giovedì 1 settembre 2011

Delitto di Cronaca - di Oliviero Beha


31 Agosto 2011 – pag. 18

il badante di Oliviero Beha

DELITTO DI CRONACA

Mentre leggete, viene tumulato – come detto qui ieri – Oreste Flamminii Minuto, principe del foro in materia di libertà di stampa. Vorrei dedicargli questa rubrica coinvolgendolo in un “a f fa re ” che di certo gli sarebbe piaciuto, e parecchio. Me lo immagino facilmente il 30 settembre prossimo in aula a Matera, nell’udienza preliminare, a sghignazzare difendendo un pugno di giornalisti e un comandante dei carabinieri in un processo che ha dell’incredibile. Stando alle carte, eh, per carità, lungi da me anticipare dubbi sull’estrema linearità e preparazione dei magistrati inquirenti e giudicanti… Ma quando leggo che uno dei processandi (un giornalista) si è visto contestare dal pm il reato di violenza fisica con l’uso delle armi (pag. 12 della richiesta di rinvio a giudizio) perché “in un articolo sfidava l’avv. Buccico a uno scontro fisico con l’uso di armi scrivendo: ‘Eh no, caro strenuo difensore, la battaglia deve essere ad armi pari. Coraggio, almeno per una volta, una sfida medioevale. Un cavallo a testa, una lancia e via’ ”, beh, quasi quasi sarei tentato di arrendermi. Il Buccico in questione è naturalmente l’inerme Nicola, senatore e sindaco di Matera. Le prove della diffamazione sarebbero gli articoli: dunque non basta già così? No, perquisizioni e intercettazioni per capire chi manovra questo manipolo di manigoldi, da dove prendano le fonti per notizie successivamente risultate vere e comunque soggette a un preciso articolo del codice, che non è esattamente quello dell’associazione a delinquere per diffamare a mezzo stampa. Si dice che ne uccida più la penna che la spada (e questa è la sostanza di tale processo secondo l’accusa), ma qui Oreste si sarebbe presentato in aula a cavallo dicendo che più che la penna è il ludibrio che polverizza la giustizia. Da queste righe, vi sarà evidente che non c’entra tanto il mio amico appena scomparso, maestro di vita e di pensiero e di libertà di stampa, quanto il rischio che corriamo un po’ tutti: siamo già immersi fino al collo nella palude di un’informazione schieratissima e insufficiente, figuriamoci se qualcuno gira la manovella per alzare il livello della fanghiglia così da far scomparire definitivamente la cronaca trasformandola in un “delitto”. Sto parlando del caso “Toghe lucane”, del processo a cinque giornalisti, appunto a Matera, tra cui Carlo Vulpio, del “Corriere della S e ra ” e Giovanni Carbone, di “Chi l’ha visto”, Raitre, oltre al Comandante della Compagnia dei Carabinieri di Policoro, del reato di associazione a delinquere per diffamare che francamente ha un che di inedito: qui si fanno le cose in grande, ne accadono di tutti i colori, viene normalizzata una situazione che rovescia la realtà e fuori provincia non se ne sa nulla o quasi .Quindi quello che più preoccupa è la sordina dell’informazione sui rischi che corre l’informazione stessa. È vero, la stampa sotto qualunque cielo e qualunque forma di governo, autoritaria e/o democratica che sia, ha un’importanza enorme ma anche una pari responsabilità: perché almeno in teoria io posso informare – che so – sulle mascalzonate di un politico e di un imprenditore o anche di un giudice mentre per loro è un poco più difficile replicare, e per le fasce più deboli (solitamente “carne da cannone” mediatica) praticamente impossibile. Ma se è la stessa informazione in loco che viene lasciata sola da un’informazione più vasta, da una cassa di risonanza maggiore “come se” quello che sta accadendo a Matera fosse cronaca locale? Come si difende l’informazione ristretta dalla mancanza di informazione nazionale? Ah, ci fosse ancora quell’avvocato lì, in partenza per Matera dove le parole invece che pietre sono diventate sassi.