giovedì 11 dicembre 2008

La battaglia per una libera informazione

La vera battaglia, l'unica che segnerà le sorti della nostra democrazia, è quella dell'informazione. Garantire ai cittadini l'accesso alle informazioni è la miglior tutela (ed anche l'ultimo baluardo) di ogni vera democrazia. Diversamente ci si avvia alla più subdola e violenta forma di dittatura: quella dei beoti che non sanno nemmeno di essere schiavi. Quanti hanno avuto accesso alle informazioni vere sugli abusi e sulle violazioni dei codici di procedura penale, penale, civile e deontologico perpetrate negli ultimi dieci giorni in quello che si sarebbe dovuto chiamare caso Jannelli, Favi, Murone, Curcio eccetera e tutti continuano a chiamarlo caso De Magistris? Cosa volete che ci abbia a che fare con i reati che una procura (Salerno) sospetta abbiano commesso alti (e medi) magistrati di un'altra procura (Catanzaro) il Dr. Luigi De Magistris? Certo che ci ha a che fare, dice il ministro Alfano, è stato lui a denunciare e ricostruire con i PM di Salerno le ipotesi di reato che poi hanno determinato perquisizioni e sequestri. E cosa avrebbe dovuto fare, Signor Ministro, quando gli hanno sottratto nottetempo i faldoni delle inchieste senza nemmeno notificargli l'atto con cui il Dolcino Favi si determinava ad avocarle, avrebbe forse dovuto disporre un contro-sequestro? Ve lo immaginate il cattivo magistrato (come lo definì la signora Vacca del CSM) che dispone un sequestro urgente? L’hanno trasferito pur senza alcuna valida motivazione, anzi oggi si è scoperto che il suo trasferimento è l’ultimo atto di un complotto illecito, se avesse commesso il reato di abuso d’ufficio l’avrebbero impiccato con successivo scempio del cadavere. Ma di tutto ciò, di questa semplice funzione di memoria nessuno dei grandi media parla. Avevano detto che la virtù principe del magistrato è il silenzio, fino a fare quasi l’apologia dell’omertà. L’aveva detto Nicola Mancino, e poi Giorgio Napolitano ed ogni buon magistrato con assennata e paterna indole. Lo dicevano piegando leggermente il capo, a volte tentennandolo gravi e pensosi. Nessuno di questi l’ha ricordato al Dr. Jannelli (Enzo per gli amici) che ha definito eversivi i magistrati che lo perquisivano perché sospettato di gravissimi reati nell’esercizio delle sue funzioni e per aver tentato di sottrarre le prove nelle indagini a suo carico. Nessun saggio, nessun garante delle istituzioni, nessun segretario dell’ANM, nemmeno un giornale. E quando nel salotto buono della televisione italiana, quello del marito di un alto magistrato da anni ai massimi vertici dirigenziali del Ministero della Giustizia, giornalisti, magistrati, ministro e conduttore hanno sparato a zero sull’operato dei magistrati di Salerno e, giacché c’erano, anche sul cattivo magistrato, qualcuno si è ricordato che per molto ma molto meno, De Magistris a Santoro sono stati bersagliati per mesi e mesi dai soliti saggi (i saggi sono sempre gli stessi, saggi a vita e per ogni stagione) perché il magistrato deve vivere nel nascondimento? Così viviamo il paradosso che alcuni magistrati dovrebbero essere allontanati perché hanno perquisito altri magistrati (avendone la competenza e con atti legittimamente assunti) mentre altri, per esempio il Dr. Chieco Giuseppe (da Matera) ed il Dr. Tufano Vincenzo (da Potenza) pur essendo indagati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e, di conseguenza, incompatibili funzionalmente e ambientalmente, restano da anni al loro posto. Assistiamo al triste spettacolo del Ministro della Giustizia che giudica l’operato dei magistrati dal numero di pagine di cui sono composti i decreti di perquisizione che predispongono. Millesettecento sono troppe, dice Alfano. Ebbene, carissimo ministro nonché avvocato Angelino Alfano. “qual è il numero giusto per non incorrere nelle sue critiche”? Facciamo 50 o forse è meglio 225? Basta che il signor ministro ci sveli il numerino e noi saremo in grado di distinguere a colpo d’occhio i buoni dai cattivi. Una sorta di uovo di Alfano si affaccia sui libri di storia delle generazioni future. Trasferiteci tutti, lo slogan di un movimento spontaneo che aveva infiammato gli animi ed i cuori dei ragazzi calabresi alla prima richiesta di trasferimento avanzata dal signor Mastella nei confronti di Luigi de Magistris. Li hanno presi sul serio. Carabinieri, magistrati, persino giornalisti; tutti quelli che hanno a che fare con le inchieste “Toghe Lucane”, “Why Not” e “Poseidone” vengono trasferiti sistematicamente. Motivo? Disturbano il manovratore, come nei tram. E adesso vale anche nelle testate giornalistiche e televisive: “NON PARLATE AL CONDUCENTE”. Ma noi siamo discoli e parliamo agli italiani affinché parlino col conducente, affinché sappiano cosa dirgli. Sarebbe già sufficiente leggergli qualcuna delle 1700 pagine e, per far dispetto ad Alfano, gli chiederei dei numeri di pagina a caso. Scommettiamo che qualsiasi pagina si scelga contiene dati interessanti da conoscere per capire cosa succede alla povera Italia in questi burrascosi anni? Intanto da oggi, all’indirizzo www.ilresto.info/11.html, è disponibile la versione interrogabile (con la funzione “ricerca” del software Acrobat, è possibile digitare un nome e scoprire tutte le ricorrenze di quel nome nelle pagine sotto esame) del decreto di perquisizione e sequestro eseguito a carico di alcuni magistrati catanzaresi su disposizione dei PM di Salerno. Similmente, potrete acquisire l’informativa della Guardia di Finanza di Catanzaro che riepiloga tutta l’inchiesta “Toghe Lucane”. Leggete, leggete e studiate questi documenti fondamentali. È a causa loro che De Magistris è stato trasferito. È a causa loro che il Capitano Zacheo è stato trasferito. È per impedire che si scrivesse di loro che Chiara Spagnolo (giornalista di Catanzaro) è stata trasferita a Cosenza mentre Carlo Vulpio è stato messo sotto naftalina da Paolo Mieli (la storia sul blog: www.carlovulpio.it). Ma noi siamo testardi e li abbiamo divulgati, con l’aiuto di molti, in lungo e in largo. È questo aiuto che continuiamo a chiedere. L’aiuto a far conoscere la verità dei fatti e non le (rispettabilissime) opinioni di questo o quel giornalista.
Filippo De Lubac