sabato 17 ottobre 2009

Gli uomini di buona volontà e la Corte Costituzionale

Come è possibile che la Corte Costituzionale, il supremo garante della Costituzione Repubblicana sia così radicalmente divisa su questioni di “banale” lettura? Il “Lodo Alfano” che stabiliva un trattamento diverso davanti alla Legge per 4 italiani vìola l'articolo 3 della Costituzione, anzi violava. Questo lo capisce chiunque sappia leggere l'italiano. E allora perché 6 giudici su 15 la pensano diversamente? E perché i “6” ci tengono a ribadirlo votando una “mozione di minoranza”? È tutto qui. Il senso delle istituzioni, il rispetto per lo Stato e per la stessa Corte Costituzionale, tutto qui. In questo ostentare una posizione che non è giuridicamente fondata, nemmeno logicamente consistente. Soprattutto istituzionalmente dirompente. È il relativismo istituzionale: porre l'istituzione dopo gli interessi di una parte politica, di un gruppo, di alcuni potenti di turno. Anche legittimi, perbacco! È la dimostrazione che quello che ha rivelato il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, contiene elementi di verità (non è tutta verità, ma quasi). Le scelte, le decisioni, anche quelle più “alte” sono condizionate da amicizie, legami, posizioni che non sono algidamente derivanti da norme, codici, leggi e, meno ancora, da un dichiarato amore per lo Stato e le Istituzioni. Come potrebbe essere diversamente? Potremmo forse pretendere che gli uomini uscissero dalla propria pelle per entrare in uno scafandro amorfo? Almeno si è chiarito un punto fondamentale: non sono le strutture a garantire alcunché. Cosa volete che cambi se i giudici nominati in tal misura dal Parlamento siano preponderanti su quelli nominati dal Presidente della Repubblica o viceversa? Come potremmo sentirci meglio “tutelati” se la composizione del CSM fosse più massicciamente rappresentativa dei partiti piuttosto che delle correnti politico-giudiziarie interne alla magistratura? Non esiste una formula, una composizione strutturale che assicuri in se stessa di sfuggire alle brame invereconde di qualcuno. È una questione di uomini, di questo o quello, di quanto hanno già dimostrato in bene o in male, della capacità di ammettere i propri errori e porvi rimedio. Non esiste l'uomo della provvidenza (che resta un dono divino e, perciò, imprevedibile), ci sono uomini degni di fiducia perché hanno già dato prova di sé. Sono facilmente individuabili, anche a prescindere da quante volte compaiano in TV o scrivano sui giornali. Basta essere un po' meno cinici, un po' meno calcolatori, un po' meno miopi. Se ne trovano in tutti gli schieramenti, partiti, movimenti, associazioni, persino nelle fazioni. Sono pieni di difetti e commettono errori come tutti, ma hanno uno sguardo diverso e non si fa fatica a tributar loro stima e fiducia. Sono quelli de “la rivolta dei buoni”, come li definì un noto giornalista del Corriere della Sera. Sono gli “uomini di buona volontà”, come li chiamò qualcuno degno di fede. È l'unico “movimento” cui ci si può iscrivere senza nemmeno dichiararlo e parteciparvi senza muoversi da casa e sostenerlo facendo semplicemente il proprio mestiere (dovere?).