martedì 28 luglio 2009

I tifosi di Vincenzo Capomolla

È come per il calcio o almeno così vorrebbero farci credere. Ciascuno è libero di scegliersi una squadra, quale che sia la divisione in cui milita, e sostenerne i destini con la propria incondizionata e fedele azione di supporto: striscioni, proclami e persino qualche insulto. Quanno ce vo', ce vo'. Fa niente che il tema sia più serio, fa niente che siano in gioco i destini del Mezzogiorno se non proprio dell'Italia. Così succede nelle cronache (che non hanno nemmeno una parola di cronaca) sull'inchiesta Toghe Lucane già tenuta da Luigi de Magistris ed oggi nelle mani di Vincenzo Capomolla. Colleghi illustri dal lunghissimo pedigree dicono la loro, fanno il tifo per Capomolla. Riportano le conclusioni cui è giunto il PM nella sua richiesta d'archiviazione come se si trattasse di una sentenza della Suprema Corte di Cassazione. Senza nulla documentare, senza fornire cioè l'indispensabile corredo d'informazioni che consentirebbe al lettore di farsi un'idea concreta dell'operato del magistrato. Facciamo un solo esempio, ma potremmo ripetere l'esercizio per ogni affermazione del Dr. Capomolla pedissequamente sposata dagli stimati colleghi. Scrivono: “Cannizzaro, ad esempio, era accusato di frequentazioni con Giuseppe Gianfredi, esponente di spicco della criminalità organizzata. Tutto finito nel nulla. Per il pm Capomolla, infatti, non può valere per tutti l’assunto generalizzato della partecipazione all’associazione per delinquere se non è dimostrato, oltre che il reato, anche il collegamento fra chi l’ha commesso”. Non scrivono che Giuseppe Gianfredi venne ucciso a colpi di lupara insieme con sua moglie in pieno giorno. Era in macchina e sui sedili posteriori erano seduti i loro due figli, di otto e dieci anni. Le indagini sull'omicidio vennero condotte dal PM antimafia Felicia Genovese e solo dopo diversi giorni, su testimonianza di un impaurito poliziotto, si venne a sapere che Michele Cannizzaro (marito della D.ssa Felicia Genovese) era stato a casa di Gianfredi la sera prima dell'omicidio. Quando un dichiarante disse che il rapporto fra Cannizzaro e Gianfedi era profondo e datato, Cannizzaro e sua moglie lo querelarono. Ma il dichiarante aveva indicato un cospicuo giro di denaro, aveva indicato le banche coinvolte e le date delle transazioni. Tutto verificato, le cifre corrispondevano ed anche i periodi. L'omicidio Gianfredi è rimasto senza colpevoli. Ai sospetti componenti del “gruppo di fuoco” non vennero nemmeno fatti gli esami di rito, se non dopo molto tempo quando erano privi di significato ed utilità. E, a proposito di collegamenti, nemmeno citano i giornalisti, che i carabinieri di un paesino della Calabria relazionarono formalmente di un incontro fra Michele Cannizzaro ed una teoria di mafiosi pluripregiudicati delle “famiglie” più in vista della 'ndrangheta calabrese. Allora, signore e signori, giudicate pure l'operato del Dr. Capomolla, ne avete qualche elemento in più. Ma, prim'ancora, valutate bene con quale fine certa stampa propone ipotesi fantasiose spacciandole per acclarate verità. (Filippo de Lubac)