mercoledì 29 luglio 2009

Cosa pensano Athur Schopenhauer, Giorgio Hegel e qualcun altro del CSM, di Capomolla e di Toghe Lucane

Nell'opera “Il mondo come volontà e rappresentazione”, Arthur Schopenhauer (Danzica, 22.02.1788 – Francoforte sul Meno, 21.09.1860) sostiene che l'esegesi (della realtà) è frutto della “mia volontà” di rappresentazione e pertanto anche gli atti processuali (le valutazioni) devono obbedire all'intenzione del filologo (colui che interpreta). Schopenhauer, inoltre, si premura d'indicare la soluzione per evitare soggettivismi interpretativi nel momento in cui affida alla “non volontà” (noluntas) l'obbligo di “non volere” ai fini di una oggettività docimologica (valutativa). Corre l'obbligo rilevare che la scuola Eleatica (sorta nella città di Elea o Velio, oggi Paestum) di Parmenide, affermava che “l'essere è, e non può non essere”: ciò implica che l'esegesi non deve limitarsi alla superficie fenomenica della realtà ma deve cogliere la sostanza (sub-stantia), come dice Aristotele, ciò che sta sotto, la base, il fondamento. L'operazione posta in essere dal PM Vincenzo Capomolla che ha frammentato il procedimento penale “Toghe Lucane” per crearne nuove aggregazioni frutto della “sua volontà” ma avulse dalla sub-stantia dei fatti reato, elude l'indirizzo filologico, prim'ancora che quello giuridico-procedimentale, creando una frattura tra il fondamento (l'origine) e il resto della struttura (l'impianto di singoli procedimenti ri-costruiti in maniera avulsa dalle basi). Ma quella di Capomolla non è una filologia esclusiva. Da qualche anno, in diverse Procure, presso la Suprema Corte di Cassazione e persino in seno al CSM l'orientamento filologico predominante sembra conformarsi ad una continua separazione della parte dal tutto. Come se la valutazione del “particolare”, della particella, potesse fornire indicazioni sull'insieme. Ma appare sempre più chiaramente che è proprio l'impossibilità di ricostruire l'immagine globale a determinare l'estrema parcellizzazione operativa. Si opera, quindi, in spregio verso il concetto greco uno-molteplice, ripreso da Giorgio Hegel (1770 – 1831), il quale nelle filosofia del diritto, ben nota a coloro che hanno studiato il diritto e la giurisprudenza senza eccezione per il Dr. Vincenzo Capomolla, sostiene l'intima connessione tra materia e forma, tra l'uno ed il molteplice, pena la morte dell'essere. “Se venisse distrutto un granello di polvere, rovinerebbe l'intero universo” (Hegel). Spinoza, portoghese, ebreo di nascita, afferma nella sua grande opera l'Etica: “Ordo et connexio rerum idem est ac ordo et connexio idearum” (l'ordine e la connessione delle cose coincide (corrisponde) con l'ordine e la connessione delle idee). In pratica non è corretto connettere le idee (cioè desumere l'opportunità di archiviare Toghe Lucane) dopo aver manipolato l'ordine e la connessione degli atti giudiziari (smontati e rimontati in antitesi con la “noluntas” ma chiaramente con una “voluntas” di cui non si sa fino a che punto sia etero-proveniente). Hegel, esponente di spicco dell'idealismo logico tedesco, ha celebrato col suo pan-logismo l'apologia della filosofia nella quale s'incarna il concetto di Stato ed i magistrati devono, almeno sul piano professionale, far tesoro di quanto detto poiché è difficilmente contestabile che il diritto nasca dalla filosofia. Peccato che il Pm abbia ignorato il diritto naturale, che ha in sé il concetto di logica, così come sostiene il behaviorismo (comportamento) in riferimento alle azioni degli uomini e degli animali. L'operato di Capomolla, di Nicola Mancino e di tutto il CSM nelle note vicende “De Magistris”, “Apicella- Nuzzi-Verasani”, hanno tradito sul piano ontologico il concetto di essere, eludendo la Legge che differisce dal Diritto fondante lo Stato. (di Nico Pignatone da "Il Resto" del 29.07.2009)