte. Il Dr. De Magistris aveva redatto l'atto di chiusura delle indagini che accompagnava duecentomila pagine e alcune centinaia di CD. Vincenzo Capomolla ha smontato tutto, persino le cartelline dei fascicoli, e poi ha rimontato a suo piacimento. Risultato? Il primo è che, chi aveva studiato i fascicoli e gli atti di Toghe Lucane (avendone titolo, s'intende), fatica a ritrovare atti, indizi e prove. Un secondo è che, almeno al primo approccio, le frasi generiche e apodittiche con cui Capomolla sostiene le proprie tesi archiviatorie, risultano difficili da confutare con elementi certi e concreti. Ma è solo questione di tempo, cercando nel mare magnum di documenti, tutto rispunta come per incanto. Mentre, quello che ad oggi risulta mancante, prima o poi rispunterà in qualche faldone creato dal “metodo Capomolla”. Fortunatamente, alcuni avevano già provveduto ad “estrarre” gli atti e le evidenze probatorie fondamentali che, di conseguenza, non potranno risultare introvabili. Poi vi sono atti che sembrano incongruenti. De Magistris scriveva in data 1.8.2008 che avrebbe disposto lo stralcio delle posizioni di tre indagati per chiederne l'archiviazione. Capomolla aggiunge: “nonchè a carico di Granese Iside, Buccico Emilio Nicola, Caruso Attilio, Tufano Vincenzo e Chieco Giuseppe”. Ma del suo personalissimo “nonché”, lascia la paternità a De Magistris. Perché? Dopo aver mischiato il mazzo, Capomolla distribuisce le carte e inizia la partita per la maxi-archiviazione. Nuova partita e nuovo cartaro. Gli interrogatori degli indagati, che durante la gestione De Magistris venivano effettuati in presenza di componenti della Polizia Giudiziaria che avevano condotto le indagini, Capomolla li tiene facendosi assistere dal suo cancelliere-segretario. Degnissima persona che non ha mai condotto un'indagine in vita sua. Il risultato è un monologo in cui l'indagato contesta le accuse raccontando “la sua verità”. Non una sola contestazione, non una sola contraddizione che venga rilevata, nemmeno mai una richiesta di chiarimento. Parlano da Capomolla: Buccico, Chieco, Tufano, Genovese. Mai, dico mai, che venga loro contestata solo una delle decine di contraddizioni in cui incappano. Ma v'è ben di più. Capomolla non mostra nemmeno un sussulto di dignità quando Buccico afferma: “I magistrati, tutti – non lo so se lei sia una eccezione – fanno esposti. È una cosa da malati mentali”. Ora, è pur vero che benevolmente al Dr. Capomolla che era presente alla verbalizzazione, Buccico lascia il beneficio del dubbio, ma è altrettanto evidente che il giudizio dell'imputato sull'intera magistratura è gravissimo: sono tutti malati mentali. Il Dr. Capomolla nulla dice e precisa né per confermare di essere, eventualmente, una eccezione né per difendere il prestigio ed il decoro dei suoi colleghi “malati mentali” (tutti!). Poteva Capomolla disporre liberamente dei faldoni lasciati in “eredità” dal Dr. Luigi de Magistris? Certamente poteva stabilire per quali reati chiedere l'archiviazione e per quali altri no. Ma questo suo operato andrà sottoposto al Gip, sperando che sia anch'esso un'eccezione rispetto a tutti gli altri “malati mentali” di cui si duole Emilio Nicola Buccico.

martedì 7 luglio 2009

L'invito di Napolitano a nascondere i fatti (che definisce polemiche)

Che si lasci ad un piccolo giornale di provincia l'onere di commentare i grandi eventi che attraversano l'Italia d'oggi è davvero incredibile. Pensatori di illustre scuola e politici sopraffini, autorità istituzionali e vertici dello Stato, sociologi da salotto (anche televisivo) e giornalisti premiati da titoli e cassetta, persino uomini umili e intrinsecamente sani nonché virtuosi sino all'eroismo, tutti ritengono inopportuno intervenire con parole chiare e nette sulle note (comunque note) vicende che hanno sopraffatto Silvio Berlusconi e con lui (prima e dopo, dentro ed oltre) tutto un sistema di potere, di potenti, di uomini persi dietro l'illusione del mondo. Quando il dia-ballo, colui che è menzogna e divisione, mostrò a Gesù tutti i regni del mondo e tutto il potere della terra e tutte le ricchezze e tutte le bellezze offrendogliele ad una sola condizione, che lo adorasse, la risposta fu semplice e immediata. Non ci furono calcoli di real-politik. Cosa ci può essere mai da calcolare quando in ballo c'è una scelta così netta. E la real-politik non avrebbe forse consigliato a migliaia (milioni?) di cristiani di abiurare piuttosto che finire in pasto ai leoni? Poi, nel segreto di qualche catacomba, avrebbero magari continuato i culti cristiani, avrebbero spezzato il pane e pronunciato formule e tutto sarebbe risultato meno duro. Quale ragione politica potrà mai giustificare l'abiura della verità, quale ragione politica potrà mai giustificare il silenzio del giudizio. Forse quella che avrebbe salvato la vita a Thomas Moore (7 febbraio 1478 - 6 luglio 1535) evitando lo scisma degli Anglicani? Non sono ragionamenti riservati ai cristiani, anche se non si può prescindere dal cristianesimo per capire interamente l'uomo ed i suoi desideri più profondi. Certo è difficile parlare di cristianesimo, l'unica religione che ha come presupposto costitutivo la presenza fisica di Cristo nel corpo mistico della Chiesa; che altro non è se non i corpi fisici dei suoi fedeli. È difficile parlare di quello che si può solo incontrare e sperimentare, ammesso che la lampada non venga messa sotto il moggio. Al relativismo etico, ampiamente diffuso fra i cristiani “adulti” alla “Prodi”, adesso si affianca il relativismo politico. Sembra che la permanenza dell'attuale capo del governo sia un fattore determinante della storia al punto da includerla nei famosi valori “non negoziabili”. Berlusconi per debolezze umane, di cui certamente non ha l'esclusiva né il monopolio, ha messo a repentaglio la sicurezza dello Stato. Le accompagnatrici con cui si trastullava, a parte i compensi percepiti e versati da tizio o caio, avrebbero ben potuto essere agenti di servizi segreti di altri paesi; altrimenti dette spie. Sembra possibile che il capo del Governo Italiano porti nel suo letto persone di cui nemmeno conosce le credenziali? Non è questione di privacy è questione di Stato. Berlusconi non è in grado di garantire la padronanza dei propri gesti, atti e comportamenti con la dovuta cautela propria della figura istituzionale che rappresenta. Ora il Presidente Napolitano avrà un bel dire a chiedere che “non vi siano polemiche durante la settimana del G8”, raccomandazione che tutti non possono che condividere. Ma qui non si tratta di polemiche, si tratta di sicurezza dello Stato. Quante escort sono in grado di ricattare Berlusconi, quante sono diventate parlamentari per meriti di letto, quante fotografie ritraggono Silvio in atteggiamenti che denotano aspetti caratteriali bizzarri. Di tutto questo e molto altro non possiamo tacere perché non si tratta di opinioni, divergenze di veduta, strategie o ideologie contrapposte. E se anche tacessero gli italiani (è tutto da dimostrare che un popolo di santi poeti e navigatori stimi ancora Berlusconi che non è nemmeno capace di trovarsi un'amante ma ricorre al meretricio) perché mai dovrebbero farlo gli stranieri? Si pensi, per fare un esempio, agli statunitensi. Hanno messo in croce il loro stesso Presdente Bill Clinton per molto, molto meno. Perché dovrebbero risparmiare il Cavaliere? Solo, eventualmente, per un calcolo politico. Ritorna il solito ragionamento: Berlusconi è ricattabile! (Filippo de Lubac da "Il Resto" del 2.7.2009)

sabato 4 luglio 2009

Vincenzo Capomolla: Magistrato

Perché Capomolla ha fatto l'opposto di quanto scriveva la Guardia di Finanza? Perchè ne aveva facoltà!
Inizia da oggi la pubblicazione delle risultanze dell'indagine che la Procura di Catanzaro (sost. Proc. Luigi de Magistris) e la Guardia di Finanza di Catanzaro, polizia giudiziaria delegata dal PM, hanno condotto nell'ambito dell'inchiesta denominata “Toghe Lucane”. È importante che i cittadini della Repubblica Italiana abbiano modo di leggere quali erano le evidenze, i fatti e gli indizi che facevano ritenere plausibile l'ipotesi di una complessa ed articolata associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari ed alla truffa aggravata ai danni dello Stato Italiano e della Unione Europea. Da qualche giorno, notizie di stampa non smentite dalla Procura di Catanzaro, sostengono che il Dr. Vincenzo Capomolla, attuale responsabile del procedimento penale 3750/03 – Toghe Lucane, avrebbe chiesto l'archiviazione per la quasi totalità degli indagati. Ovviamente, se lo ha fatto ne aveva facoltà e le eventuali ipotesi avverse avranno spazio di essere espresse e vagliate dal Giudice per le Indagini Preliminari in sede di opposizione che le parti offese potranno formulare. Per la rilevanza del caso e per l'interesse certamente non trascurabile di un'opinione pubblica che ha seguito attentamente questa vicenda giudiziaria che, per dimensioni ed estensione è certamente la maggiore di tutta la storia repubblicana, riteniamo dover favorire la massima conoscenza dei fatti e degli atti affinché si realizzi il controllo sull'amministrazione della giustizia proprio in quei passaggi in cui più delicato è il ruolo dei magistrati: quando si trovano a giudicare altri magistrati. Certamente stupisce il contrasto fra quanto dichiaravano i componenti del nucleo investigativo nella premessa di questa “informativa finale” e l'orientamento opposto che ha seguito il Dr. Capomolla nel parcellizzare e frammentare il procedimento in tanti piccoli rivoli giudiziari. Dicevano gli inquirenti: “Le risultanze relative alle investigazioni condotte nell'ambito delle vicende sopra indicate,verranno di seguito riportate, suddivise così come sopra indicato, solo per facilità espositiva, essendo le stesse, per la maggior parte, interconnesse tanto che la loro lettura va ricondotta in un quadro d'insieme”. Esattamente l'opposto di quanto ha fatto Vincenzo Capomolla. Buona lettura! (Filippo de Lubac)
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Proc. Pen. n.3750/03 R.G.n.r., mod.21 cd Toghe Lucane - Informativa di polizia giudiziaria relativa all'esito conclusivo delle indagini.
La presente informativa riepiloga il percorso investigativo seguito in relazione alla ricostruzione delle vicende oggetto di indagine nell'ambito dell'inchiesta denominata “Toghe Lucane” di cui al procedimento penale in oggetto indicato, che risulta essere l'unione di distinti procedimenti penali successivamente riuniti con provvedimento della S.V. ed in particolare i PP.PP. 1800/03, mod.44, 444/05, mod.21, 445/05 e 949/06, mod.21 (già 1812/05, mod.44). Le investigazioni in parola hanno riguardato più vicende rivenienti dallo sviluppo investigativo delle dichiarazioni fornite alla S.V. ed a questa polizia giudiziaria da numerose persone informate sui fatti, nonché dall'esame della copiosissima documentazione acquisita e sequestrata nel corso delle indagini e delle perquisizioni disposte dalla S.V. a carico di diversi soggetti nelle date del 27.02.2007, 07.06.2007 e 17.04.2008.
L'indagine, in particolare, ha trattato le vicende, suddivise per capitoli, come di seguito elencate:
CAPITOLO I: Indagini relative a condotte di magistrati in servizio c/o la Procura della Repubblica ed il Tribunale di Matera.
1.1 – 1.5 Vicenda che - ha visto coinvolta la d.ssa GRANESE Iside, Presidente pro tempore del Tribunale di Matera, il dott. CARUSO Attilio, l'avv. BUCCICO Emilio Nicola e la Banca Popolare del Materano; (dalla pagina 4 alla pagina 110)
1.6 Vicenda Mutina S.r.I.; (dalla pagina 110 alla pagina 111)
1.7 Vicenda GENERAL CAR ZITO nella quale risultano coinvolti il Procuratore della Repubblica di Matera, dott. Giuseppe CHIECO ed il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Potenza, dott. Vincenzo TUFANO; (dalla pagina 111 alla pagina 169)
1.8 Vicenda riguardante il dott. Carlo GAUDIANO e la banca delle cellule staminali, nonché l'avv. Beatrice GENCHI; (dalla pagina 170 alla pagina 198)
CAPITOLO II: lndagini di polizia giudiziaria relative a condotte poste in essere da magistrati in servizio presso la Procura della Repubblica di Potenza e Procura Generale presso la Corte di Appello di Potenza.
2.1. Vicende relative a condotte poste in essere dalla d.ssa GENOVESE Felicia, Procuratore Vicario pro tempore presso la Procura della Repubblica di Potenza, il marito della stessa, dott. CANNIZZARO Michele, l'avv. LABRIOLA Giuseppe e l'avv. BUCCICO Emilio Nicola; (dalla pagina 199 alla pagina 431);
2.2. Vicende- che hanno visto coinvolti il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Potenza, dott. Vincenzo TUFANO, il Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Potenza, dott. Gaetano BONOMI e la dirigente della Squadra Mobile pro tempore presso la Questura di Potenza, d.ssa Luisa FASANO; (dalla pagina 432 alla pagina 549)
2.3. Attività d'indagine relativa alla riconducibilità del Centro Genovese Camillo alla famiglia GENOVESE - CANNIZZARO e rapporti del dott. CANNIZZARO Michele con il mondo politico. (dalla pagina 549 alla pagina 576)
2.4. Vicenda relativa a condotte poste in essere dal Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Potenza, dott. Gaetano Bonomi;
2.4.1. vicenda relativa allo scontro tra la Procura della Repubblica di Potenza e l'Arma del Carabinieri di Potenza; (dalla pagina 577 alla pagina 692)
2.4.2. rapporti tra il Sostituto Procuratore Generale di Potenza, dott Gaetano BONOMI e Dirigenti del Ministero della Giustizia, (dalla pagina 692 alla pagina 709)
2.4.3. vicenda relativa alla partecipazione del Sostituto Procuratore Generale di Potenza, dott. BONOMI Gaetano, al congresso dei Democratici di Sinistra svoltosi a Potenza il 10.06.2006; (dalla pagina 709 alla pagina 712)
2.4.4. rapporti tra il Sostituto Procuratore Generale di Potenza BONOMI e la d.ssa Luisa FASANO, Dirigente pro-tempore della Squadra Mobile presso la Questura di Potenza. (dalla pagina 712 alla pagina 754)
2.5 Esame della documentazione sequestrata al Procuratore Generale di Potenza, dott. Vincenzo TUFANO ed al Sottosegretario di Stato pro tempore, Arch. Filippo BUBBICO a seguito delle perquisizioni eseguite il 07.06.2007; (dalla pagina 754 alla pagina 769)
2.6 Vicenda relativa all'utilizzo improprio dell'utenza di servizio da parte della d.ssa Claudia DE LUCA, PM presso la Procura della Repubblica di Potenza; (dalla pagina 769 alla pagina 783)
2.7 Vicende che hanno visto coinvolto il Procuratore della Repubblica di Potenza, pro tempore, dott. Giuseppe GALANTE. (dalla pagina 784 alla pagina 827)
CAPITOLO III: indagini riguardanti il "Centro Ecologico Turistico integrato Marinagi" e condotte poste in essere da magistrati in servizio presso la Corte di Appello di Potenza
Par. 1 - 6. vicenda denominata "Marinagri" relativa alla realizzazione, anche con ingenti finanziamenti pubblici ammessi ed erogati dal C.I.P.E , del "Centro Turistico Ecologico Integrato Marinagri", attualmente sottoposto o sequestro preventivo a seguito del provvedimento di sequestro preventivo d'urgenza emesso dalla S.V. in data 10.04.2008, eseguito da questa polizia giudiziaria in data 17.04.2008 e convalidato dal G.I.P., dott. Antonio RIZZUTI con provvedimento n.101/08 R.M.R. in data 29.04.2008. In tale vicenda risultano coinvolti VITALE Vincenzo, presidente della Marinagri S.p.a. e delle sue controllate, VITALE Marco progettista e direttore dei lavori per la Marinagri nonché figlio di Vitale Vincenzo e socio della Marinagri, il dott. CHIECO Giuseppe, Procuratore della Repubblica di Matera, la d.ssa MORELLI Paola, Sostituto Procuratore della Repubblica, la d.ssa GENOVESE Felicia, Procuratore Vicario pro tempore presso la Procura della Repubblica di Potenza, il Sen. BUBBICO Filippo, la d.ssa SPITZ Elisabetta, Direttore Generale dell'Agenzia del Demanio di Roma, l'ex Colonnello) dei Carabinieri GENTILI Pietro, il dott. LOPATRIELLO Nicolino, Sindaco di Policoro, Felice VICECONTE, l'Ing. Giuseppe PEPE, il sig. Nicola MONTESANO, l'ing Massimo GOTI e diversi altri funzionari e dirigenti pubblici. (da pag.828 a pag.1179)
Par. 7. Ulteriori attività d'indagine esame della documentazione sequestrata in data 17.04 2008 (dalla pagina 1180 alla pagina 1243)
Le risultanze relative alle investigazioni condotte nell'ambito delle vicende sopra indicate,verranno di seguito riportate, suddivise così come sopra indicato, solo per facilità espositiva, essendo le stesse, per la maggior parte, interconnesse tanto che la loro lettura va ricondotta in un quadro d'insieme
CAPITOLO I: ...(il seguito alla prossima puntata)

venerdì 3 luglio 2009

Spezzatino giudiziario di Vincenzo Capomolla

Quelle toghe di Matera, ma anche Potenza, ma anche Catanzaro, ma anche Salerno...
Comincia con una querela al PM, l'opposizione alle archiviazioni di “Toghe Lucane”
Toghe Lucane, ma anche Calabresi, ma anche Salernitane, ma anche... Insomma toghe italiane. Qualcuno si meraviglia che il dr. Vincenzo Capomolla, sostituto procuratore a Crotone applicato a Catanzaro per prendersi cura del procedimento penale “Toghe Lucane” abbia chiesto l'archiviazione per la maggior parte degli indagati. Oggi, non quando fu chiamato ad assumere l'incarico, possiamo finalmente dirlo: sapevamo che sarebbe finita così; e non ci voleva la scienza infusa per arrivarci. Dopo che un paio di ministri (della cosiddetta Giustizia), un paio di Procuratori Generali presso la Suprema Corte di Cassazione, il Presidente della Repubblica, il vice-Presidente del CSM, ed una pletora di magistrati, avvocati, parlamentari, indagati, associati per delinquere ed anche per altro avevano fatto carte false per trasferire Luigi de Magistris ad altra sede proprio quando stava per definire i rinvii a giudizio di “Toghe Lucane”, beh, era così difficile immaginare che il suo sostituto sarebbe stato scelto con cura affinché risolvesse il problema? A dirlo un anno fa ci avrebbero subissato di querele, oggi è un'evidente ovvietà. Ieri un cittadino si è recato di buonora dal Dr. Capomolla. Da Matera a Catanzaro (300Km) ci vogliono oltre quattr'ore, superando i limiti di velocità ogni volta che la strada lo permette. Il cancelliere preposto agli atti ha subito messo le mani avanti: “il fascicolo non è ancora pronto. Torni appena dopo il ricevimento dell'avviso”. Ma un avviso, con tanto di ampi stralci virgolettati era su tanti giornali. E così insistendo e sollecitando il Procuratore Capo (Dr. Lombardo) in qualche modo l'atto di archiviazione salta fuori. Ecco svelato l'arcano. Capomolla ha spezzettato l'inchiesta in tanti piccoli e piccolissimi stralci, ciascuno con un pezzo delle 200 mila pagine originarie e delle decine di capi d'imputazione. Ed il pezzo che possiamo guardare, piccolo piccolo, è sufficiente per capire tutto il resto anche senza vederlo. Mancano le prove certe del reato, dice Capomolla, si chiede l'archiviazione. Per forza, signor PM, le prove che nel caso specifico sono le conversazioni fra Emilio Nicola Buccico (indagato per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari) e Iside Granese (sospettata di far parte della medesima associazione di Buccico) si trovano (forse) in qualche altro pezzettino o stralcio che dir si voglia. Ammesso che, in cotanto spezzatino, non siano andate “smarrite”. Forse sarà sfortunato Capomolla oppure è semplicemente disattento. Dovrebbe aver letto, fra gli atti recenti, che alcune delle parti offese avevano potuto accedere a tutto il fascicolo (quando era ancora un blocco granitico) e quindi saranno in grado di produrre le “prove” mancanti in sede di opposizione alla richiesta archiviazione. Certo è che una associazione per delinquere, quale era quella fra magistrati, politici ed imprenditori ipotizzata in “Toghe Lucane”, può continuare tranquillamente a delinquere proprio perché tanti magistrati di Matera, Potenza, Catanzaro e, perché no, Salerno, continuano ad ignorare persino le denunce formalmente presentate e documentate. Ma anche... (di Filippo de Lubac)

Perché Napolitano chiama “polemiche” il racconto dei fatti?

Che si lasci ad un piccolo giornale di provincia come “Il Resto” l'onere di commentare i grandi eventi che attraversano l'Italia d'oggi è davvero incredibile. Pensatori di illustre scuola e politici sopraffini, autorità istituzionali e vertici dello Stato, sociologi da salotto (anche televisivo) e giornalisti premiati da titoli e cassetta, persino uomini umili e intrinsecamente sani nonché virtuosi sino all'eroismo, tutti ritengono inopportuno intervenire con parole chiare e nette sulle note (comunque note) vicende che hanno sopraffatto Silvio Berlusconi e con lui (prima e dopo, dentro ed oltre) tutto un sistema di potere, di potenti, di uomini persi dietro l'illusione del mondo. Quando il dia-ballo, colui che è menzogna e divisione, mostrò a Gesù tutti i regni del mondo e tutto il potere della terra e tutte le ricchezze e tutte le bellezze offrendogliele ad una sola condizione, che lo adorasse, la risposta fu semplice e immediata. Non ci furono calcoli di real-politik. Cosa ci può essere mai da calcolare quando in ballo c'è una scelta così netta. E la real-politik non avrebbe forse consigliato a migliaia (milioni?) di cristiani di abiurare piuttosto che finire in pasto ai leoni? Poi, nel segreto di qualche catacomba, avrebbero magari continuato i culti cristiani, avrebbero spezzato il pane e pronunciato formule e tutto sarebbe risultato meno duro. Quale ragione politica potrà mai giustificare l'abiura della verità, quale ragione politica potrà mai giustificare il silenzio del giudizio. Forse quella che avrebbe salvato la vita a Thomas Moore (7 febbraio 1478 - 6 luglio 1535) evitando lo scisma degli Anglicani? Non sono ragionamenti riservati ai cristiani, anche se non si può prescindere dal cristianesimo per capire interamente l'uomo ed i suoi desideri più profondi. Certo è difficile parlare di cristianesimo, l'unica religione che ha come presupposto costitutivo la presenza fisica di Cristo nel corpo mistico della Chiesa; che altro non è se non i corpi fisici dei suoi fedeli. È difficile parlare di quello che si può solo incontrare e sperimentare, ammesso che la lampada non venga messa sotto il moggio. Al relativismo etico, ampiamente diffuso fra i cristiani “adulti” alla “Prodi”, adesso si affianca il relativismo politico. Sembra che la permanenza dell'attuale capo del governo sia un fattore determinante della storia al punto da includerla nei famosi valori “non negoziabili”. Berlusconi per debolezze umane, di cui certamente non ha l'esclusiva né il monopolio, ha messo a repentaglio la sicurezza dello Stato. Le accompagnatrici con cui si trastullava, a parte i compensi percepiti e versati da tizio o caio, avrebbero ben potuto essere agenti di servizi segreti di altri paesi; altrimenti dette spie. Sembra possibile che il capo del Governo Italiano porti nel suo letto persone di cui nemmeno conosce le credenziali? Non è questione di privacy è questione di Stato. Berlusconi non è in grado di garantire la padronanza dei propri gesti, atti e comportamenti con la dovuta cautela propria della figura istituzionale che rappresenta. Ora il Presidente Napolitano avrà un bel dire a chiedere che “non vi siano polemiche durante la settimana del G8”, raccomandazione che tutti non possono che condividere. Ma qui non si tratta di polemiche, si tratta di sicurezza dello Stato. Quante escort sono in grado di ricattare Berlusconi, quante sono diventate parlamentari per meriti di letto, quante fotografie ritraggono Silvio in atteggiamenti che denotano aspetti caratteriali bizzarri. Di tutto questo e molto altro non possiamo tacere perché non si tratta di opinioni, divergenze di veduta, strategie o ideologie contrapposte. E se anche tacessero gli italiani (è tutto da dimostrare che un popolo di santi poeti e navigatori stimi ancora Berlusconi che non è nemmeno capace di trovarsi un'amante ma ricorre al meretricio) perché mai dovrebbero farlo gli stranieri? Si pensi, per fare un esempio, agli statunitensi. Hanno messo in croce il loro stesso Presdente Bill Clinton per molto, molto meno. Perché dovrebbero risparmiare il Cavaliere? Solo, eventualmente, per un calcolo politico. Ritorna il solito ragionamento: Berlusconi è ricattabile! (di Filippo de Lubac)

lunedì 15 giugno 2009

Rimbocchiamoci le maniche, vanno via tutti. Fortunatamente!

Hanno resistito abbarbicati alla sedia e spalleggiati da misteriosi protettori per sei anni, adesso ci aspettiamo che vadano fuori dai cosiddetti. Era già chiaro, scritto e timbrato da anni. Che alcuni fra i magistrati più alti in grado in servizio presso i Tribunali di Matera, Potenza e Catanzaro avessero compromesso la credibilità ed il rispetto dell’istituzione giudiziaria da cui percepivano lo stipendio, era evidente anche alle fotocopiatrici, ai tavoli ed alle sedie dei palazzi di giustizia. Che la permanenza stoica, perché ci vuole fegato a stare in udienza ed anche solo a girare per i corridoi quando tutti ti guardano sapendo quello che hai combinato, e certamente “protetta” in alto loco fosse ormai destinata a finire, era sensazione palpabile. Ma che aspettassero l’affondamento sul ponte di comando, questo proprio, era davvero difficile immaginarlo e per una semplice ragione. Questi signori, da sempre, erano abituati a “vincere facile”. Nel loro mondo conoscevano tutto e tutti, avevano sviluppato amicizie, connivenze e, a volte, complicità. Poi, al di fuori del mondo giudiziario, si giovavano di rapporti solidissimi; vuoi con i magistrati in aspettativa politici a tempo pieno (De Magistris non è stato il primo a passare in politica, anzi è stato l’unico a dichiarare che non sarebbe tornato indietro); vuoi con il mondo dell’avvocatura e del CSM (che sempre magistrati e politici sono). E così, a forza di considerarsi appartenenti al mondo di “colà dove si puote ciò che si vuole”, si pensava che fossero inevitabilmente divenuti deboli di carattere; incapaci di affrontare una prova dura ed impegnativa come quella che gli si para dinanzi. Pensavamo che sarebbero scappati prima, invece no. Restano sulla nave che affonda sino all’ultimo, ma, forse, non è per coraggio. Forse è come sulle triremi romane, dove gli schiavi venivano incatenati durante le battaglie. Forse non scappano perché sono incatenati ai loro posti da qualcuno che ben li conosce e sa che l’unico modo per garantirsi i loro “servigi” sino all’ultimo è incatenarli con i ricatti e le minacce. Diversamente, forse, si sono spinti troppo in là e sanno che non ci sono vie d’uscita; sono su un vascello che naviga a vista nella nebbia più fitta e si aspettano il peggio sperando contro ogni speranza di farla franca. Aspettiamo pazientemente l’inevitabile teoria delle accuse e dei rinvii a giudizio. Un minuto dopo dovranno sgombrare, loro e quegli ufficiali di PG che violando leggi, codici e persino il buonsenso gli hanno tenuto bordone. Non lo dicono solo dei cittadini, che pur ne hanno pieno diritto; lo dicono gli atti giudiziari a loro carico e le norme che, almeno adesso, i signori del CSM ed il loro Presidente vorranno far rispettare. Già, il CSM, il supremo organo di autogoverno dei giudici che negli ultimi due anni si è macchiato delle vergognose decisioni disciplinari a carico di Luigi De Magistris, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Maria Clementina Forleo, per citare solo i casi più conosciuti sui quali altri organi giudiziari hanno smentito clamorosamente l’operato disciplinare del CSM. Bene, adesso si comincia daccapo. Via i magistrati imputati per gravissimi reati e avanti con il ripristino dell’autorevolezza e la dignità delle istituzioni. (Filippo de Lubac)

domenica 14 giugno 2009

Don Abbondio e le “Toghe Lucane”

Dall'atto di chiusura delle indagini (proc. Toghe Lucane), riportiamo solo la parte iniziale del primo punto riassuntivo delle contestazioni mosse agli indagati (ricordiamo che l'atto è costituito da alcune decine di capi di contestazione). Non esiste, nella storia repubblicana, un altro caso giudiziario così articolato e preciso nel documentare il coinvolgimento organico e sistemico di un’intera “classe giudiziaria”. L’accezione “intera” che, come al solito, scandalizzerà più di qualcuno, è quanto mai opportuna. Infatti se per un verso è falso che tutti i magistrati siano direttamente o indirettamente coinvolti negli atti e nei rapporti finalizzati a commettere crimini, d’altro canto è pur vero che gli abusi si possono commettere perché gli “altri” tacciono. Lasciano che si commettano i reati e gli abusi sotto i loro (competenti) occhi e nulla fanno per evitarli. L’esempio “principe” di queste anime pavide è la recente vicenda dell’archiviazione di un procedimento penale a carico di molti notabili materani. L’operazione riesce anche perché il Procuratore Giuseppe Chieco trasforma l’informativa finale della Guardia di Finanza in un documento fantasma, ficcandolo in un procedimento penale diverso da quello per cui era stato chiesto e redatto. Ebbene, tutti gli altri magistrati che si sono occupati direttamente del caso, quelli che operano a Matera e ne sono venuti a conoscenza, quelli che sono direttamente stati informati dell’abuso, gli organi di polizia giudiziaria che operano e sono stati resi edotti formalmente della vicenda, tutti costoro fanno finta di nulla. Conoscono gravi reati commessi da Giuseppe Chieco e Annunziata Cazzetta (gà denunciati alle Procure competenti, a continuano a far finta di niente. Sì, dirà qualcuno, ma se uno il coraggio non ce l’ha, non può darselo. È vero, ma il personaggio di Don Abbondio, per questo motivo, è stato consegnato alla storia come l’emblema dei pavidi, degli accomodanti, dei servi, degli zerbini. Se è questa l’impronta che intendono lasciare della loro vita, facciano pure. Di nostro ci occuperemo di farlo sapere in giro. (di Filippo de Lubac)

a) in ordine al reato p. e p. dall'art. 416, commi 1 2 5, cod.pen. perché si associavano tra loro TUFANO quale Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Potenza, BONOMI quale Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Potenza, GENOVESE quale Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza e per un periodo anche quale Procuratore della Repubblica Vicario presso il Tribunale di Potenza, nonché Procuratore della Repubblica FF, CANNIZZARO quale marito della GENOVESE e Direttore Generale dell'Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza, CHIECO quale Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Matera, GRANESE quale Presidente del Tribunale di Matera, BUCCICO quale Avvocato componente del Consiglio Superiore della Magistratura es successivamente quale Senatore della Repubblica, GENTILI quale Ufficiale dell'Arma dei Carabinieri Responsabile della Sezione di Polizia Giudiziaria presso la Procura della Repubblica di Potenza, BARBIERI quale Capo della Direzione Generale Magistrati presso il Ministero della Giustizia, FASANO quale Dirigente della Squadra Mobile della Questura di Potenza, LABRIOLA quale Avvocato Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Matera, ed altri per cui non si procede in questa sede, al fine di commettere più delitti, ed in particolare quelli di corruzione e corruzione in atti giudiziari, come indicato nei capi che seguono, con le loro condotte, occultando anche i legami tra di loro e soprattutto tenendo segrete le finalità e gli scopi del sodalizio criminoso, svolgevano attività diretta ad interferire sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali (Ordine Giudiziario, Consiglio Superiore della Magistratura e Ministero della Giustizia, in particolare attraverso attività di ostacolo, pressioni e delegittimazione di magistrati in servizio presso la Procura della Repubblica di Potenza e l'Ufficio del Giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale di Potenza, impegnati in indagini difficili e complesse che avevano ad oggetto in particolare, per reati gravi contro la pubblica amministrazione ed altro, settori dei cd colletti bianchi) e di amministrazioni pubbliche (attraverso la delegittimazione ed il tentativo di condizionamento della Polizia Giudiziaria delegata ad indagini preliminari delicate e complesse, in particolare nei confronti di appartenenti alla Polizia di Stato, alla Polizia Municipale ed all'Arma dei Carabinieri ed altresì attraverso il condizionamento di persone informate sui fatti), nonché attraverso il condizionamento di amministrazioni pubbliche (quali la Regione Basilicata, il Comune di Potenza e l'Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza). Tale sodalizio diveniva punto di riferimento di politici (anche di opposti schieramenti), amministratori pubblici, avvocati, imprenditori e faccendieri vari che avevano necessità di interventi illeciti per il condizionamento, in loro favore e di persone di cui erano referenti, dell'attività giudiziaria che si svolgeva presso gli uffici giudiziari di Potenza e Matera. Sodalizio che operava con distribuzione di ruoli ed avvalendosi in modo servente agli interessi associativi di mezzi e strutture pubbliche. I pubblici ufficiali, partecipanti al sodalizio, asservivano, pertanto, in modo stabile, la loro funzione ad interessi di privati, ricevendo utilità varie, quali incarichi in ruoli di vertice all'interno dell'Ordine Giudiziario, incarichi presso la Commissione Parlamentare Antimafia, la disponibilità diretta dell'Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza. la promessa di assunzione di parenti presso strutture pubbliche, interventi indebiti presso il Consiglio Superiore della Magistratura ed il Ministero della Giustizia, il consolidamento di posizioni di prestigio e di influenza dominante all'interno dei gruppi di potere, in primo luogo politici (con rilevanti componenti massoniche), operanti in Basilicata ed in Roma, condotte di favore da parte di appartenenti alle forze dell'ordine, nonché divenendo interlocutori privilegiati di esponenti di primo piano della Camera Penale degli Avvocati di Potenza e Matera. Atti di ufficio di mercimonio che si concretizzavano, in particolare, con comportamenti contrari ai doveri di fedeltà (attraverso la violazione sistematica di norme giuridiche), di obbedienza (attraverso l'asservimento di funzioni pubbliche, anche di rilevanza costituzionale, per il perseguimento di interessi personali e di gruppo), di segretezza (attraverso la diffusione tra i sodali ed i beneficiari delle condotte illecite di notizie coperte da segretezza e riservatezza), di imparzialità (attraverso le coperture fornite ai sodali ed ai magistrati che non creavano "problemi" agli interessi dei centri di potere, anche occulti, protetti dal sodalizio, ed ostacolando l'attività giudiziaria compiuta da magistrati che esercitavano le funzioni in ossequio ai principi di uguaglianza alla legge ed all’obbligatorietà dell'azione penale), di onestà (piegando le loro funzioni. attraverso il mercimonio delle stesse, in favore di centri di potere extragiudiziari) e di vigilanza (offrendo coperture a magistrati e pubblici ufficiali collusi ed esercitando, in violazione di legge, asseriti poteri di vigilanza per contrastare magistrati e pubblici ufficiali che agivano per l'interesse pubblico in modo conforme a legge). Condotte illecite concretizzatesi non solo attraverso fatti di mercimonio dei doveri dell'ufficio per atti formali (provvedimenti giudiziari ed amministrativi), ma anche attraverso il sistematico e generalizzato favoritismo in violazione anche del principio costituzionale del buon andamento e dell'imparzialità della pubblica amministrazione ed asservimento dei beni pubblici protetti ad interessi privatistici di singoli e di gruppi. Ed in particolare, sodalizio che ha operato anche con le seguenti condotte:

TUFANO e BONOMI, avvinti da solidi legami anche di natura personale, collocati ai vertici degli uffici giudiziari requirenti di Potenza, esercitavano indebita attività d'interferenza nei confronti del Procuratore della Repubblica di Potenza Giuseppe GALANTE, dei Sostituti Procuratori della Repubblica Vincenzo MONTEMURRO ed Henry John WOODCOCK, dei Giudici per le indagini preliminari Alberto IANNUZZI e Rocco PAVESE, nonché garantivano illecita copertura, attraverso l'omissione della dovuta attività di vigilanza, ad appartenenti dei medesimo sodalizio, quale il Sostituto Procuratore della Repubblica della DDA di Potenza, nonché Procuratore della Repubblica Vicario, Felicia GENOVESE; condizionavano procedimenti penali in cui risultavano interessati Avvocati a loro “vicini”; condizionavano la polizia giudiziaria impegnata in indagini delicate e complesse soprattutto per reati contro la pubblica amministrazione ed anche al fine di dirigere le loro attività contro Magistrati della Procura della Repubblica di Potenza e di loro collaboratori;

GENOVESE e CANNIZZARO garantivano l'esito di procedimenti penali di loro interesse e delle persone di cui erano garanti (in particolare quelli nel settore della sanità, cd. processo PANIO in primo luogo) ed offrivano utilità varie attraverso il ruolo del dott. CANNIZZARO all'interno della più grande azienda ospedaliera della Basilicata; BUCCICO, in particolare quale Avvocato e Consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura, quale controprestazione di interventi giudiziari in suo favore e/o di persone a lui comunque riconducibili, garantiva il suo intervento presso pratiche (disciplinari, para disciplinari incarichi direttivi e semi direttivi ed altre ancora) innanzi al Consiglio Superiore della Magistratura che riguardavano sodali ed altri magistrati (tra cui il TUFANO ed il CHIECO), nonché incarichi presso Organi Costituzionali ed il consolidamento di posizioni negli ambienti politici e professionali della Basilicata. Il BUCCICO garantiva, in particolare, interventi di favore presso il CSM nei confronti dei Presidente del Tribunale di Matera, Iside GRANESE, con riferimento ad un debito che questa aveva con la Banca Popolare del Materano, Istituto Bancario più volte patrocinato dallo stesso studio legale BUCCICO; prometteva e faceva avere, inoltre, al Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza, Felicia GENOVESE, l'incarico di Consulente presso la Commissione Parlamentare Antimafia (quale controprestazione del suo asservimento agli interessi illeciti dello stesso BUCCICO); GRANESE, quale Presidente del Tribunale di Matera, al fine di assicurare l'impunità a CARUSO Attilio, Presidente della Banca Popolare del Materano, per alcuni fatti illeciti commessi nella gestione del Consorzio Anthill (in particolare la turbata libertà degli incanti durante la gara UMTS) e della ILM srI, compiva condotte finalizzate all'ottenimento dell'illegittimo fallimento del predetto Consorzio; la GRANESE risultava Giudice in diverse cause nella quali era convenuta la Banca Popolare del Materano nello stesso periodo in cui il Presidente del Tribunale aveva contratto un rapporto di mutuo, a condizioni di eccezionale favore, con il predetto Istituto Bancario; LABRIOLA, nel suo ruolo di Avvocato ed anche Presidente della Camera Penale di Matera, assumeva il ruolo (anche in virtù dei suoi legami di tipo massonico) di condizionamento di processi, unitamente al BUCCICO, nel distretto giudiziario di Potenza, in particolare nella vicenda relativa ai cd. brogli di Scanzano jonico; CHIECO, quale Procuratore della Repubblica di Matera, garantiva l'esito favorevole dì taluni procedimenti presso la Procura della Repubblica di Matera anche attraverso i legami con l'Avv. BUCCICO e l'Avv. LABRIOLA (con particolare riferimento ai fascicoli procedimentali in cui risultavano interessati Michele Francesco ZITO, Carlo GAUDIANO e l'Avv. Beatrice Maria GENCHI, ed in generale tutti quelli che riguardavano persone con le quali intratteneva rapporti di interesse o persone offese che potevano danneggiare persone a lui vicine);

GENTILI, quale alto Ufficiale dell'Arma responsabile dell'aliquota Carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della Procura della Repubblica di Potenza, unitamente alla FASANO dirigente della Squadra Mobile della Questura di Potenza, rappresentavano i punti di riferimento del sodalizio nell'ambito della polizia giudiziaria: in modo tale da dirigere attività di ostacolo nei confronti di altri appartenenti alla polizia giudiziaria che prestavano doverosamente il loro lavoro nel perseguimento della giustizia, carpire in modo indebito informazioni riservate, divulgare notizie coperte da segreto investigativo, condizionare avvocati e persone informate sui fatti; BARBIERI rappresentava uno dei punti di riferimento presso il Ministero della Giustizia al fine di indirizzare attività di accertamento ispettivo di tipo strumentale, nonché attività di indebita pressione e condizionamento, nei riguardi di magistrati impegnati in procedimenti delicati e complessi presso gli uffici giudiziari di Potenza, e di offrire, contestualmente, garanzie di “coperture” istituzionali ai magistrati del sodalizio e di quelli a loro a qualsiasi titolo collegati che pure a fronte di nefandezze varie non subivano accertamenti altrettanto pervasivi dagli organi istituzionali di vigilanza.

mercoledì 3 giugno 2009

Berlusconi ha esaurito il suo compito? Sibillina intervista a Marcello Dell'Utri

dal quotidiano "Il Resto" del 2 giugno 2009
L'ombelico del mondo, secondo una cultura misteriosa e pittoresca, si troverebbe nell'oceano pacifico e più precisamente nell'Isola di Pasqua. Ma per noi lucani è sempre più evidente che non può essere molto lontano dai nostri "calanchi". Lo suggeriscono i giacimenti petroliferi più ricchi dell'Europa continentale, una ricchezza di acque minerali e per uso irrigazione senza pari nell'intero Mezzogiorno d'Italia, una concentrazione di Logge Massoniche di cui si avverte la presenza e (a volte) anche l'incombenza. Ma, più di tutto, la constatazione che tutti i fatti politici e giudiziari clamorosamente venuti in luce negli ultimi due anni passano per la Basilicata. Sarà un caso? Forse, ma bisogna anche cercare di rintracciare e inanellare tante coincidenze e qualche nome ricorrente; poi la probabilità che si tratti di eventi casuali si riduce quasi a zero: quasi! Alcuni giornali (pochi per la verità) avevano classificato i procedimenti avviati dal PM Luigi De Magistris in quel di Catanzaro come il più grande scandalo della storia repubblicana, se non proprio della storia d'Italia. Se si analizza quanto è accaduto ai procedimenti Why Not, Poseidone e Toghe Lucane e maggiormente se si considera quanto accaduto al “dottore” (così chiamavano De Magistris i suoi coadiutori più stretti) ed ai suoi consulenti e collaboratori (Genchi, Sagona, Zacheo) è tutto molto chiaro. Allora, viene da chiedersi, se non si tratti dello stesso scandalo di cui vaticinava il Presidente Berlusconi, quando prometteva rivelazioni sconvolgenti entro breve tempo. Ovviamente, tutti hanno dimenticato queste promesse e nessuno più interroga il buon Silvio nazionale. Per altro verso, invece, molti lo stanno mettendo alla gogna per le sue presunte frequentazioni private, cioè fuori protocollo (o quasi). Povero Silvio, lui sbraita contro i magistrati che vorrebbero attuare un golpe, spodestarlo dal piedistallo su cui l'hanno posto milioni di italiani. E come sarebbe possibile una simile azione, visto che una Legge dello Stato lo sottrae ad ogni Tribunale, Legge o Regolamento? Forse non è proprio così lineare, forse non sono gli oppositori a volerlo mettere da parte (non potrebbero). Qualcosa sembra intravedersi nell'intervista resa al Corriere della Sera da Marcello Dell'Utri. Dice il potente politico siciliano che nei “festoni a Villa Certosa, ci sono subito due o tre situazioni che, ogni volta, tolgono il fiato a chi partecipa per la prima volta”. E subito spiega: “c'è la gelateria. Tu vai lì e ti servono tutto il gelato che vuoi. Gratis. E sa qual è il gusto più buono? Il gelato del Presidente”. Ora, che gli ospiti del Cavaliere si debbano meravigliare (al punto da restare senza fiato) di poter sorbire del gelato e per giunta senza pagarlo, francamente, è assurdo. Nemmeno gli ospiti del più taccagno genovese, si meraviglierebbero di tanta generosità. Allora cosa intende Dell'Utri quando dice “gelato”? E quale sarebbe il “gelato del Presidente”? L'impressione è che Berlusconi abbia portato a termine il suo compito e adesso, totalmente prigioniero di consigli a cui non può dire di no, al massimo possa servire da parafulmine. Inutile persino attaccarlo, servirebbe a distrarre gli sguardi da quella ristretta cerchia di signori che hanno realizzato il progetto di Licio Gelli, senza mai apparire riconoscibili. Intanto, nell'ottobre 2008, il Governo Berlusconi ha dato il visto finale al piano di emergenza esterna per gli incidenti nucleari all'Itrec di Rotondella dove si custodiscono da quarant'anni le barre di combustibile nucleare provenienti da Elk River e diversi quintali di Uranio, Torio ed altri elementi radioattivi. Chi avrà modo di leggerlo (prossimamente su queste pagine), capirà perché l'elemento radioattivo più pericoloso è lo Stronzio e la Basilicata se non è l'ombelico del mondo ci sta molto vicino. (di Filippo de Lubac)

lunedì 13 aprile 2009

“Libertà vo cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta” (Dante Alighieri)

Alcune considerazioni o, se preferite, un vademecum per imparare a leggere. Eh sì, abbiate pazienza, ma occorre darsi delle regole: almeno una base di convenzioni elementari per poter comunicare. Succede, infatti, che i più (amici e non già i distanti o quelli che si ritengono nemici) mi abbiano invitato quasi troneggiando a prendere atto che Santoro ad Annozero ha finalmente mostrato il suo vero volto in maniera incontrovertibile; la sua trasmissione sul terremoto d'Abruzzo è (in questi casi il beneficio del dubbio va a farsi benedire) la prova, il processo e la condanna definitiva di un “cattivo giornalista” che al pari dei “cattivi magistrati” di 16 mesi fa (Luigi de Magistris e Clementina Forleo) non merita altro che l'oblio, senza nemmeno appello. Come al solito, alla richiesta di sapere nel dettaglio il perché di un tale giudizio, gli interlocutori del momento non hanno saputo far altro che rimandare ad altri interventi. Loro non sapevano bene quali fossero state le frasi o le opinioni censurabili emerse nel programma Annozero, eccezion fatta per alcune generiche “contestazioni”, tanto generiche da non essere nemmeno riferibili in termini precisi. Viceversa, il giudizio fortemente negativo era praticamente quello espresso (e condiviso “a pelle”) da alcuni pregevoli articolisti dei quotidiani più o meno importanti a livello nazionale. E veniamo alla prima regola della comunicazione: “verificare i fatti”. Ho rivisto pazientemente la trasmissione “incriminata”, avendola già vista in diretta senza notare tutto questo po' po' di “sciacalleria”. Per la verità ero rimasto negativamente impressionato solo dalle vignette di Vauro che, tranne l'ultima, mi sembravano veramente di dubbio gusto. Anche dalla nuova “visione” non scaturivano elementi degni di quel livore giacobino indirizzato da destra e manca al Dr. Santoro. Allora ho analizzato gli “interventi contro”, non pochi fra dichiarazioni, articoli, osservazioni e battutacce, in cui vengono riversati sul conduttore ed il suo staff ogni sorta di appellativi e richieste di punizione che vanno dalla esclusione perpetua dal circo mediatico sino all'impiccagione con scempio del cadavere. Ebbene, provate a fare questo esercizio, nessuno cita una frase, un racconto, un atto compiuto durante la famigerata “puntata”, che sia uno, di cui chiamare a rispondere il buon Michele. Ed ecco la seconda regola della corretta comunicazione: “citare con chiarezza i fatti, gli atti, i documenti che sono alla base delle considerazioni, degli interventi e, perché no, delle critiche”. Diversamente di cosa si discute? Cosa si comunica? Non solo. Come possono fare Santoro & C. a difendersi, se non gli viene formulata un'accusa precisa? È la tecnica tipica del Termidoro, quando i rivoluzionari francesi (forse c'è una qualche affinità col dantesco contrappasso in quello che accade a Michele Santoro) sovvertirono i principi fondamentali del diritto per cui vigeva la presunzione di colpevolezza ed era cura degli accusati dimostrare la propria innocenza. Proprio quello che ha cercato di fare Marco Travaglio (www.beppegrillo.it//2009/04/gli_sciacalli_d/index.html?s=n2009-04-13) con quali risultati? Per quanti avranno la pazienza di leggere l'accorta e puntuale difesa, vi saranno illuminanti scoperte. Una fra tutte, quella che la Prefettura de L'Aquila è stata evacuata dopo la forte scossa delle 23.30 nel massimo riserbo, mentre la popolazione veniva lasciata a dormire e morire nella successiva scossa (fatale per L'Aquila e dintorni) delle 3 e 30, solo quattro ore dopo. Chi chiede giustizia viene bollato come giustizialista, chi segnala gravi responsabilità viene etichettato come sciacallo. Tutti gli altri, quelli che non pongono domande, quelli che non raccontano i fatti ma solo le opinioni dei potenti di turno, quelli sono i migliori. Fulgidi esempi di elette virtù, cioè servi (magari ben pagati, ma questa è un'altra storia)
Filippo de Lubac

mercoledì 25 marzo 2009

Libertà d'Informazione e Giustizia

















sabato 7 marzo 2009

CSM, Presidente Napolitano, Min. Alfano, Procure di Catanzaro e Salerno: venite allo scoperto e parlate chiaro!

“Bpmat: era tutto falso”, così titola un quotidiano lucano. Bpmat sta per Banca Popolare del Materano. “Tutto falso” è quello che ha scritto in tre lunghe e documentate informative il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Matera. “Tutto falso” è quello che hanno scritto gli ispettori della Banca d’Italia. “Tutto falso” è quello che risulta da alcune migliaia di pagine dei consulenti tecnici d’ufficio nominati dalla Procura di Matera (per cui hanno fatturato 116mila euro di prestazioni). “Tutto falso” è quello che ha scritto il Procuratore Capo di Matera, Dr. Giuseppe Chieco nell’atto di chiusura delle indagini il 3 aprile 2006. “Tutto falso” è quello che ha scritto il Sost. Proc. D.ssa Annunziata Cazzetta nella richiesta di rinvio a giudizio per 35 cittadini italiani con gravissime ipotesi di reato. Ebbene, questo macigno che cala sulla credibilità della istituzione giudiziaria lucana non può lasciare indifferenti. Né i lucani, né le autorità preposte alla vigilanza sull’operato dei magistrati e della polizia giudiziaria, né il CSM. I protagonisti di questo spettacolo indecoroso sono noti alle cronache giudiziarie e sono indagati da almeno due diverse procure. Si tratta di magistrati che, sospettati di aver abusato dei loro poteri, sospettati di aver costituito un’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, continuano a restare al loro posto suscitando ulteriori sospetti ed interrogativi. Ma, soprattutto, rendendo l’istituzione giudiziaria lucana poco credibile agli occhi dei cittadini. Come si può pensare che magistrati indagati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, quando esercitano le funzioni inquirenti e requirenti e si trovano di fronte imputati che fanno parte della loro stessa (ipotizzata) associazione per delinquere, difesi da avvocati anch’essi (in ipotesi) associati con loro per delinquere, con la parte civile difesa da un altro ipotetico associato a delinquere, come si può pensare che questo coacervo di indagati, associati fra loro per corrompere l’azione giudiziaria, possa suscitare quel sentimento di rispetto e credibilità indispensabile per un Tribunale? Allora sorgono interrogativi urgenti e imprescindibili. Cosa aspettano il CSM, il Presidente della Repubblica, il Ministro della Giustizia, le Procure di Salerno e Catanzaro ad intervenire? Tutti Codesti signori hanno ricevuto dettagliate notizie, puntuali esposti, formali e documentate richieste. Persino denunce di minacce di chiaro stampo mafioso, documentate e confermate dai “riscontri oggettivi”. Ebbene, cari e stimati signori delle istituzioni, ditecelo subito e con chiarezza. Diteci adesso se, come ha scritto il Dr. Angelo Onorati per BpMat, “il fatto non costituisce reato”. Diteci che è normale rubare miliardi da un conto corrente, diteci che è legittimo promettere alla D.ssa Iside Granese protezione nel procedimento presso il CSM, diteci che è proprio regolare minacciare un imprenditore perché ha parlato con i giornalisti, diteci che è normale eseguire atti giudiziari ostentando il manganello con su scritto “Me ne frego”, diteci che non c’è nulla di male ad eseguire intercettazioni telefoniche per mesi (forse anni) con il dichiarato scopo di individuare le fonti dei giornalisti (le stesse che vengono poi minacciate di ritorsioni fisiche), diteci che condividete l’operato del Dr. Chieco (procuratore capo a Matera) che usa la sua segreteria per minacciare il giornalista scomodo, diteci che bene hanno fatto quattro magistrati di Catanzaro a sequestrare quanto era stato sequestrato come prove a loro carico. In verità, con i Vostri silenzi, tutto questo ce lo avete detto, lo avete gridato a noi ed ai magistrati, ai politici, agli imprenditori, ai colletti bianchi, grigi e neri. Ma noi siamo testardi e, soprattutto, siamo rispettosi e amanti delle Istituzioni e dello Stato di Diritto. Per cui dovete essere chiari, dovere essere espliciti. Nulla deve restare sottinteso, per la chiarezza di tutti e per le genti a venire, dovete scriverlo in cielo. Le vostre responsabilità devono essere scritte a perenne memoria. E se tutti questi fatti e fattacci “non costituiscono reato”, se per tutto quanto negli atti di Toghe Lucane, Why Not, Poseidone, BpMat e succedanei salernitani, ritenete che si debba concludere con il classico “non luogo a procedere”, allora ditelo chiaro. Basta saperlo, basta conoscere quanto è lecito e quanto non lo è. Così, tanto per decidere dove, come e quando esercitare la propria coscienza civile per la difesa della democrazia e della legalità. Viva l’Italia!
Nicola Piccenna

domenica 22 febbraio 2009

De Magistris, ultimo atto?

Nuova iniziativa disciplinare nei confronti dell’ex pm di Catanzaro, oggi giudice a Napoli, Luigi De Magistris, nell’ambito del nebuloso caso Genchi, una volta di più innescato dalla collaborativa magistratura di Catanzaro. Una trovata come un’altra, ma che,a differenza dalle prime, è tutto fuorché il fatidico fulmine a ciel sereno. Se la logica non è un’opinione, infatti,per quanti coltivano un sano gusto del ragionamento, si tratta della banale non-notizia del cane che morde l’uomo e non mangia il suo simile o, non di rado, socio.

Di recente, proprio su queste colonne, ci eravamo misurati con un’ampia e spassionata lettura di questo speciale affaire di Stato. Che,tuttavia, non sembra interessare più di tanto quel che resta di un’opinione pubblica in tutt’altre faccende affaccendata, drammaticamente in bilico fra le opzioni del vegetare o del morire e perciò comprensibilmente distratta. Con la consolante esclusione di qualche celebre pensatoio, liberatorio e compassionevole, di molti patriottici bar dello sport o di fastose canzonette plebiscitarie.

In quell’occasione, si ricorderà, la ricostruzione analitica delle complessive dinamiche fattuali (e valoriali) aveva generato uno spazio per conseguenti conclusioni predittive – non solo previsive – degli sviluppi odierni. Sappiamo. Dalle pregresse risultanze investigative dell’AG di Salerno nei riguardi del De Magistris - avvalorate, il mese scorso, da un’ulteriore istanza di archiviazione di una notitia criminis a suo carico - che la sua attività a Catanzaro si era snodata nella rigorosa osservanza di leggi e regolamenti. A dispetto, prima, dell’arbitraria estromissione del magistrato dai suoi compiti d’istituto in Calabria e - pour cause - del successivo, e non meno arbitrario, trasloco in altra sede.

Sappiamo, inoltre, di un’Ag, quella di Salerno, incorsa nei fulmini dello Stato (di diritto. O di rovescio?) perché rea di avere profanato, con furia iconoclasta, l’acropoli repubblicana, i vertiginosi santuari di un potere senz’altra ambizione, se non quella di essere lasciato in pace. E in vita, con alimentazione laica e naturale, come si conviene, non bigotta e forzosa.

Sappiamo, infine, che l’improba fatica delle istituzioni di controllo e autogoverno avrebbe rischiato di risolversi in un nulla di fatto o, peggio, in un boomerang, se si fosse trascurato di applicare un congruo assioma di chiusura, corollario indispensabile per la quadratura del cerchio.

Tornare a De Magistris, imperativo categorico, se anche etico non rileva, per un ultimo delicatissimo adempimento: le rifiniture. Dopo la normalizzazione della Procura salernitana (nesso pentole/coperchi a parte) in merito ai procedimenti che lo costituiscono parte lesa, l’interessato dev’essere rimasto in trepida attesa di verità e giustizia. A dissuaderlo, del resto, altri avevano già provato, vanamente.

Prima, rispettabili settori del Parlamento della Repubblica nata dall’antifascismo e dalla Resistenza - lontani ricordi – e, dopo, l’unione nazionale dei penalisti - un pilastro della giurisdizione - disgraziatamente afflitta da peculiari forme di ipoacusia, dislessia e strabismo, se vogliamo dar credito alla Procura di Roma in riferimento al caso Di Pietro-Presidente della Repubblica.

Sennonché, in ordine a ogni eventuale devianza di De Magistris a Catanzaro, la competenza appartiene sempre a Salerno – che noia! Dove gli uffici sembrano… inagibili,a giudicare dai precisi esiti investigativi - confermati da organi giudicanti – fin qui maturati. Palla al centro dunque, è giocoforza, a Roma, sede disciplinare, la sola percorribile. Ed ecco il punto vero, senza impropri stupori: si tratta della normale esigenza di uniformità dello Stato al teorema di completezza, classicamente.

Occorre esercitare sul nostro un’energica (e sinergica) moral suasion, fargli perdere di vista e separarlo da ciò che non è essenziale, che è ormai superato. Come la inopinata attività pre-incriminatrice dell’Ag campana, ora in quarantena, dopo il tempestivo intervento risolutore delle istituzioni. Che non contempla la realtà – un dettaglio – ma il profilo e l’ombra della realtà, privi di tutti gli accenti della verità.

Un destino davvero singolare: né magistrato, né cittadino con diritto alla Giustizia. Come il PD: né governo, né opposizione. Quasi un contrappasso. Tant’è, il fine giustifica i mezzi: ameno leitmotiv nazional-popolare, bussola di quanti, senza aver mai letto un solo rigo di Machiavelli, ne praticano la grottesca parodia. Non sono i mezzi adeguati che finiscono per giustificare i fini, come, con ingenua superficialità ermeneutica, credeva – e raccomandava – F.De Sanctis.

Il governo della lingua e, soprattutto, della coscienza non rientra nel novero dei saperi privilegiati. Eppure,se la nostra rappresentanza nazionale non fosse tanto lenta e rissosa, quante criticità si potrebbero appianare con la castrazione, chimica o chirurgica, ad libitum! Anche verso certi magistrati, ostinatamente ribelli all’unica vera norma sovrana e non scritta del bel paese. Giunti a questo punto, tuttavia, l’ANM dovrebbe almeno sciogliere la suspence e decidersi: sono “pagine chiuse” o ancora aperte? I faraoni costruirono le piramidi per essere ricordati. Per la Storia. Le forze sane della nazione, nel consesso delle democrazie occidentali e in una gloriosa prospettiva storica, optarono per la lotta contro la tirannide nazifascista e l’eccidio degli uomini giusti. Non si accettano pentiti. Questa volta.

Prof.Giuseppe Panissidi - Università della Calabria

domenica 15 febbraio 2009

Le criticabili posizioni del COPASIR, di Rutelli e di molti altri

Le criticabili posizioni del COPASIR, di Rutelli e di molti altri. Ovvero perché è utile conoscere il “Principio di Peter”
- Laurence J. Peter (September 16, 1919 - January 12, 1990) -

“Il principio di Peter” anche noto come “Teoria delle piramidi di Peter” è utile per capire o, quantomeno, per fornire una spiegazione scientifica del perché chi comanda – sia esso il tuo diretto superiore oppure il capo di un’azienda, sino al vertice di un Governo - sia spesso un incompetente. La cosa è tranquillizzante, infatti scoperta la causa si aprono le strade per debellare l’epidemia. Cosa quanto mai opportuna visto che, tanto sul lavoro che nella società, possiamo constatare quanto le cose vadano malissimo nonostante i migliori presupposti (a volte anche questi, i presupposti, non sono dei migliori. Ma questa è un’altra storia). Il Dr. Peter spiega come evitare di raggiungere il proprio livello di incompetenza e vivere serenamente, evitando la terribile sindrome di raggiungimento della posizione finale. Come dice Raymond Hull in una mirabile introduzione alla teoria di Peter: una volta che si sia conosciuto il principio di Peter non si può tornare in una condizione di beata ignoranza: “Non sarete più in grado di venerare i vostri superiori e opprimere i vostri sottoposti. Mai più!”. L’enunciazione del “teorema” di Peter è la seguente: “In una gerarchia ogni membro tende a raggiungere il proprio livello di incompetenza”. Con due corollari: “1. Col tempo, ogni posizione tende a essere occupata da un membro che e’ incompetente a svolgere quel lavoro. 2. Il lavoro viene svolto da quei membri che non hanno ancora raggiunto il proprio livello di incompetenza”. Con quest’ampia premessa diventa poi semplice seguire e capire quanto succede in Italia sin nel particolare quotidiano. Veniamo per esempio alla vicenda “Genchi-De Magistris”. Negli ultimi tempi siamo stati subissati di notizie, si noti che non uso il termine specifico “informazioni”, essendo queste ultime oggettive mentre le prime (le notizie) soggettive e quindi opinabili; notizie quindi che, nella citata vicenda possiamo riassumere brevemente: “Genchi aveva effettuato milioni d’intercettazioni”; “un cittadino italiano su dieci è stato intercettato da Genchi”; “fra i 5 ed i 7 milioni di Italiani intercettati dal super perito Gioacchino Genchi”. Ebbene, premesso che il Dr. Genchi non ha mai effettuato intercettazioni, mai, e che quindi si tratta solamente di tabulati telefonici (chi chiama chi; quanto tempo parlano, data della conversazione), oggi apprendiamo da fonte COPASIR (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) che i tabulati acquisiti (legittimamente) dal Dr. Genchi sarebbero 1402 e le utenze telefoniche di cui sarebbero stati individuati gli intestatari 392.000. Anche questa non è un’informazione (per il principio di precauzione), viste le bufale precedenti. Adesso il numero degli italiani coinvolti nell’inchiesta affidata al Dr. Genchi sarebbe di uno ogni centocinquanta, così dice COPASIR. Ma, smontata la prima panzana, eccone subito arrivare un’altra. Il presidente del Copasir (On. Francesco Rutelli) afferma che sarebbe in pericolo nientemeno che lo Stato italiano. in quanto fra i tabulati acquisiti ve ne sarebbero alcuni che riguardano il capo (all’epoca) del Sismi (Servizio segreto militare), altri due agenti (che definire segreti sembra quantomeno anacronistico) e alcune utenze intestate alla Presidenza della Repubblica e ad alcuni ministeri. Rutelli afferma di non voler entrare nel merito, ma, aggiunge che la cosa è gravissima. Prendendo sempre per buone le notizie fornite dal noto esponente politico (di cui non è dato sapere quali competenze specifiche abbia maturato per studi o esperienza diretta) e dai suoi colleghi di commissione (di cui sono note le appartenenze massoniche piuttosto che i curricula scientifici e/o professionali) ci chiediamo come si possa ritenere gravissimo il fatto che un magistrato (ed il perito tecnico nominato da questi) faccia le indagini. Dove sia il “vulnus” se, analizzando i contatti tenuti da una persona indagata, si acquisiscono i tabulati dei numeri telefonici con cui vi sono telefonate. E cosa si voglia rimproverare a chi, dopo aver riscontrato i contatti, acquisisca le generalità degli intestatari di quei telefoni. Sarà pur importante verificare chi e quando intrattiene rapporti telefonici con un indagato? Del resto, come si potrebbero rispettare le guarentigie costituzionali senza conoscere i nomi degli intestatari e quindi verificarne l’appartenenza a categorie “protette”? Mentre, infine, per quanto attiene alla sicurezza dello Stato, sarebbe veramente preoccupante uno Stato in cui chi telefona ad un indagato, solo perché usa un’utenza intestata ad un Ministero oppure alla Presidenza della Repubblica, debba essere tenuto fuori da ogni accertamento che, giova ricordarlo a Rutelli ed a tutti noi, viene effettuato innanzitutto a tutela e nell’interesse della persona (sia che si trovi nello stato d’indagato sia che possa essere sospettato di connivenza, collusione o complicità con l’indagato). Ma questo molti non lo possono sapere, il perché lo lasciamo al Dr. Peter. Il problema dell’Italia, ad ogni buon conto, non è questo. Infatti da noi non si applica il “criterio della meritocrazia” per cui fu coniato il Principio di Peter. Nel nostro caso il livello di incompetenza è originario, cioè i posti nella piramide delle istituzionali pubbliche o fintamente privatizzate, vengono assegnati con criteri di appartenenza politica. Come orgogliosamente rivendicano tutti i leader politici quasi che fosse un loro diritto divino. Per cui già in partenza l’assegnazione dei livelli avviene prescindendo dalla competenza. In questo caso lo Stato non potrà funzionare o lo farà secondo livelli di inefficienza esponenziale. Dando origine a quella che potremmo definire una più realistica esposizione del principio di Peter: incompetenza più incompetenza uguale incompetenza. Qualcosa di paragonabile alle conseguenze sinteticamente paventate dal “Motto di Jones”: “Gli amici vanno e vengono, i nemici si accumulano”. Sono i nemici della libertà e della democrazia. Gl’incompetenti che, accumulandosi, hanno azzerato la credibilità delle istituzioni. La richiesta delle manette, che un noto incompetente avanza nelle ultime ore, disvela quanto lungimirante ed utile sia conoscere il Principio di Peter e magari applicarlo. Sarebbe proprio improponibile verificare quali competenze specifiche hanno presidenti, ministri, direttori generali, magistrati, professori, primari, bidelli e spazzini? E ricollocare ciascuno in un ruolo consono alle proprie capacità professionali e/o manuali? Quando alcune aziende private (negli States, ovviamente) sottoposero a questo genere di test i vertici aziendali, furono costrette a mandarne a casa il 90%. Ma in Italia sarebbero anche di più.
Filippo De Lubac

mercoledì 11 febbraio 2009

Scandaloso CSM: le motivazioni del Riesame di Salerno lo smentiscono clamorosamente

Lo sapevamo già, ma la verità prima che essere scritta su un giornale è opportuno che sia vidimata in carta bollata. Così è stato, anzi, era stato. Poiché è dal 9 gennaio 2009 che il Tribunale del Riesame di Salerno aveva respinto le istanze che chiedevano l’annullamento del decreto di perquisizione e sequestro emesso dai Sostituti Procuratori di Salerno, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, con l’avallo del loro Procuratore Capo, Luigi Apicella. Per quelle perquisizioni e quei sequestri, i primi due sono stati trasferiti ad altra sede ed altre funzioni. Il terzo, Dr. Luigi Apicella è stato radiato dalla magistratura. Perché? Lo spiegano i consiglieri del CSM in una lunga e articolata ordinanza.
Il “bello” è che le motivazioni su cui si basa la gravissima decisione del CSM vengono sistematicamente smentite dalle argomentazioni del Tribunale del Riesame
In pratica quello che scrive il CSM sarebbe totalmente smentito e (persino) privato di dignità giuridica dal Tribunale del Riesame. Allora ritorna il terribile dubbio: cosa avevano toccato i magistrati salernitani da meritare una così grave e repentina punizione? Alla domanda nessuno si è sentito di rispondere facendo nomi e cognomi, nemmeno le vittime di questo folle degrado della dignità istituzionale. In verità, bisogna comunque dire, che il provvedimento di perquisizione e sequestro che si trova all’origine di tutta questa intricata vicenda è zeppo di nomi, cognomi, ruoli e funzioni dei personaggi eccellenti che, a vario titolo, hanno ruoli che sarebbe inveritiero definire da educande. Basta leggerlo (www.ilresto.info/11.html 2.12.2008) per capire: 1) che non era affatto abnorme ed è assolutamente facile da comprendere anche per i comuni mortali; 2) chi erano i colletti bianchi per cui gli obblighi e le statuizioni costituzionali sono un opzional; 3) qual era l’urgenza di azzerare l’inchiesta e salvare le nefandezze di un sistema giudiziario a credibilità zero. È istituzionale la questione da porre, purché le istituzioni vengano lasciate libere da quanti le occupano indegnamente. Il Presidente della Repubblica non ha ritenuto esistessero i requisiti dell’urgenza per firmare il decreto governativo “salva Eluana”, viceversa aveva ritenuto che esistessero quegli stessi criteri per firmare il “lodo Alfano” che però lo riguardava direttamente (non avrebbe dovuto astenersi da sottoscrivere un provvedimento di cui era personalmente beneficiario?). In entrambi i casi vi sono state vittime (morta Eluana, morta la Costituzione). Vedremo se riterrà urgente intervenire in materia di giustizia disciplinare, essendo il Presidente del CSM, per rimediare al grave vulnus causato dalla ingiusta sanzione ai Dottori Apicella, Nuzzi e Verasani. Gli atti li potrà leggere su internet, evitando di fare richieste in giro.
Filippo De Lubac

domenica 8 febbraio 2009

Della sentenza di trasferimento di Nuzzi, Verasani e Apicella: magistrati!

All'avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle

Et voilà, come un sufflè appena sfornato ecco a voi le motivazioni con cui il CSM giustifica il trasferimento di quattro sostituti e la “radiazione” del Procuratore Capo di Salerno. Le parole sono altisonanti, roboanti, sembra di sentire l’avv. Azzeccagarbugli. A questo punto bisognerebbe ripetere quanto già detto da autorevoli magistrati, giuristi, docenti universitari e via via scendendo sino a giungere ai giornalisti (pochissimi per la verità) che hanno continuato a spiegare, a raccontare a proporre documenti ufficiali di questa triste pagina della giustizia italiana. Non s’illudano i protagonisti, dell’una o dell’altra sponda. Per tutti la storia riserverà il giusto posto, solo che si quieti la tempesta di sabbia che i palloni gonfiati, espirando, stanno causando artatamente. E, fra qualche mese, forse settimana, uno sconosciuto (bravissimo) studente di 2^ B potrà scrivere qualcosa di simile al commento rintracciabile su internet che si riporta di seguito (per brevità).

"Non facciam niente", rispose il dottore, scotendo il capo”. (v.236).
"Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All'avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle”. (vv.237-240).
Fra i personaggi minori, se non addirittura di scorcio, è possibile notare l'avvocato dell'iniquità e del vizio, chiamato dai popolani come il dottor Azzeccagarbugli, un nomignolo ben affibbiato che ci dimostra l'indole spregevole dell'individuo. È in effetti, una figura caratteristica, propria del suo tempo, quando la legalità era schiava della prepotenza e del delitto, dei nobili e dei signorotti. Le "gride" erano tante e tutte comminavano pene severissime, per qualsiasi infrazione. Alto, asciutto, pelato, col naso rosso ed una voglia di lampone sul viso, simbolo del suo ripugnante vizio del bere, indossa una toga che funge da veste da camera. Egli è un uomo servile, corrotto, ipocrita, "è la mente che serve di potere" a don Rodrigo e ai suoi bravi, l'uomo di legge, ossequioso coi potenti ed alimentatore dei loro soprusi e delitti, calpesta i suoi doveri di professionista per uccidere la giustizia e la verità, reclamate dalla legge e dalla coscienza umana. Azzeccagarbugli desta ilarità e riprovazione per il suo opportunismo tra le pareti ampie del suo grande studio. Il suo studio,infatti, è una cornice degna del decadimento fisico e morale del personaggio: è uno stanzone, su tre pareti del quale sono appesi i ritratti dei dodici Cesari, tutti rappresentanti del potere assoluto, considerato sacro e inviolabile nel '600; sulla quarta parete è appoggiato un grande scaffale di libri vecchi e polverosi; nel mezzo c’è una tavola gremita di carte alla rinfusa, con tre o quattro seggiole all'intorno, e da una parte un seggiolone a braccioli piuttosto malandato. Egli viene ritratto in particolar modo nel terzo capitolo, mentre discute con Renzo. Poiché ha capito che quest’ultimo, nel raccontargli la sua disavventura matrimoniale, è uno di quei bravacci avvezzi a minacciare i curati, l’ avvocato decaduto tenta di adoperarsi come può a difendere il nuovo cliente. Ma quando apprende la verità, cioè che il prepotente è don Rodrigo, il dottor Azzeccagarbugli s'infuria contro il povero Renzo, e, aggrottando le ciglia e gridando, lo mette alla porta immediatamente, dopo essersi simbolicamente lavato le mani, come un Pilato sicuro di protezione dall'alto. Nei pranzi e nelle feste di don Rodrigo,infatti, lui più florido del solito, brinda e gozzoviglia come un parassita senza scrupoli, caduto nella più ignobile bassezza morale, spesso petulante e ridicola. Quest'avvocato ha una sua psicologia di pavidità malvagia che, in un certo qual modo, si accosta ad un altro personaggio del romanzo: don Abbondio. Colpito dall'inesorabile male della peste muore e, dopo un breve elogio funebre di derisione e di scherno, si viene a conoscenza che è seppellito in una povera fossa comune, senza onori e privilegi. I nemici della giustizia e del popolo vengono puniti da Dio sempre in questo modo. (Stefano F.)

Il fatto si è che, se non fosse stato scritto un secolo fa, ci beccheremmo una querela per direttissima. Tanto sono confacenti a persone e fatti realmente esistenti, le vicende mirabilmente raccontate dal Manzoni e sagacemente commentate da Stefano B.

venerdì 6 febbraio 2009

SUMMUM IUS, SUMMA INIURIA

di Giuseppe Panissidi (Ricercatore nell’Università della Calabria)
da Messagero.it del 4 febbraio 2009

E’ ampiamente noto come, da Aristotele a Cicerone, fino all’ambito moderno delle nostre culture e sensibilità, la rigorosa applicazione dei principi del diritto e della giustizia, spinta all’estremo, finisca per rovesciarsi nel suo diretto opposto. Che, non a caso, il sagace Terenzio definisce “malitia”, un lemma assai denso di significati, non solo tecnici. Questo storico assunto, intrinsecamente munito di uno spessore ideale e culturale profondo, può aiutarci a inquadrare correttamente i più recenti sviluppi dell’affaire De Magistris. “La scure del CSM” – secondo la truce metafora mediatica – colpendo energicamente i duellanti di Catanzaro e Salerno, ma soprattutto questi ultimi, ha saputo ristabilire l’ordine infranto della legalità, ossia, in concreto, le prerogative e la credibilità della giurisdizione. Infatti, nelle more della separazione dei pm dall’ordine giudiziario, si è cominciato a separarne qualcuno … dal suo ufficio. “Iniuria” affatto singolare, indubbiamente intrisa di “malitia”, ma del tutto sconnessa dall’estremo rigore giuridico di cui sopra. Ora, ci troviamo fuori dal terreno impervio e defatigante delle opinioni, più o meno fondate e polemiche e faziose. Tralasciamo, per carità di patria, le improvvide esternazioni speculative di un premier, che invoca la “certezza della pena” nella fase procedimentale delle indagini preliminari! Fulgido esempio di cultura della giurisdizione, non solo e non tanto, quanto di percezione e fedeltà allo Stato Costituzionale di diritto! Consideriamo, invece, una fonte meno sospetta e oltremodo istruttiva, quale è la presidenza dell’A.N.M., il sindacato che rappresenta i magistrati, non i pur rispettabili carrettieri. Ebbene, dopo la sospensione del procuratore di Salerno – ad opera di un C.S.M. finalmente unanime, in un paese notoriamente lacerato dai più potenti virus della belligeranza – il rappresentante di quell’associazione ha impartito alla nazione una solenne lezione di diritto e democrazia. E… giurisdizione, appunto. Una lezione memorabile e rivelatrice, anzitutto. Per quel magistrato-delegato-da-magistrati, con i provvedimenti del C.S.M., “la pagina è chiusa”. Il senso del discorso non potrebbe essere più chiaro e confortante. L’intervento dell’organo di autogoverno della magistratura non ha assunto iniziative emergenziali e cautelari, nell’ambito di un procedimento ancora tutto da svolgere e nel quadro delle garanzie previste dall’ordinamento giuridico democratico. Non ha, insomma, scritto la pagina iniziale di un giudizio disciplinare, che (ritualmente) richiede una certa estensione temporale, a scopo preventivo e sul presupposto indefettibile della presunzione di non-colpevolezza. Au contraire, ha istituito una procedura nella quale l’indagine è processo, esito e anche sentenza. A questa “pagina chiusa”, poco meno di una confessione, patentemente ripugna ogni ulteriore commento, ritardati esclusi. Ed è la concreta riprova della segnalata e (largamente) condivisa necessità di un’immediata “certezza della pena”. E la nostra sarebbe una nazione disunita?

domenica 1 febbraio 2009

"Roma di travertino, vestita di cartone, saluta l'imbianchino, futuro suo padrone" - Trilussa

Apertura dell’anno giudiziario nel distretto di Potenza, che significa anche Matera, Melfi e Lagonegro; in pratica tutta la Basilicata. Il clima è fintamente disteso. Il Presidente della Corte d’Appello, Ferrara, svolge la sua relazione. Una tranquilla disamina di ciò che non va (molto) e di quello che funziona bene (pochissimo). Si è recuperata la serenità, dice, dobbiamo credergli (?) Non un cenno all’inchiesta “Toghe Lucane” che ha squassato il “suo” distretto giudiziario. Tre o quattro toghe rosse alla sua sinistra c’è il Dr. Iannuzzi, testimone e parte offesa nel procedimento “toghe lucane”. Quattro toghe alla sua destra ci sono S.E. il Dr. Vincenzo Tufano (Procuratore Generale) e Gaetano Bonomi (Sostituto Procuratore Generale) che hanno denunciato Iannuzzi per le dichiarazioni rese quale persona informata dei fatti al Dr. De Magistris (ex) PM in “toghe lucane”, dove i due sono indagati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari. Di fronte al Dr. Ferrara, in prima fila, siede il senatore Filippo Bubbico indagato con Tufano e Bonomi per il medesimo reato e per qualche altra ipotesi criminosa ai danni dello Stato. Al fianco di Bubbico siede Vito de Filippo, Presidente della Giunta Regionale, indagato con Bubbico, Tufano e Bonomi. Associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata, l’accusa per De Filippo. Di fronte a S.E. Ferrara, gli alti gradi dell’Arma dei Carabinieri di Basilicata. Rappresentano l’istituzione (forse) più amata dai cittadini i cui vertici (Gen. Massimo Cetola, Gen. Emanuele Garelli, col. Nicola Improta e col. Pietro Polignano) sono indagati con Tufano, Bonomi, Bubbico, De Filippo per aver tentato di costringere alcuni ufficiali dei carabinieri loro subalterni a mentire e ritrattare testimonianze rese davanti al procuratore capo di Potenza (all’epoca) Dr. Giuseppe Galante. Poco più dietro i carabinieri, siede Giuseppe Chieco, Procuratore Capo di Matera. Anche lui è indagato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari in buona compagnia con Tufano, Bonomi, Bubbico, De Filippo, Cetola, Garelli, Improta e Polignano. Sulla destra di Ferrara, a mezza sala, siede Emilio Nicola Buccico, sindaco di Matera, già senatore, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura, già “strenuo difensore della legalità” come scrisse di lui la Suprema Corte di Cassazione. Anche Buccico è indagato in “toghe lucane” di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari. In ultima fila, in piedi, l’avvocato Giuseppe Labriola, già presidente dell’ordine forense di Matera, già iscritto nella “lista Cordova” dei massoni lucani. Stesso procedimento e medesime ipotesi di reato del suo “maestro” (così lo definì in una intervista giornalistica) Emilio Nicola Buccico. Ecco, questa era una parte consistente della platea e dello stesso palco da cui parlava Ferrara. E nulla ha detto di un’inchiesta che ha stravolto l’intero mondo giudiziario lucano, circondato com’era dagli indagati. Altrettanto surreale l’atmosfera in cui ha parlato il PG Tufano. “Tutto si sta aggiustando”, dice ad un certo punto e non si capisce cosa intenda. A noi risulta, per esempio, che il sequestro del cantiere Marinagri, atto dell’inchiesta “Toghe Lucane” sia stato confermato in tutti i gradi di giudizio, Cassazione compresa. Ma oggi (31.01.2009) non si parla di fatti, né di atti concreti, né di persone o di magistrati sospettati di gravissimi reati. Oggi si parla di opinioni, ognuno esprime la sua come se si parlasse di punto a croce, qualcosa di mille miglia lontano dal mondo giudiziario lucano. Quello che si dice nell’aula Grippo è una via di mezzo fra una uggiosa giornata londinese ed una novella di Pirandello. Per qualche attimo viene il dubbio di essere su un pianeta extra-solare. E Tufano esprime le sue di opinioni, peraltro reiterate nel tempo. Lo dice egli stesso che sono quattro anni che va ripetendo le stesse cose. Come se nulla fosse accaduto. Come se in quattro anni non fosse cambiato il patrimonio di conoscenze sui magistrati e sui delinquenti dal colletto bianco. Come se non si trovasse a parlare dello stato dell’amministrazione della giustizia in Basilicata in un aula con una decina di suoi sospetti correi in associazione per delinquere per corruzione in atti giudiziari. Come se non fosse inchiodato da telefonate e testimonianze inequivocabili che lo accusano di essere l’organizzatore di un’opera sistematica tesa a delegittimare i suoi stessi sostituti procuratori. S’intercetta troppo, lascia intendere. Colpa di alcuni sostituti, dice. Come se le intercettazioni le disponessero i sostituti che, invece, si limitano a chiederne l’autorizzazione al Gip. Bisognerebbe limitare l’uso di questo strumento perché, tra l’altro, costa troppo. E cosa taglierebbe, l’Eccellenza Ill.ma Dr. Tufano? Non lo dice. Quali sono le intercettazioni di troppo? Forse quelle di Bonomi che parla col generale tale e chiede di convincere il tenente tal’altro a spergiurare? Oppure quelle del generale Sempronio che informa di aver trasferito il tenente Caio “così impara, la prossima volta, chi comanda”? Non entra nel particolare S.E. il Dr. Tufano. Per lui le intercettazioni si misurano a chili. Un chilo è troppo, mezzo chilo va bene. Cosa ci sia dentro non importa, anzi, importa che non si sappia. Attenzione, bisogna scoprire e punire chi divulga le conversazioni telefoniche e, soprattutto, impegnarsi a scoprire chi le rivela. Non importa il loro contenuto, non rileva se vengono pubblicate quando il segreto istruttorio è cessato. Nemmeno ci si pone il problema se si tratta di fatti di specifico interesse pubblico. La Basilicata è ridotta ad un cumulo di sofferenza e precarietà, ma l’immoralità dei politici che pretendono di gestire orti ed orticelli clientelari non si deve conoscere. Le intercettazioni non si devono conoscere, punto e basta. La sua relazione finisce con fragorosi applausi. Buccico è scatenato, batte rapidamente le mani enormi, gli trema la pancia prominente. Per forza, buona parte del pubblico erano suoi correi, in ipotesi, solo in ipotesi. Stessa situazione (identica) presso la Corte d'Appello di Catanzaro. Iannelli, PG trasferito per aver firmato un atto eversivo (sequestro delle presunte prove a suo carico), è stato applaudito dai magistrati presenti. Ecco cosa rappresenta la toga rossa che tutti indossano, è la vergogna per la codardia di chi oppone un vile silenzio alla roboante tracotanza di questi nemici della costituzione. "Roma di travertino, vestita di cartone, saluta l'imbianchino, futuro suo padrone". Trilussa si sbagliò, sbagliano anche coloro che non riescono nemmeno a mantenere le braccia conserte. Per ora!

giovedì 29 gennaio 2009

Prove tecniche di regime

(ASCA) - Roma, 29 gen - ''Apprendiamo dai quotidiani che con straordinario tempismo il Tribunale del Riesame di Napoli, estensore dottor Luigi De Magistris, ha inteso depositare le motivazioni dell'ordinanza che ha negato la scarcerazione ad Alfredo Romeo proprio all'antivigilia dell'audizione dello stesso De Magistris presso il Copasir in merito al cosiddetto 'archivio Genchi'. La circostanza non puo' passare inosservata, dal momento che l'atto firmato dal dottor De Magistris, ripreso oggi con ampio risalto dagli organi di stampa, si sofferma diffusamente e arbitrariamente sul senatore Francesco Rutelli, che del Copasir e' presidente. Di fronte a quello che ha tutte le sembianze di un tentativo di intimidazione, al presidente Rutelli va tutta la nostra solidarieta' personale e istituzionale''. Lo dichiarano in una nota congiunta Giuseppe Esposito, vicepresidente del Copasir, Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello, componenti del Copasir.

Citiamo l’agenzia ASCA perché ci sembra utile documentare il totale degrado istituzionale cui vengono piegate le funzioni parlamentari. I firmatari della comunicazione contestano persino i pronunciamenti collegiali (tre magistrati) del Tribunale del Riesame di Napoli. Secondo i parlamentari, i giudici avrebbero posto in essere “un tentativo d’intimidazione” per il contenuto ed il tempismo. Ormai è chiaro che la politica ha deciso di controllare la magistratura e, in attesa di adeguare la legislazione a questo nuovo stato delle cose, si esercita fornendoci un’anticipazione del regime che incombe. Un regime in cui i giudici vengono a loro volta giudicati dai politici che esprimono per la sentenza del Tribunale un giudizio politico e mediatico. Criticano persino la tempestività (“straordinario tempismo”) del deposito delle motivazioni. Così che il signor Alfredo Romeo, sospettato di intrattenere rapporti collusivi con diversi parlamentari di maggioranza ed opposizione, non avrebbe dovuto conoscere le motivazioni per cui i giudici del Tribunale del Riesame hanno deciso che debba restare in carcere. Perché? Perché nella sentenza si parla di un parlamentare, tale Francesco Rutelli, che potrebbe essere imbarazzato nello svolgere le sue alte funzioni di presidente del Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica). Ma, se Rutelli è imbarazzato a causa dell’inchiesta giudiziaria in cui emergono gravissime ipotesi di reato, non sarebbe il caso che si dimettesse dall’alta carica ricoperta, lasciando il posto ad un parlamentare estraneo a queste vicende e perciò più sereno? Anche perché, lor signori trascurano, Alfredo Romeo ha diritto di sapere perché resta in carcere e, ove lo ritenesse, proporre ricorso in cassazione per essere scarcerato. Ed ha diritto di saperlo il prima possibile, vista la scomoda situazione in cui versa, e non quando Rutelli sarà sereno e non avrà impegni istituzionali “imbarazzanti”, cosa che potrebbe accadere anche fra quattro o cinque anni. È inutile, gli ex (?) piduisti restano convinti che le istituzioni vadano controllate e non rispettate.
Franco Venerabile

martedì 27 gennaio 2009

Il re è nudo, e pure i suoi cortigiani lo sono

La tecnica che aveva funzionato sempre, quasi perfetta, l’ha tradito. Lui ed i suoi improbabili emuli, lui ed i suoi interessati estimatori, lui ed i suoi bisognosi questuanti, lui ed i suoi codardi valvassori, lui ed i suoi finti oppositori; tutti traditi proprio dal circo mediatico. Era iniziata come al solito. Una campagna preparatoria, così tanto per fiutare l’aria; qualche frase gettata qua e là; qualche piccola censura di concetti e l'ostracismo verso alcuni inviati delle testate giornalistiche importanti. E poi il siluro: “Il più grande scandalo della storia repubblicana”. Frase ripresa, amplificata, duplicata con cui ci hanno triturato le tempie ed anche più giù. Sembrava fatta, solo i piccoli, solo la rete raccontava un’altra storia, che fosse la verità era un dettaglio insignificante. Già, quel concetto astratto e ormai astruso cui alcuni continuano a prestare servizio: la verità. Non necessariamente coincidente con quelle cose che dicono in televisione o che scrivono i giornali. Ma un vizio desueto di leggere i documenti, parlare con gli interessati e farsi un’idea. Un difetto ormai raro che i potenti mezzi d’informazione mass-mediatica hanno corretto quasi del tutto. Quasi, cavaliere, quasi. Così, oltre alla pletora di giornalisti tignosi e poveri, motivo per disprezzarli doppiamente, spunta fuori uno dei colossi mondiali dell’informazione e, per un’intera giornata sul canale Sky Tg 24, trasmette l’intervista al Dr. Gioacchino Genchi, perito delle Procure di mezz’Italia e forse anche più. E lui, pacioso ma fermo, abbraccevole ma lucidissimo, spiega. Spiega che non lavora in un bunker, diversamente da come ha scritto un noto giornalista recentemente balzato alla nostra attenzione più per la faziosità che per la professione. Racconta che non ha un ufficio di 500 metri quadri ma solo di 100. Ben Altra dimensione da quella raccontata da altro professionista dell’informazione poco avvezzo alle cose materiali, almeno in materia di metri quadri. Afferma di non aver mai svolto una sola intercettazione, cosa alquanto dissimile dalle centinaia di migliaia annunciate da non si sa più quanti politici, giornalisti ed e entreneuse integrati ed incastrati nel circuito mediatico. Infine, il tranquillo Genchi, spiega chi potrebbe aver avuto interesse a seminare questo mare di falsità. E il colosso di Murdoch ripete, ripete per un’intera giornata. Così accade che poco alla volta i teleutenti distratti e gaudenti, quelli dei serial e quelli dei quiz, quelli dei reality e quelli delle repliche, cadono nella trappola o forse ne escono! Basta pigiare il tasto sbagliato sul telecomando ed il rubicondo faccione di Genchi cattura l’attenzione per quel tanto che basta. Pochi secondi e si capisce subito che la cosa è seria. Una sequela di ragionamenti, di dati, persino d’immagini. L’uomo capisce molto più velocemente ciò che è materiale, di cui ha visibilità. Così in alcuni milioni hanno visto ed hanno capito. Troppo tardi signor Silvio, troppo tardi signor Mancino, signor Esposito, signor Bergamo, Signor Palamara, signor CSM. Questa volta la bufala vi è scoppiata tra le mani ed il più grave scandalo della Repubblica è effettivamente venuto allo scoperto per quel che è: un colpo di Stato che ha soggiogato la magistratura. Senza spargimento di sangue, certo ma non per questo meno violento. Trasferire magistrati senza fondato motivo, al solo scopo di toglierli via da indagini imbarazzanti, è lo scandalo più grave della storia d’Italia. Peggio ancora che condizionare i processi, peggio ancora che insabbiare le indagini. È una rapina a mano armata, in pieno giorno ed a volto scoperto. Anzi, eseguita da banditi completamente ignudi. Questo è, questa è l’immagine sotto gli occhi di tutti gli italiani. Inutile a patetico il necrologio con cui l’Associazione Nazionale Magistrati ha “denunciato” la gravità e gli abusi commessi nei confronti del Dr. Luigi de Magistris. Denunciano oggi quello cui plaudivano qualche mese fa e si compiacciono delle decisioni indecorose assunte dieci giorni fa, che magari denunceranno come inique fra un anno. Sepolcri imbiancati, disse qualcuno, servi sciocchi di un potere scellerato che ha rinunciato ad ogni precauzione pur di affrettare la completa sottomissione della magistratura. Ma, dicevamo, hanno fatto male i conti. Il re è nudo e tale l’abbiamo visto tutti. Grazie Murdoch!
Filippo De Lubac