venerdì 2 gennaio 2009

Una banda di manigoldi corrotti

Si verificano, a volte capitano nella realtà, situazioni veramente difficili da districare. Nella vita, dico, anche se a raccontarle sembrano scene da film. Ma quello che accade al sistema giudiziario italiano, in particolare alla sua intrinseca credibilità, è veramente paradossale. Un gruppo di magistrati, di deputati e senatori, di membri del Consiglio Superiore della Magistratura, di esponenti di vertice dell’Associazione Nazionale Magistrati, del giornalismo nazionale (TV e le maggiori testate della carta stampata) ha preso delle decisioni o, quantomeno, si è fatto delle convinzioni. Raramente si ricorda una convergenza così vasta e variegata. Eravamo abituati alle guerre di corporazione, qualche penna illustre direbbe di casta; magistrati contro politici e viceversa. Ma un’armata così variegata e potente non si era mai vista. La controparte, l’esercito da battere che giustifica una simile coalizione è incredibilmente esiguo. A contarli tutti saranno meno di venti. Quattro o cinque giornalisti, sei o sette magistrati e altrettanti ispettori di polizia giudiziaria, due o tre consulenti tecnici. Parliamo di quello che ormai è noto come il “caso De Magistris”, dovendo il suo nome a Luigi De Magistris, magistrato da tre generazioni. In realtà dovrebbe chiamarsi “caso della banda di manigoldi corrotti che hanno in pugno tutte le leve del potere politico, economico e giudiziario in Italia”. Così veniva definito in una denuncia-querela dell’anno 2003 ed è quanto emerge dalle indagini giudiziarie condotte dalla Procura di Catanzaro (appunto Dr. Luigi De Magistris) e dalla Procura di Salerno (dr. Luigi Apicella – Proc. Capo, D.ssa Gabriella Nuzzi – Sost. Proc. e Dionigio Verasani – Sost. Proc). Per i non addetti ai lavori, il gruppo della “disinformatio” opera incessantemente coniando slogan e costruendo una realtà virtuale, una sorta di second life in cui De Magistris rappresenta il male assoluto. Tutti coloro che in qualche modo interagiscono con lui senza coprirlo di ingiurie o, almeno, criticarne aspramente questo a quel lato del carattere piuttosto che dell’operato professionale, sono poco meno del male assoluto e spesso degni delle più svariate iniziative giudiziarie o disciplinari o entrambe le cose. Gli strumenti del diritto, così come noti alla data, non sono stati sufficienti e l’esercito del bene ne ha creato di nuovi. Come nuova è la procedura di approvazione delle novelle norme e dei nuovi reati: attraverso la pubblicazione sui rotocalchi o le dichiarazioni in televisione. I tutori del bene (i manigoldi corrotti…) ormai non usano più il codice, parlano per decisioni che non hanno nemmeno la necessità di ancorare ad una norma. La norma sono loro stessi. Oltre a quanto si è a lungo e diffusamente scritto, tutto facilmente disponibile su internet (basta digitare qualche nome per accedere a quintali di atti) è di grande utilità leggere, archiviare e incorniciare quanto uno dei 4 o 5 giornalisti di cui innanzi, Carlo Vulpio, ha osato pubblicare sul sito http://www.carlovulpio.it/ (vento forte tra Salerno e Catanzaro 1-2-3-4). È una storia in quattro puntate che racconta in modo magistralmente sintetico ma, al tempo stesso, chiarissimo qual è la struttura e l’origine di alcune delle relazioni fra i maggiorenti dell’esercito del bene. Ci sono nomi, cognomi, parentele e fatti. Per questo bisogna temere per l’incolumità dell’autore. Siamo arrivati al cuore del sistema, ai nomi di coloro che credevano di potere tutto e che si sono rivelati nei fatti. Ora si capisce perché contro ogni evidenza e documentazione, i vari Mancino, Jannelli, Chieco, Tufano, Curcio, Murone, Maritati (a vario titolo coinvolti – molti addirittura indagati per reati gravissimi ospitati sul Codice Penale corrente) restano ai propri posti come se fossero educande dalle Orsoline. Ora si capisce perché miliardi di euro di fondi europei non hanno prodotto un solo depuratore funzionante in Calabria. Ma si capisce anche che se i trecento di Leonida resistono per anni lamentando “solo” qualche trasferimento. Siamo arrivati al capolinea di un sistema di corruzione e potere che non riesce più a farla franca. Era ora!
Filippo De Lubac