domenica 26 luglio 2009

Quei magistrati di Catanzaro che, come Arlecchino, servono due (o più) padroni

Se n'è parlato confusamente nei primi giorni di luglio, alcuni “dandy” nostrani avevano pontificato della fine di “Toghe Lucane” e dei conflitti d'interesse di coloro che, parti offese, non avrebbero avuto diritto a parlarne. Una sorta di garantismo all'ennesima potenza e ad orecchie ed occhi chiusi. Di Toghe Lucane avrebbero diritto a parlarne tutti tranne coloro che, essendo parti offese, hanno più ragioni degli altri a chiedere giustizia. Singolare! Finalmente, comunque, dopo specifiche richieste e i tempi della burocrazia giudiziaria, sono noti i documenti dei procedimenti per cui il PM Vincenzo Capomolla ha chiesto l'archiviazione e confermano in toto le prime evidenze già espresse “a caldo”. Lo spezzettamento del procedimento originariamente gestito dal PM Luigi de Magistris, noto come Toghe Lucane, è suscettibile di critiche talmente severe da meritare attenzioni giudiziarie che vanno ben al di là di quelle, che pur vi saranno, in sede catanzarese. Il fatto non attiene alla confusa storia dei “cretini” di cui riferiva mister Dandy, ma ad una ben più grave vicenda che vede fortemente compromessa la credibilità stessa dell'istituzione giudiziaria. Non siamo di fronte alle libere e personali argomentazioni del magistrato che valuta in scienza e coscienza un procedimento giudiziario a lui affidato, pertanto può decidere di chiederne l'archiviazione piuttosto che il rinvio a giudizio. É, diversamente, il caso del Dr. Vincenzo Capomolla che, smontando il procedimento principale in altri “minori” e rimontando i “minori” in aggregati intermedi, ha perso per strada gli indizi o le prove dei reati contestati. Succede così che le intercettazioni telefoniche in cui Emilio Nicola Buccico promette a Iside Granese il proprio interessamento per garantirle la “copertura” presso il CSM e gli organismi superiori non facciano più parte del procedimento penale creato a bella posta dal PM. Succede che gli atti ed i documenti acquisiti nella perquisizione effettuata a carico di Attilio Caruso non si trovino più nel fascicolo in cui si contestano i reati (ipotizzati) per lo stesso Caruso. E, da Caruso Attilio, avevano trovato le prove che durante la gara per le licenze per la telefonia UMTS, egli trattava la cessione del Consorzio Anthill alla Telecom Italia, pratica vietata integrante il reato di turbativa d'asta. Capita che la registrazione ambientale in cui Emilio Nicola Buccico racconta a Giuseppe Galante di essere a conoscenza dell'esistenza del procedimento a suo carico e di averne parlato con il Dr. Salvatore Murone (magistrato di Catanzaro), sia scomparsa dal fascicolo in cui “resta” indagato Buccico. Addirittura, dei fascicoli originari catalogati, numerati ed indicizzati da De Magistris non sono rimaste nemmeno le copertine, tanto radicale è stata la rivisitazione effettuata da Vincenzo Capomolla. Era possibile una simile operazione? Poteva il magistrato eliminare di fatto gli atti redatti da Luigi de Magistris? Non è certo questa la sede deputata a simili rovelli. Fortunatamente, l'accesso agli atti per cui rinunciammo alle ferie nell'agosto scorso, ci consente di documentare il grave handicap (giudiziario) che Capomolla ha introdotto in “Toghe Lucane” e nei suoi succedanei. A beneficio dei lettori, del Gip, e della Procura competente. Perché sia chiaro a Dandy, a Capomolla ed a tutti gli indagati, che sottrarre le prove (ipotetiche) da un procedimento giudiziario è un reato gravissimo che fra i magistrati di Catanzaro risulta aggravato dalla recidiva. Non dimentichiamo che al Dr. Enzo Jannelli (Procuratore Generale), a Salvatore Curcio (S. Proc.), a Salvatore Murone (Proc. Aggiunto) ed altri (non pochi) loro colleghi, è stato consentito impunemente di contro-sequestrare documenti e prove (ipotetiche) a loro carico oggetto del legittimo sequestro operato da magistrati di Salerno. Il fatto che il CSM, la Procura presso la Suprema Corte di Cassazione e lo stesso Presidente della Repubblica abbiano glissato la vicenda non cambia la rilevanza penale della vicenda anche se, forse, conferma nel convincimento dell'impunità alcuni servitori dello Stato che, come Arlecchino, servono contemporaneamente due (se non più) padroni. (di Nicola Piccenna)