domenica 8 febbraio 2009

Della sentenza di trasferimento di Nuzzi, Verasani e Apicella: magistrati!

All'avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle

Et voilà, come un sufflè appena sfornato ecco a voi le motivazioni con cui il CSM giustifica il trasferimento di quattro sostituti e la “radiazione” del Procuratore Capo di Salerno. Le parole sono altisonanti, roboanti, sembra di sentire l’avv. Azzeccagarbugli. A questo punto bisognerebbe ripetere quanto già detto da autorevoli magistrati, giuristi, docenti universitari e via via scendendo sino a giungere ai giornalisti (pochissimi per la verità) che hanno continuato a spiegare, a raccontare a proporre documenti ufficiali di questa triste pagina della giustizia italiana. Non s’illudano i protagonisti, dell’una o dell’altra sponda. Per tutti la storia riserverà il giusto posto, solo che si quieti la tempesta di sabbia che i palloni gonfiati, espirando, stanno causando artatamente. E, fra qualche mese, forse settimana, uno sconosciuto (bravissimo) studente di 2^ B potrà scrivere qualcosa di simile al commento rintracciabile su internet che si riporta di seguito (per brevità).

"Non facciam niente", rispose il dottore, scotendo il capo”. (v.236).
"Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All'avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle”. (vv.237-240).
Fra i personaggi minori, se non addirittura di scorcio, è possibile notare l'avvocato dell'iniquità e del vizio, chiamato dai popolani come il dottor Azzeccagarbugli, un nomignolo ben affibbiato che ci dimostra l'indole spregevole dell'individuo. È in effetti, una figura caratteristica, propria del suo tempo, quando la legalità era schiava della prepotenza e del delitto, dei nobili e dei signorotti. Le "gride" erano tante e tutte comminavano pene severissime, per qualsiasi infrazione. Alto, asciutto, pelato, col naso rosso ed una voglia di lampone sul viso, simbolo del suo ripugnante vizio del bere, indossa una toga che funge da veste da camera. Egli è un uomo servile, corrotto, ipocrita, "è la mente che serve di potere" a don Rodrigo e ai suoi bravi, l'uomo di legge, ossequioso coi potenti ed alimentatore dei loro soprusi e delitti, calpesta i suoi doveri di professionista per uccidere la giustizia e la verità, reclamate dalla legge e dalla coscienza umana. Azzeccagarbugli desta ilarità e riprovazione per il suo opportunismo tra le pareti ampie del suo grande studio. Il suo studio,infatti, è una cornice degna del decadimento fisico e morale del personaggio: è uno stanzone, su tre pareti del quale sono appesi i ritratti dei dodici Cesari, tutti rappresentanti del potere assoluto, considerato sacro e inviolabile nel '600; sulla quarta parete è appoggiato un grande scaffale di libri vecchi e polverosi; nel mezzo c’è una tavola gremita di carte alla rinfusa, con tre o quattro seggiole all'intorno, e da una parte un seggiolone a braccioli piuttosto malandato. Egli viene ritratto in particolar modo nel terzo capitolo, mentre discute con Renzo. Poiché ha capito che quest’ultimo, nel raccontargli la sua disavventura matrimoniale, è uno di quei bravacci avvezzi a minacciare i curati, l’ avvocato decaduto tenta di adoperarsi come può a difendere il nuovo cliente. Ma quando apprende la verità, cioè che il prepotente è don Rodrigo, il dottor Azzeccagarbugli s'infuria contro il povero Renzo, e, aggrottando le ciglia e gridando, lo mette alla porta immediatamente, dopo essersi simbolicamente lavato le mani, come un Pilato sicuro di protezione dall'alto. Nei pranzi e nelle feste di don Rodrigo,infatti, lui più florido del solito, brinda e gozzoviglia come un parassita senza scrupoli, caduto nella più ignobile bassezza morale, spesso petulante e ridicola. Quest'avvocato ha una sua psicologia di pavidità malvagia che, in un certo qual modo, si accosta ad un altro personaggio del romanzo: don Abbondio. Colpito dall'inesorabile male della peste muore e, dopo un breve elogio funebre di derisione e di scherno, si viene a conoscenza che è seppellito in una povera fossa comune, senza onori e privilegi. I nemici della giustizia e del popolo vengono puniti da Dio sempre in questo modo. (Stefano F.)

Il fatto si è che, se non fosse stato scritto un secolo fa, ci beccheremmo una querela per direttissima. Tanto sono confacenti a persone e fatti realmente esistenti, le vicende mirabilmente raccontate dal Manzoni e sagacemente commentate da Stefano B.