giovedì 28 gennaio 2010

Banche, banchieri, Procure e politica: 120 anni e non sentirli"

Un recente sceneggiato televisivo ha raccontato la storia della Banca Romana. Un intrigo tutto italiano di fine ottocento. Non è dato sapere quanti italiani abbiano seguito quella storia e, di questi, quanti ne abbiano colto l'attualità. Per gli uni e per gli altri anzi, meglio, per tutti gli italiani, proponiamo una brillante sintesi formulata anni addietro dal grande giornalista Lorenzo del Boca e, subito a seguire, la sconcertante corrispondenza (recentissima) intrattenuta fra un cittadino solerte (troppo) alcune Procure della Repubblica (negligenti) ed il Comando Carabinieri (neghittoso) presso la Banca d'Italia (sorniona). Buona lettura e buon riposo


"Se ci sono corrotti e corruttori, la giustizia li colpirà" di Lorenzo del Boca
Gli istituti di credito, in quel 1889, avevano aumentato a sproposito la circolazione di moneta cartacea (oggi diremmo di “bond”, ndr) senza la necessaria copertura e si trovarono esposti con i loro clienti. Il colpo peggiore fu accusato dalla Banca Romana perché era quella che, nella generale irresponsabilità, aveva molto esagerato. Il suo presidente, Bernardo Tanlongo, per amicizie e con puntuali elargizioni, era riuscito a mettere la sordina alle chiacchiere ed a scongiurare lo scandalo. Ma venne il momento in cui non gli fu più possibile rimediare, il governo dovette nominare una commissione d’inchiesta perché controllasse conti e bilanci e incaricò il senatore Giacomo Alvisi di coordinarne i lavori. Subito si scoprì un ammanco di 9 milioni (equivalenti a circa 200 milioni di euro, ndr). Nulla, tuttavia, rispetto alle vere proporzioni dell’ammanco che risulterà essere di circa 70 milioni (attualizzabili in 1,3 miliardi di euro). Le prime comunicazioni, alla fine del giugno 1891, inquietarono i deputati che, spaventati per l’immaginabile contraccolpo sui mercati, chiesero di non sapere e di essere lasciati all’oscuro. Si dettero una giustificazione ipocrita: “Un’inchiesta del genere è utile al governo ma non è utile metterla in pubblico”. ( praticamente identica alla motivazione che si potrebbe definire dello “strepitus interruptus” con cui il CSM archivia il procedimento per il trasferimento d’ufficio del Procuratore Capo di Salerno, Dr. Luigi Apicella, vedi articolo a pagina 3). Il senatore Alvisi, che aveva preparato una relazione dettagliata con tanto di nomi e cognomi, non capì ma si adeguò e venne trovato morto prima che il governo ritenesse conveniente domandargli informazioni più dettagliate. Quell’uomo deve essere stato uno dei pochi che abbia preso sul serio il compito di inquirente affidatogli dal parlamento e, a differenza di troppi colleghi, non si preoccupò di insabbiare i documenti, modificare le dichiarazioni, mascherare l’evidente, truccare le carte. Nel frattempo il governo era finito a Giovanni Giolitti che credette di sbarazzarsi del problema predicando bene e razzolando male. In aula le sue dichiarazioni furono dettate dalla severità più risoluta: “Se ci sono corrotti e corruttori, la mano della giustizia li colpirà”. Ma poi lui stesso nascose sei plichi di documenti. Perché? Giolitti era implicato in modo non del tutto marginale. Personalmente gli addebitavano di aver approfittato della banca facendosi prestare 60 mila lire (1,2 milioni di euro, ndr) che il funzionario dell’istituto bancario, Dr. Cantoni, aveva consegnato al suo segretario. Ma il deputato spiegò di aver utilizzato la cifra per “impegni straordinari sostenuti dal Ministero degli Interni”. La conferma esibita fu la certificazione che, pochi giorni prima della scadenza, il Ministero degli Interni aveva restituito 61.500 lire. Non v’è, purtroppo, traccia dei documenti che dimostravano come erano stati spesi quei fondi. Tentarono di attribuirgli un secondo incasso di 40 (o 50) mila lire. Il postino fu indicato in Pietro Tanlongo (figlio del presidente di Banca Romana) ma questi negò al pari di Giolitti. Erano molto più compromessi gli avversari politici di Giolitti, nonostante grondassero moralismo da tutti i pori. Ed anche gli eroi del Risorgimento non lesinarono incursioni nelle finanze di Banca Romana. Le prime 69.000 lire furono date al deputato Francesco Pais Serra, nobile sardo con trascorsi e simpatie garibaldine. Poi altre 60.000 al Ministro dell’Istruzione, Ferdinando Martini. Non aveva onorato la cambiale neanche Federico Colajanni, deputato di L’Aquila, amico di Depretis. Restava in debito l’Avv. Siracusano Emilio Bufardieci, amico di Crispi, e non aveva pagato il debito l’On. Alessandro Narducci che era amico di tutti e due. Avevano preso soldi Edoardo Arbib e Raffaele Giovagnoli, due dei Mille. Risultavano nell’elenco dei clienti morosi il barone Gennaro di San Donato Sambiase Sanseverino che, non si sa con quanta solerzia, presiedeva la commissione parlamentare incaricata di riformare le banche, ed il segretario della medesima commissione, Ranieri Simonelli, pisano, ex segretario generale del Ministero dell’Agricoltura. Soldi anche per il giornalista Carlo Pancrazi, per il direttore del “Tempo” di Venezia, Roberto Galli. Per Giovanni Nicotera che aveva bisogno di 15.000 lire mensili per la sua “Tribuna”. Il direttore della “Gazzetta Piemontese” di Torino, Luigi Roux, volle invece guadagnare in modo più appropriato: avendo un giornale a disposizione ed essendo stato eletto deputato, si fece conferire l’incarico di addetto stampa del Minisero degli Interni. Obiezioni? Sembrava un parlamento di squattrinati che dovevano indebitarsi per tirare avanti. Gli elenchi dei morosi cominciavano con Avanzini Baldassarre e arrivavano sino a Tecchio Sebastiano, passando per Papa Ulisse e il battagliero Marziale Capo. Morì, fra le tratte inevase, Benedetto Cairoli, ex presidente del Consiglio. Il banchiere Tanlongo venne arrestato il 18 gennaio 1893. Nel processo della primavera 1894, i suoi avvocati invocarono la “ragion di Stato” essendo le irregolarità cagionate dallo stesso governo, il quale era intervenuto per sollecitare prestiti ad alcuni politici e finanziamenti a giornali di area governativa. Tanlongo andò assolto e Giolitti, considerato un faccendiere, un maneggione ed un intrallazzatore senza scrupoli, dovette lasciare la carica di presidente del Consiglio e riparare in Germania. Fu sostituito da Francesco Crispi, avido, ambizioso senza alcuno scrupolo. Le analisi economiche dimostrarono che la Banca Romana gli consegnò illegalmente 718.000 lire (14 milioni di euro) e almeno altrettanto venne elargito per il suo “entourage”



Banche, banchieri, Procure e politica: 120 anni e non sentirli di Nicola Piccenna

Messaggio n. 1 dell'8 gennaio 2010 h 19:04

da: -omissis-@inpspec.gov.it
A: prot.procura.catanzaro@giustiziacert.it, prot.procura.salerno@giustiziacert.it,
prot.pg.catanzaro@giustiziacert.it, prot.pg.salerno@giustiziacert.it,
prot.pg.cassazione@giustiziacert.it

Data : Fri, 8 Jan 2010 19:04:04 +0100
Oggetto: La Procura di Matera trascura, la Banca d'Italia ignora, l'usura prospera

In esclusiva l'informativa della Guardia di Finanza di Matera che sin dal 2008 aveva scoperto e segnalato gravissime anomalie al Procuratore Giuseppe Chieco ed al Sostituto Proc. Anziano Annunziata Cazzetta

La Procura di Matera trascura, la Banca d'Italia ignora, l'usura prospera

Il procedimento è del 2005, la Guardia di Finanza completa gli accertamenti nel 2009 (ma aveva già comunicato irregolarità nel marzo del 2008): "il tasso d'interesse superò il tasso soglia e fu applicato senza soluzione di continuità dal 1.1.1999 al 17.7.2003 (oltre quattro anni); la banca percepì indebitamente la somma di Euro 23.389,64". Signori si tratta di usura. Ma alla Procura di Matera non sembra interessare molto, tanto che il procedimento langue nei cassetti di un qualche magistrato dopo essere passato attraverso quelli del Procuratore Capo (Giuseppe Chieco) e del Sostituto Anziano (Annunziata Cazzetta), entrambi indagati dalle Procure di Catanzaro e Salerno per reati gravissimi compresa l'associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari. Sempre i finanzieri, richiamando quanto già segnalato nel marzo 2008, fanno notare:"il software gestionale (della banca, ndr) è stato bypassato affinché non segnalasse l'errata attuazione delle condizioni contrattuali". Il resto lo leggerete nel documento originale allegato integralmente. continua... http://attigiudiziari.blogspot.com/2010/01/la-procura-di-matera-trascura-la-banca.html?zx=1f322b963e95f219


RISPOSTA al Messaggio n. 1 del 14 gennaio 2010 h 10:28

da: Comando Banca d'Italia - Comando, 01/14/2010 10:28
a: -omissis-@inpspec.gov.it

Gentile Signor -omissis-,
in merito all'e-mail da lei inoltrata in data 9 gennaio 2010, Le comunico che il Comando Carabinieri Banca d'Italia non è competente in materia essendo altri i compiti istituzionalmente previsti dalla vigente Convenzione tra l'Arma e la Banca d'Italia; pertanto non potrà interessare, come richiesto, l'Ufficio Ispettivo dell'Istituto.
La prego, pertanto, di rivolgersi alla Compagnia Carabinieri di -omissis- località nella quale Lei afferma di dimorare.

Distinti saluti
Colonnello -omissis-


RISPOSTA alla risposta del Messaggio n. 1 – del 14 gennaio 2010 h 13:29

Re: POSTA CERTIFICATA: Richiesta inviata tramite posta elettronica certificata.
Da: – omissis-@inpspec.gov.it, 01/14/2010 13:29
a: srm24761@pec.carabinieri.it
cc: prot.procura.salerno@giustiziacert.it,
prot.pg.cassazione@giustiziacert.it,
prot.pg.salerno@giustiziacert.it

Egregio Col. -omissis-,
mi scuso per la scarsa conoscenza dei compiti affidati all'ufficio dell'Arma che dirige.
Pensavo, evidentemente errando, che un pubblico ufficiale quando viene a conoscenza di un reato perseguibile d'ufficio fosse in dovere (oltre che in potere) di procedere autonomamente nel dare impulso all'azione penale.
D'altro canto, Lei crede che il Comando dei Carabinieri di -omissis- (luogo in cui confermo di risiedere) abbia fra i suoi compiti quello di avvisare l'Ufficio Ispettorato della Banca d'Italia?
Suvvia, Colonnello -omissis-, Lei che è ad un tiro di schioppo dal cuore pulsante dell'Istituto Bankitalia, non passi la palla ad un remoto comando di provincia.
Consideri, signor Colonnello, che il reato di usura è già di per sé un crimine odioso, se poi viene perseguito da una banca con il favoreggiamento di una Procura della Repubblica diventa spaventoso.
Cordiali Saluti
-omissis-

Dalle ore 13:29 del 14 gennaio 2010: SILENZIO